Messina, stangata alla mafia dei pascoli. Seicento anni ai boss che razziavano i fondi dell’Unione Europea

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I padrini dei Nebrodi facevano razzia di fondi comunitari. Era una grande truffa quella architettata dalla mafia dei pascoli: da una parte i “Bontempo Scavo” dall’altra i “Batanesi”, due storiche cosche di Tortorici. Ieri sera, il tribunale di Patti presieduto da Ugo Scavuzzo ha condannato 101 imputati a 600 anni di carcere nel processo istruito dai magistrati della procura di Messina, fino a qualche giorno fa diretti da Maurizio de Lucia, oggi a Palermo.

Il blitz di carabinieri e guardia di finanza, scattato nel gennaio 2020, svelò un complesso sistema di società messo in campo dagli insospettabili complici dei boss: la gran parte delle 151 società avevano sede a Tortorici, un paese arroccato sulle montagne. Gli imprenditori prestanome attestavano di possedere centinaia di terreni, non solo in provincia di Messina, ma in tutta l’Isola, anche oltre. Ma erano false attestazioni. La mafia più antica di Sicilia aveva già inventato un modernissimo affare: l’occupazione dei pascoli virtuali, con l’obiettivo di aggirare il protocollo voluto dall’ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci per bloccare gli affidamenti dei terreni demaniali a boss e prestanome. Antoci, presente al momento della lettura della sentenza, dice: «Si chiude un cerchio e si scrive una pagina di storia, si libera un territorio. Da quel 2013 non avrei mai immaginato di attraversare una strada così tortuosa, non avrei mai pensato di dover rischiare la vita e perdere la libertà, così come non avrei certamente mai pensato di contribuire a creare una norma dimostratasi devastante per le organizzazioni mafiose».

È stato il processo dei grandi numeri, celebrato in tempi veloci. Nel provvedimento che portò al blitz, il gip Salvatore Mastroeni scrisse parole di grande amarezza: parlò di una «evidente inestirpabilità» della mafia di Tortorici. «Nonostante decine e decine di operazioni e processi, qui la mafia è, per assurdo, una specie di classe sociale, come tale contrastabile, ma non eliminabile quasi già come categoria». Dopo la mafia silente, la mafia che si evolve, «araba fenice che sempre risorge», la mafia inestirpabile. Ma, adesso, però sono arrivate condanne pesantissime. E, al momento, è stata smantellata la mafia dei pascoli 2.0 nel “paese dell’oro”, come l’hanno ribattezzata i magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio. I boss allevatori con la coppola e le scarpe sporche di fango erano diventati manager “raffinati”, attraverso un gruppo di insospettabili: titolari di centri per l’assistenza agricola, avvocati, professionisti. Tutti pronti a confezionare pratiche da milioni di euro.

I boss della mafia dei pascoli avevano trovato un sistema quasi perfetto per evitare i controlli sulle richieste dei finanziamenti europei: non indicavano l’Iban delle loro società, così le pratiche venivano temporaneamente accantonate. Per prassi, in questi casi, le liquidazioni avvenivano soltanto in un secondo momento. E, a quel punto, i controlli non venivano più fatti.

È un baco davvero clamoroso quello scoperto dalle indagini della procura di Messina: fra il 2010 e il 2017, l’Unione Europea ha versato 5 milioni di euro a 151 aziende agricole della provincia di Messina in mano ai boss.

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