Mi chiamavano Cazzolina

Mi chiamavano Cazzolina

La Republica News
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La storia di Lucia Azzolina è la storia di un colore: il rosso-Azzolina. Va dallo scarlatto delle labbra alla fiamma viva della tenacia e forse anche al rosso mattone della testardaggine: lei è testarda o tenace? “I testardi sono impulsivi, e dunque iracondi e accidiosi: anime di color cui vinse l’ira. Dante li mette a bollire nella acque dello Stige. I tenaci invece riflettono, prendono tutte le misure e prima di muovere una gamba ci pensano almeno due volte”. Dante  li manda in Paradiso. E li colora  appunto di fiamma viva, lo stesso rosso fuoco con cui veste Beatrice.Cara ministra, cosa bisogna mettere al primo posto: la libertà, l’economia o la salute? “Gli schematismi sono incendiari e alimentano l’estremismo. Scelgo la dialettica e dunque la riflessione”. Ma la scuola non la chiuderebbe mai? “Io non la chiuderei mai. Non mi spavento a dire che mi batto per non chiuderla quando nient’altro rimane aperto, e per riaprirla quando tutto è chiuso. E resisto finché posso. Poi, anche io obbedisco all’autorità sanitaria”. E il concorso per i precari, sospeso per Covid? “Lì avrei dovuto essere anche testarda: bisognava farlo a luglio. Comunque, il 73 per cento dei candidati ha sostenuto la prova. Lo riprenderemo appena sarà possibile”.È dunque testarda o tenace questa donna fragile e minuta che, sola contro tutti, vorrebbe ancora e sempre la scuola aperta, “come in Inghilterra, in Francia, in Germania”? Anche quando, come adesso, il Covid infuria: la piccola Lucia di Siracusa sceglie “il rosso Azzolina” persino ora che il camice bianco è purtroppo di nuovo la bandiera italiana.All’inizio, quel rosso acchiappa-sguardi delle labbra, in opposizione al volto bianco pallido, era il dettaglio del diavolo. E infatti divenne subito il rossetto della satira, la bocca scarlatta della WonderAzz, il tormentone di Rossella Brescia su Rds, la più riuscita delle mille imitazioni: “ma che problema c’è?”, “criticità”,  “stucchevole”, con la pronunzia siracusana arrotata che solo per i siciliani non è l’infanzia di una lingua, ma la prigione del pittoresco, quello che trionfa nello strascicato cinematografico: “minchia aah!”.Poi però Lucia Azzolina ha corretto il rosso-corrida della satira con il rosso energico dell’allegria: “Già al liceo mi chiamavano cazzolina, e ne ridevo, e ora, per aiutarli a ridere, mi tingo le labbra ancora di più”. Si è dunque scoperto che le labbra “pupa di Floridia” erano il serbatoio delle sfumature: il bordeaux scuro delle liti di governo, il porpora della competenza con due belle e difficili lauree proprio nel cuore dell’incompetenza a cinque stelle e, in contrasto, tutti i riflessi rossastri, dall’arancione al rosa, del tramonto sul mare di Siracusa (“mi aspetto sempre di vederlo in ogni orizzonte, persino a Biella”) che è anche il rosso romantico delle canzoni di Lucio Battisti, “il mio preferito”: “… le tue calzette rosse / e l’innocenza sulle gote tue / due arance ancor più rosse”.Nel rosso-Azzolina ci sono persino il sangue politico del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels ,”uno dei libri che amo di più”, e il rosso-bandiera di Bella ciao, “che è fantastica perché è la canzone della liberazione e non del comunismo”. Non c’è invece il rosso cardinale che la riforma protestante mise al bando perché era il colore del papa. Nel rosso-Azzolina non c’è il rosso della fede: “Purtroppo no. Amo moltissimo questo Papa, e tengo sul tavolo, come guida morale, le opere di don Milani, ma non sono credente, sono agnostica”. E il rosso femminista? “Non sono femminista militante. Anche se, quando ho letto le volgarità sessiste contro di me, una forte tentazione mi è venuta”. Mai avuto fastidi alla #MeToo? “No”. Rimane fuori il rosso della rabbia? “Quella la provo in Sicilia, ogni volta che ci torno, anche solo con la memoria: amore e rabbia per la mia terra”. Soffre di sicilitudine? “All’inizio ne ho sofferto, come tutti quelli che sono costretti ad andarsene. Anche andandosene si può non avere fortuna, ma se hai fortuna è perché te ne sei andata. Si figuri che frequentavo quei posti di cucina siciliana dove si mangia male, ma si sazia quel famoso eccesso di identità che è una frustrazione. Provi a immaginare gli arancini di Biella. E allora ho risolto così: ho imparato a farli io. E li faccio nella variante al pistacchio, ovviamente di Bronte”. Li fa pure qui al ministero? “Figuriamoci. La sola cosa che