Meno spezzettata, più flessibile. La politica di coesione europea si ripensa, in vista di nuove emergenze mondiali

La Republica News

ROMA. Per misurare nella sua enormità l’entità dell’impatto della crisi post Covid sul territorio italiano dovremo attendere mesi. Per la decisione politica sul Recovery Fund, dovremo aspettare l’esito del braccio di ferro in corso tra nordici e resto d’Europa. Ma intanto, anche gli strumenti ordinari del bilancio europeo stanno vivendo la loro rivoluzione. Tra questi, la politica di coesione, nel cui ambito la Commissione Europea si è impegnata ad approntare una stima delle situazioni più critiche, così che le risorse vadano a favore delle aree che più sono destinate a perdere in termini di Pil a causa della pandemia.Certo è che a essere state maggiormente colpite sono le regioni del nord, quelle più ricche, e questo impone una riorganizzazione dei programmi operativi europei ma anche delle risorse aggiuntive nazionali. “Le Regioni meno sviluppate – spiega Giorgio Centurelli, esperto di politiche di coesione, membro del gruppo di esperti della Fi-compass (la piattaforma di assistenza per gli strumenti finanziari dei fondi strutturali europei) – beneficiano di oltre il 71% della dotazione della politica di coesione per il periodo 2014-2020, mentre quelle più sviluppate non arrivano al 25%: questa distribuzione riflette il principio cardine delle politiche di coesione, ovvero quello di ‘ridurre il divario fra le diverse regioni e il ritardo delle regioni meno favorite’ ma appare del tutto rovesciata rispetto alle difficoltà affrontate con l’emergenza Covid, che vedono le Regioni più sviluppate in una situazione iniziale di maggiore crisi”.
“In realtà, tutto quello che riguarda la politica di coesione – continua Centurelli – riguarda il rispetto del principio di gestione concorrente, ossia dell’equilibrio tra la tutela del bilancio Ue e dell’interesse comunitario, e il benessere della collettività e dei singoli individui, cosa che ha condotto negli anni alla costruzione di strutture amministrative nuove, dedicate alla gestione dei fondi, di nuovi processi e procedure che si affastellano a quelli già esistenti e che portano a complessità procedurali e a rallentamenti attuativi più o meno evidenti, a seconda del livello burocratico già esistente dell’amministrazione chiamata a gestire il programma. Relativamente all’Italia, si aggiunga che il sistema amministrativo regionalizzato ha condotto a dividere la gestione dei 53 miliardi di euro complessivi del cofinanziamento nazionale – il nostro Paese ha la dotazione più alta dopo la Polonia – in 51 programmi operativi (39 programmi operativi regionali, i cosiddetti POR, e 12 programmi operativi nazionali, i PON) e questo dice molto della complessità della situazione”. Dunque, dove agire, a quale livello? Secondo Centurelli, fondamentale nell’immediato è un reindirizzamento delle risorse, sfruttando tutte le opportunità di flessibilità recentemente offerte dall’UE per poi orientare la liquidità aggiuntiva a favore delle aree più bisognose, superando i livelli di blocco più stringenti. Per il futuro imminente è necessario avviare un profondo ripensamento sull’architettura delle politiche di coesione, garantendo l’introduzione permanente di importanti livelli di flessibilità e semplificazione, perché “se da una parte la programmazione deve essere stabile, – conclude Centurelli – dall’altro dobbiamo poter intervenire prontamente per rispondere con tutti gli strumenti possibili alle prossime crisi mondiali che sempre più frequentemente potrebbero colpire l’Europa”.

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