Migranti, il “libro nero” dei respingimenti denuncia 25mila casi di violenze alle frontiere Ue

Pubblicità
Pubblicità

Quattro volumi di violenze, violazioni dei diritti umani, pratiche illegali. Oltre 3mila pagine di testimonianze, raccolte dagli esperti indipendenti di Border violence monitoring network su commissione del gruppo della Sinistra al Parlamento europeo (The Left), pubblicate nel Black Book of pushbacks 2022. Una versione tristemente ampliata del primo studio pubblicato nel 2020. “Come componenti del Parlamento europeo ci auguravamo di non dover realizzare una nuova edizione contenente nuove testimonianze della violenza quotidiana che affrontano donne, uomini e bambini in transito alle frontiere interne ed esterne dell’Unione europea”, spiegano. Eppure. 

Accordo con la Libia sui migranti: Salvini, Minniti e Mogherini denunciati a l’Aja per “crimini contro l’umanità”

Il libro nero dei respingimenti contiene oltre 1600 racconti raccolti dal 2017 di “people on the move”, persone o gruppi in transito per diverse ragioni (tra le quali il cambiamento climatico, conflitti politici, terrorismo, crimine organizzato hanno lasciato il loro Paese di origine), migranti in viaggio che sono stati fermati e, senza avere il tempo di presentare richiesta d’asilo come consentirebbe il diritto internazionale, espulsi in un altro Paese. Non senza subire prima ogni forma di sopruso. Fisico e psicologico. Nei quindici Paesi coperti dall’inchiesta, Austria, Italia, Grecia, Slovenia, Croazia, Polonia, Ungheria, Romania, Serbia, Bosnia ed Herzegovina, Montenegro, Kosovo, Bulgaria, Macedonia del Nord e Albania, è successo 25mila volte. Un dato assolutamente inferiore a quello reale, considerata la difficoltà nella raccolta dei dati.

Da sinistra gli eurodeputati The Left Milena Zajovic Mika, Malin Bjork, Anne-Sophie Pelletier, Cornelia Ernst, Kostas Arvanitis e Hope Barker (BVMN)

Da sinistra gli eurodeputati The Left Milena Zajovic Mika, Malin Bjork, Anne-Sophie Pelletier, Cornelia Ernst, Kostas Arvanitis e Hope Barker (BVMN)

Da sinistra gli eurodeputati The Left Milena Zajovic Mika, Malin Bjork, Anne-Sophie Pelletier, Cornelia Ernst, Kostas Arvanitis e Hope Barker (BVMN) 

Negli ultimi cinque anni i respingimenti sono diventati una parte importante, ma non ufficiale, del regime migratorio dei paesi della Ue. Un termine inizialmente pensato per definire quello che succedeva nel 2016 lungo i confini di Ungheria e Croazia con la Serbia, dopo la chiusura della rotta balcanica, ma poi esteso alle pratiche di espulsione sui confini greco-turco fino al confine sloveno e italiano. “Un vero e proprio metodo che non deve più considerarsi l’insieme di alcuni incidenti causati da poche mele marce ma un frutteto avariato nel quale violenze, torture e umiliazioni non semplicemente crescono ma vengono normalizzate”, spiegano da The Left. 

Le violenze nelle “terre di nessuno”

Sei le tipologie comuni di torture e trattamenti utilizzati durante i respingimenti ed emerse dallo studio: uso eccessivo e sproporzionato della forza; utilizzo delle pistole elettriche; obbligo di privarsi degli indumenti; minacce e violenze attraverso armi da fuoco; trattamenti inumani e degradanti all’interno delle vetture delle forze dell’ordine e all’interno delle stazioni di polizia. In tutti i Paesi sono stati registrati casi di percosse tramite manganelli, pugni, calci, aste di metallo, rami di albero e minacce con cani poliziotto. Violenze praticate da gruppi di agenti che possono durare anche ore. Delle 4040 testimonianze raccolte nel 2021 (per un totale di circa 11mila persone) la percentuale di soggetti che hanno dichiarato di non aver subito violenze è stata pari al 5,6. Cresce anche il numero di regioni di confine contese, chiamate zone neutre o terre di nessuno, che diventano luoghi di tortura delle persone “in movimento”. Negli ultimi due anni sono state raccolte 773 testimonianze per un totale di 16.138 persone coinvolte, di queste nel 2021 il 54% coinvolgeva anche dei minori, mentre nel 2022 soltanto nel 42% delle testimonianze erano coinvolti minorenni. 