mi concedo è un sonnellino ogni tanto, dato che qui dentro ci passo la vita. Vede quel divano a tre posti? È l’unico arredamento che ho chiesto: è grande e posso sdraiarmi”. Il colore è rosso, ma spento, come la luce quando si dorme.E se non ci fosse stato il Covid? Aveva in mente anche lei, come tutti i ministri dell’Istruzione, una grande riforma della scuola, la riforma Azzolina? “Ho subìto l’accavallarsi delle grandi riforme, prima da studente e poi da insegnante. Uscire dalla ‘riforma continuà significa uscire dall’eternità dell’emergenza”. E comincia a parlare di “inclusione” e di “uguaglianza”, si muove tra gli acronimi come su un’autostrada con mille uscite, Ptof, Davopsi, Ata, Cpia… La fermo e le chiedo di elencarmi tre cose, come si faceva nelle interviste di una volta. Eccole: “Primo: vorrei adeguare i salari dei professori italiani a quelli europei, a partire dai maestri. Secondo: investendo nella formazione, vorrei degli insegnanti che esercitino la funzione maieutica dei tutor e riescano a orientare i ragazzi. Terzo: l’Italia ha bisogno che tutti gli istituti professionali escano definitivamente dalla serie B. E per fortuna ci sono già tanti esempi di eccellenza. Guardi questa bottiglia di vino: si chiama Rosso Classe. Lo fanno in un istituto agrario di Rieti. Quarto: dobbiamo eliminare le classi pollaio, anche sfruttando la disgrazia della denatalità. L’anno prossimo avremo 70 mila allievi in meno rispetto agli attuali. E la proiezione, sui dieci anni, è di almeno 800 mila alunni in meno. Mi impegno a non diminuire l’organico degli insegnanti e di tutto il personale, ma a cogliere l’occasione per ridurre il numero di alunni per classe. Pensi a quanti diritti vengono lesi in una classe pollaio, a come è difficile che sia comunità, studium che vuol dire amore, passione”. E rieccoci al rosso-Azzolina.La ministra dice di amare la scuola per gratitudine, perché l’ha salvata dall’abisso, perche in essa ha trovato il suo riscatto. “La scuola è anche il luogo della mobilità sociale che tiene in piedi la democrazia, la possibilità cioè di dare scacco a un destino e cambiare classe, molto meglio del gioco del lotto”. Ogni tanto il lessico della ministra, anche quando si imbroglia in tv con l’imbuto di Norimberga, racconta il suo romanzo di formazione, di secchiona al liceo classico di Floridia, voti alti, menzioni, viaggi premio del ministero di Grazia e Giustizia di cui il padre era dipendente: “Da studentessa passai due settimane  a Parigi,  due a Londra, e 21 giorni a New York. Ma è Parigi che è diventata il mio Altrove, il mondo fuori dal mondo”.È nata povera? “A casa non c’erano libri e dunque, in questo senso, sono nata poverissima. Mio padre, Vito, è un agente di polizia penitenziaria in pensione. Mia madre, Antonella, è casalinga. Mia sorella Rossana nacque quando avevo sei anni. Insomma in famiglia era dura far bastare uno stipendio che non arrivava a 1.800 euro”.Il primo libro? “Sono due. Mio nonno materno, impiegato comunale, mi regalò Piccole Donne e Robinson Crusoe. Scoprii che mi piaceva leggere e la scuola divenne il nascondiglio del mio disagio. Da Siracusa, dove ho fatto le elementari in tre scuole diverse, ci trasferimmo a Floridia perché le case costavano meno”. Casuzzi arripizzati le chiama un poeta floridiano. “Già. Muri scrostati sistemati alla buona. Fuggivo in biblioteca, prima in quella della scuola e poi in quella comunale, che è molto bella, dedicata a Enzo Palazzuolo, filosofo floridiano”. Metteva già il rossetto? “Ero trasandata. Erano gli anni dei brufoli. E le scarpe da tennis erano la divisa di tutte le ragazze del mondo, l’uguaglianza dei diversi, l’andare per strada senza fermarsi mai. Non c’è la discoteca nella mia vita. E quando finiva la scuola e tutti festeggiavano, diventavo triste. Per fortuna i miei insegnanti violavano la regola e mi permettevano di prendere in prestito più di due libri per volta. Erano i classici russi, Oblomov e Anna Karenina, i francesi Flaubert e Maupassant… Ogni tanto andavamo al mare, nella spiaggia di Noto, che è la più bella del mondo”.Poi il romanzo di formazione diventa come un libro di Piero Chiara, la vita intensa delle provincie italiane, la laurea in Filosofia morale con 110 e lode a Catania, tesi su Rousseau con il professor Pezzino, un crociano stanco di Croce, e l’altra laurea a Pavia in Giurisprudenza con 105. In mezzo c’è la specialistica sul terremoto di Lisbona, la fuga e le supplenze, prima alla Spezia e poi a Biella, 900 euro al mese, con il grande