“Mi picchiano se non vado a rubare”: ragazzina rom si ribella, tutta la famiglia a processo

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Aveva solo 14 anni, la paura negli occhi e il coraggio nel cuore. Il coraggio di ribellarsi, di dire basta, scappare dalla propria famiglia che la costringeva a rubare, che la prendeva a bastonate se non portava a casa un po’ di refurtiva, o se si faceva scoprire dalle forze dell’ordine. Dopo l’ultimo furto in un negozio di scarpe, ha scelto di essere diversa. Con gli occhi lucidi e un filo di voce si è presentata dai carabinieri e ha denunciato la sua situazione: “Non ce la faccio più, ho bisogno di aiuto”. 

Tutta la sua famiglia è finita ora sotto processo. La nonna paterna, il padre, lo zio e la zia. La madre l’aveva abbandonata in tenera età scomparendo dalla sua vita. La pm Laura Ruffino ha contestato a tutti l’accusa di maltrattamenti aggravati per “averla costretta a compiere furti in abitazioni e negozi, picchiandola se non portava a casa sufficienti guadagni, umiliandola e denigrandola dicendole che non era in grado di commettere furti come gli altri minori. Percuotendola con bastoni e calci se fosse stata presa dalle forze dell’ordine”. Proprio ciò che la ragazzina Rom, che da allora si trova in una comunità, ha raccontato nella sua denuncia, scegliendo lei stessa di non tornare più a casa.

“Voglio una vita serena”

“Frequento la terza media” aveva risposto l’adolescente in caserma quando aveva deciso di sottrarsi alla vita da ladra e alle punizioni corporali ricevute in famiglia. Per arrivare in caserma a denunciare la sua situazione aveva preso il pullman. “Come trascorri le tue giornate?” le aveva chiesto un carabiniere. E lei aveva risposto: “Mi sveglio, mangio, bevo e vado a rubare più volte al giorno. Sono stufa di questa vita voglio una vita normale e serena”.

“Tutti in famiglia mi picchiano più volte al giorno, mi trattano male e mi costringono ad andare a rubare anche se io non voglio. Mi picchiano con le mani e con il bastone”. Aveva spiegato anche di essere spesso tenuta chiusa in casa, costretta a fare le pulizie, “poche volte mi fanno uscire con mia sorella e i miei fratelli”. Diceva di essere trattata in modo diverso perchè si rifiutava di fare la ladra: “i miei familiari mi dicono che sono pericolosa, ma non mi hanno mai spiegato cosa faccio effettivamente di male. A loro non piace il mio modo di fare , qualsiasi cosa faccio per loro non va bene”. In genere rubava trucchi e cosmetici, ma la costringevano anche a infilarsi negli appartamenti e a sfilare portafogli. Al processo, ormai alle battute conclusive, l’adolescente è assistita dall’avvocato Roberto Saraniti, mentre la sua famiglia, che nega ogni accusa, è difesa dall’avvocato Vittorio Pesavento. 

Un colpo da 800 euro

Poi aveva raccontato l’ultima volta che era andata a rubare: “sono andata alle Gru, dentro al negozio Scarpe&Scarpe. Me l’ha detto mia zia di farlo, insieme a mia nonna”. Secondo gli atti finiti nel procedimento, era riuscita a portar via un bottino da 800 euro. Quel giorno probabilmente non l’avrebbero picchiata.  Ma anziché tornare a casa, aveva preso il pullman e si era presentata in caserma per sporgere denuncia. Poche righe per raccontare la sua vita e il desiderio di essere liberata dai vincoli familiari. “Vuoi aggiungere qualcosa?” le aveva chiesto un carabiniere. E lei aveva risposto: “Sì, solo che adesso ho proprio voglia di piangere”.

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