La parlamentare irlandese Claire Daly mostra in Aula un'immagine delle violenze

La parlamentare irlandese Claire Daly mostra in Aula un'immagine delle violenze

La parlamentare irlandese Claire Daly mostra in Aula un’immagine delle violenze 

Le conseguenze del Covid 

A rendere gli ultimi due anni particolarmente cruciali, come emerge dalle testimonianze, ha contribuito l’arrivo della pandemia e dei lockdown quando per questioni sanitarie la maggior parte del personale delle grandi Ong ha lasciato le frontiere dando vita a dei vuoti pericolosi nell’assistenza ai migranti che, esclusi dalle disposizioni vigenti nei vari Paesi e lontani dagli sguardi dei cittadini continuavano a muoversi per sopravvivere. Non solo. L’assenza delle principali Ong – ma sono numerosi i medici volontari rimasti a presidiare – ha portato anche all’assenza di sorveglianza e quindi all’aumento delle violenze e delle tecniche di deterrenza, tra le quali percosse prolungate, rasature dei capelli, obbligo di svestirsi, violenze sessuali, attacchi da parte dei cani poliziotto, trattamenti medici non autorizzati, uso delle pistole elettriche. 

In questo periodo si sono registrati metodi di tortura sempre più sofisticati in particolare sui confini croati e greci inclusi stupri e persone gettate nei corsi d’acqua spesso con mani ancora legate, obbligo a togliersi i vestiti restando a temperature gelide come nel caso di diciannove persone morte di freddo vicino al fiume Evros. 

I piccoli Ali e Elaheh in Bosnia, nell’ex lager ora casa dei profughi: “L’Europa ci respinge”

La guerra in Ucraina e il doppio standard

Il Black Book of pushbacks racconta anche come da febbraio 2022, con l’inizio della guerra in Ucraina, una nuova emergenza migranti ha attraversato l’Europa. Quasi 8 milioni di persone si sono messe in cerca di protezione, trovando un’Unione europea che ha dimostrato di esistere con il lancio della protezione temporanea per i rifugiati ucraini. Ma non per i giovani russi e ceceni che scappavano dall’altro lato della guerra incappando nelle stesse modalità di respingimento documentate dal Border violence monitoring network. Un contrasto particolarmente evidente in Polonia, Paese che ha accolto i rifugiati ucraini ma che soltanto un anno prima ha inasprito le violenze al confine con la Bielorussia con pesanti violazioni dei diritti umani che hanno portato alla morte di almeno 19 migranti. “La guerra in Ucraina ha dimostrato che l’Europa può e sa rispondere all’emergenza migranti ma non riscontriamo una stessa attitudine nei confronti delle persone che fuggono dai loro Paesi”, si legge nel testo. 

Giornata mondiale del rifugiato: “600.000 migranti intrappolati in Libia”

Italia

Oltre quaranta pagine del “libro nero” sono dedicate alla raccolta delle testimonianze avvenute nel territorio italiano. In particolare vengono denunciate le condizioni di privazione della libertà personale dei migranti confinati nelle navi-quarantena durante il periodo del Covid e continuata anche dopo la fine dello stato di emergenza. L’attenzione è dedicata anche alla situazione dei confini esterni tra Italia e Libia, al rinnovo del “memorandum” e alle posizioni del nuovo governo. Viene inoltre segnalata la crescita della “rotta adriatica” con l’aumento di arrivi sulla costa della Calabria e della Puglia soprattutto di cittadini afgani, siriani, pakistani, bengalesi e curdi. Tra le testimonianze raccolte (29 per un totale di 68 persone coinvolte dal 2019) in oltre il 50% dei casi è stato registrato l’uso di violenza con mani o manganelli e in oltre il 25% dei casi furti di oggetti personali, insulti, esposizione alle intemperie. Nel 44,8% dei casi c’è stata una richiesta di asilo e nel 26,6% dei casi erano coinvolti dei minori. Non vengono riportate denunce di privazioni di cure mediche mentre molto spesso le persone fermate vengono detenute, private di cibo o acqua, fotografate e registrate con le impronte digitali. Quasi sempre non vengono messi a disposizione degli interpreti. 

