Missili dalla Corea del Nord, Tokyo: “Un oltraggio che non si può perdonare”

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PECHINO – Dopo lo scambio incrociato di lanci di ieri tra le due Coree con i 23 missili sparati da Pyongyang – record in un giorno solo – il Nord questa mattina ha ricominciato a sparare. Facendo scattare l’allarme in alcune città giapponesi.

Almeno tre i missili balistici lanciati: due a corto raggio e un sospetto Icbm (un missile balistico intercontinentale, progettati per trasportare una testata nucleare) che il Giappone ha prima dichiarato che aveva sorvolato il proprio territorio, salvo poi rettificare. L’esercito sudcoreano comunica che il lancio di quest’ultimo missile è fallito. Gli allarmi per l’evacuazione sono risuonati comunque questa mattina in tre prefetture giapponesi, quelle di Miyagi, Yamagata e Niigata, i programmi televisivi interrotti per dire alla gente di mettersi al riparo. 

“I ripetuti lanci missilistici della Corea del Nord sono un oltraggio e non possono assolutamente essere perdonati”, dice il primo ministro nipponico Fumio Kishida. Condanna anche da Usa e Corea del Sud: lanci “deplorevoli e immorali”, dicono il vice ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun-dong e il vicesegretario di Stato americano Wendy Sherman. Secondo l’esercito sudcoreano, il missile a lungo raggio ha volato per circa 760 km a un’altitudine massima di 1.920 km. Quelli a corto raggio per 330 km a un’altitudine massima di 70 km.

La dimostrazione di forza da parte di Kim Jong-un arriva mentre Corea del Sud e Stati Uniti hanno iniziato le più grandi esercitazioni aeree di sempre, le Vigilant Storm, che dureranno fino a domani. Esercitazioni che da sempre Pyongyang vede come una provocazione e il preludio ad un’invasione. “I nordcoreani stanno cercando di tenere il passo, di dimostrare che sono in grado di combattere una guerra nucleare”, dichiara a NkNews Ankit Panda, del Carnegie Endowment for International Peace. Ieri la Corea del Nord ha sparato 23 missili, record. E per la prima volta uno di questi è caduto a sud della linea settentrionale di confine (Nll) a soli 57 chilometri a est della costa sudcoreana. 

Che cosa spera di ottenere il Maresciallo Kim? L’escalation serve a Kim a testare le armi del suo arsenale e a inviare il messaggio che lo sviluppo dei missili è un “diritto sovrano” che dovrebbe essere accettato dal resto del mondo. Rafforzarsi è un modo per Kim di fare pressione soprattutto su Washington e su Seul, affinché accettino il suo Paese come Stato nucleare, un riconoscimento che il dittatore ritiene necessario per ottenere  – almeno in parte – la revoca delle sanzioni internazionali. Di denuclearizzare, però, il Maresciallo non ha nessuna intenzione: sa che il suo arsenale è la sua “assicurazione sulla vita”. La prova è arrivata due mesi fa con la nuova legge che consente a Pyongyang di colpire “preventivamente” le “forze ostili”. È uno schema che Kim ha già usato in passato, nel 2010 e nel 2017: prima far salire le tensioni a un livello molto preoccupante, poi chiedere impegno e concessioni a Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. 

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Con gli Usa distratti dalla questione ucraina Kim alza il tiro – sentendosi “dimenticato” dall’Occidente – spostando l’obiettivo in questa parte di mondo e facendo diventare ancora più precarie le dinamiche di sicurezza dell’Asia orientale. A differenza di cinque anni fa, al tempo dell’ultima grande escalation nordcoreana, la situazione internazionale è però cambiata: i nuovi equilibri emersi dalla guerra russa in Ucraina; la nuova amministrazione alla Casa Bianca e quella alla Casa Blu a Seul dove, finito il mandato del più dialogante Moon Jae-in, è arrivato il “falco” Yoon Suk-yeol; l’intensificarsi delle alleanze tra Usa, Corea del Sud e Giappone, e il ruolo più “attivo” di Tokyo sulla scena globale. Anche di questo il Maresciallo Kim deve tenere conto.

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