amore, dodici anni insieme: “Ci siamo conosciuti durante le lezioni di Filosofia della scienza del professor Giovanni Camardi, io ero al primo anno e lui all’ultimo”. Il professore, che è severo e gentile, si accorse che diventavano lei più disinvolta e lui più sognante. E ricorda con affetto anche l’eccellenza negli studi.I due studenti presero insieme un monovano nella città delle chiese nere e del tardo barocco: la confusione e il disordine con in mezzo l’orientamento ritrovato nella lunghissima via dritta che va dal mare sino all’Etna. E di nuovo a Biella un altro monovano: “Non è vero che è triste, i paesaggi sono incantevoli, è un’Italia che l’Italia non conosce”. E ancora studi, concorsi, precariato, esami. “A Biella ho poi comprato casa, 80 metri quadri. È diventata la mia città”. Anche perché l’ha raggiunta la sorella Rossana che “nel settembre scorso si è sposata”. Lucia invece è tornata single, con la gattina Dea che divide con la sorella: “Il mio amore per ora è il telefono”.Un professore di Linguistica che presiedeva una delle tante commissioni che l’hanno giudicata, le ha rinfacciato l’ignoranza in inglese e in informatica e ne ha chiesto le dimissioni: “Non so perché si è accanito. L’ho anche querelato… È però vero che io, che pure so studiare, ho difficoltà con l’inglese. Con il francese me la cavo meglio”.Mentre studiava Diritto a Pavia lavorava da sindacalista, insegnava, e aveva già l’ossessione per le norme. Adesso accanto a sé ha chiamato un enfant prodige dell’università di Palermo, di cui aveva letto gli scritti, Salvo Milazzo, un barbuto alto e magro come una spina di pesce, 31 anni, che ha la fortuna di non avere una famiglia e dunque sta al ministero tutto il giorno, sempre a cercare insieme con lei le certezze che nella scuola sono approssimative, perché c’è sempre una legge che rimanda a un’altra legge e un’interpretazione che ne cancella un’altra. La scuola è la palude dei cavilli, il junkspace (lo spazio spazzatura) dei ricorsi al Tar. Persino gli esperti hanno le idee vaghe, ogni frazione sindacale segue un suo Codice. E davanti al ministero adesso gli studenti protestano perché vogliono tornare in classe e la ministra li riceve e li incoraggia. “Da insegnante ho imparato ad ascoltarli e non per demagogia: li invitavo a giudicare, in modo anonimo, quel che facevamo in classe, quel che io facevo in classe”. E la ministra è in contrasto e in simbiosi anche con le proteste degli insegnanti “perché sono la più scoraggiata e maltrattata categoria professionale del Paese”.Ecco alla fine cosa c’è nel rosso-Azzolina: l’antico mistero della debolezza che diventa forza, il famoso fascino del balbuziente che canta. Ci diciamo che la storia, da Beethoven a Borges, è piena di questi paradossi, il cieco che fiuta i colori, il sordo che vede la musica. Savonarola, che è stato il più famoso predicatore di tutti i tempi, non sapeva parlare, aveva la voce roca e l’accento romagnolo che, nella Firenze di allora, era peggio di una ministra siracusana da Fabio Fazio: “È inutile che io spieghi che le rotelle non c’entrano nulla con il Covid, ma che, dovendo fare dei banchi monoposto, in certe scuole è meglio quello mobile che consente di dividersi in gruppetti, lavorare a cose diverse nello stesso momento. Le rotelle aiutano a superare la vecchia lezione frontale. E però siccome ho il rossetto e arroto la erre di rotella …”.Cosa sta leggendo, al di fuori del suo lavoro di ministro? “Purtroppo riesco a leggere poco. L’ultimo libro è stato Fino a quando la mia stella brillerà di Liliana Segre, che mi onora della sua benevolenza”. Lei è di sinistra? “Se vuole applicare questa categoria del Novecento, lo sono. E sicuramente non avrei potuto far parte del governo Conte 1. In quei mesi, da deputata lavoravo contro Salvini”.Un’ultima domanda: com’è possibile che lei venga fuori dai Cinque Stelle? Davvero stava lì a gridare vaffa? “Non è il mio genere, anche se riconosco che forse ci voleva. E però le capovolgo la domanda: chi altri in Italia avrebbe dato strada a quelli come me, se non i 5Stelle?”. Forse non si sono accorti delle sue competenze. Lei è la loro distrazione, un lapsus, un errore. “Non è vero. Ce ne sono altri”. Per esempio? “Pierpaolo Sileri, il viceministro della Salute. È un chirurgo ed è un uomo molto equilibrato e stimato da tutti. Guardi, facciamo così: io ammetto gli eccessi che non le piacciono, se lei ammette di avere molti pregiudizi”.Sul Venerdì del 20 novembre 2020 


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