Migranti, diritti e riforme: ecco perché l’Europa teme la vittoria di Meloni

La testimonianza

Tra le testimonianze raccolte dalla Ong che si occupa di “people on the move” in Italia c’è quella di due minorenni afgani arrivati nel porto di Bari dalla Grecia dentro a un camion caricato su un traghetto. Scoperti da quelli che descrivono come “poliziotti di frontiera” in uniformi verdi e agenti greci hanno raccontato di essere stati spogliati, ammanettati e portati nella stazione di polizia portuale dove sono stati schiaffeggiati e insultati. “Ci urlavano contro, non capivamo cosa dicessero ma sembravano parolacce”. In varie occasioni i due domandano di poter fare richiesta di asilo per motivi politici in Italia mostrando un documento scritto in italiano ma gli agenti lo ignorano. “Voglio stare qui, voglio andare in un centro, voglio prendere asilo qui. Ho chiesto così tante volte di non rimandarmi in Grecia ma la polizia non mi ascoltava e non mi rispondeva. Ci hanno soltanto riportato sul traghetto”. I due raccontano di essere stati costretti a firmare dei documenti senza sapere cosa ci fosse scritto e senza l’aiuto di un interprete. Le loro richieste di cibo, acqua e bagni pubblici sono state ignorate. Poi sono stati riportati a bordo della nave dove sono stati chiusi in una stanza buia e fredda, con una bottiglia di acqua, qualche biscotto e senza toilette “per questo abbiamo dovuto fare i nostri bisogni nella stanza”. Arrivati vengono prelevati da agenti greci che li schiaffeggiano e chiudono in una stanza per quattro ore, sempre senza poter andare in bagno. Poi condotti in una stazione di polizia dove trovano una toilette. Infine, sempre senza interpreti, vengono costretti a firmare un foglio di espulsione con l’obbligo di lasciare la Grecia in tre mesi. 

Medici senza frontiere lascia la Polonia: “Ci vietano l’accesso alle zone di confine per il soccorso ai migranti”

Frontex

Questa è soltanto una delle migliaia di testimonianze di respingimento raccolte. E non è neppure una delle più violente. La pratica è diventata tragicamente nota anche in relazione alle attività illegali di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Accuse per le quali lo scorso aprile il direttore dell’agenzia Fabrice Leggeri si è dimesso e il Parlamento Ue ha rifiutato l’approvazione del bilancio di Frontex. “Avremmo voluto che, dopo le dimissioni del direttore esecutivo di Frontex, la nuova dirigenza rispettasse il regolamento ritirando i finanziamenti e sospendendo le sue operazioni in tutti gli Stati membri ‘dove ci sono violazioni dei diritti fondamentali o degli obblighi di protezione internazionale legati all’attività che preoccupano per la loro natura grave o perché possano persistere’. Avremmo voluto che gli Stati membri si limitassero a rispettare e attuare il diritto della Ue e internazionale nel consentire a donne, uomini e bambini di chiedere asilo sul territorio dell’Unione Europea”, spiegano nel libro i parlamentari di The Left. Ora il tema del futuro dell’agenzia, diretta ad interim dalla vicepresidente lettone Aija Kalnaja, diventa di grande attualità, in attesa della definizione della nuova dirigenza i cui tre candidati (Terezija Gras, Hans Leijtens e la stessa Kalnaja) sono stati ascoltati dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo. 

Tornano i muri in Europa: la Grecia vuole erigerne uno al confine con la Turchia finanziato dalla Ue

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source