“Montagna, stop croci in vetta, anacronistiche e divisive”. Santanchè: “Non si toccano”. Poi le scuse del Club alpino

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Sul Monte Amiata c’è una croce alta 22 metri. Sul Cervino una celebre immortalata nel ‘65 accanto all’alpinista Walter Bonatti. E così, di croci di vetta, ne esistono sulle Alpi e un’altra settantina censite sull’Appennino. Ora il Cai, Club alpino italiano, ha riacceso però il dibattito sull’opportunità o meno di innalzare croci sulle montagne italiane. Una vecchia querelle che ha infiammato la destra, prima delle scuse e della precisazione del presidente del Cai.

L’attacco sullo Scarpone

Ma partiamo dall’inizio. “La società attuale si può ancora rispecchiare nel simbolo della croce? Ha ancora senso innalzarne di nuove?”, si legge sulla storica rivista Lo Scarpone. E la riposta che il Cai si dà è: “Probabilmente no”. “Innanzitutto – si spiega – perché l’Italia si sta rapidamente convertendo in uno Stato a trazione laica, territori montani compresi. Pertanto la croce non rappresenta più una prospettiva comune, bensì una visione parziale. In secondo luogo – aggiungono – perché la montagna è un elemento paesaggistico che, per ovvie ragioni, da sempre si carica sulle spalle una gravosa valenza simbolica, capace di influenzare il pensiero collettivo: il messaggio trasmesso dai rilievi (…) dev’essere riadattato sulle caratteristiche e sulle necessità di un presente che non ha più bisogno di eclatanti dimostrazioni di fede, ma di maggiore apertura e sobrietà”.

“Le vette un territorio neutro”

Se dunque non vanno rimosse le croci già esistenti, anzi dal portale del Club alpino le campagne di rimozione vengono giudicate “inappropriate, perché porterebbero alla cancellazione di una traccia del nostro percorso culturale”, dall’altro “l’innalzamento di nuove croci” viene definito “anacronistico”. “Sarebbe più appropriato – si suggerisce – intendere le vette come un territorio neutro, capace di avvicinare culture magari distanti, ma dotate di uguale dignità”.

Le reazione delle destre

Apriti cielo. La “crociata” ha sollevato un putiferio. “Resto basita dalla decisione del Cai senza aver comunicato nulla al ministero (del Turismo, ndr). Non avrei mai accettato una simile decisione che va contro i nostri principi, la nostra cultura, l’identità del territorio, il suo rispetto. Invito il presidente del Cai a ripensarci”, ha commentato la ministra Daniela Santanchè.  “Una sciocchezza, senza cuore e senza senso, che nega la nostra Storia, la nostra cultura, il nostro passato e il nostro futuro”, ha sentenziato il ministro Matteo Salvini. E così via: “Provocazione ideologica”, “Spot da laicismo estremo”, “Proposta insensata”, “Offensivo prendersela con le croci”, hanno dichiarato deputati e senatori di Fratelli d’Italia.

La retromarcia 

E così, dopo ore di dibattito acceso, il presidente generale del Club alpino Italiano, Antonio Montani, ha dovuto precisare: “Non abbiamo mai trattato l’argomento delle croci di vetta in alcuna sede, tantomeno prendendone una posizione ufficiale. Quanto pubblicato è frutto di dichiarazioni personali espresse dal direttore editoriale Marco Albino Ferrari durante la presentazione di un libro. Personalmente, come credo tutti quelli che hanno salito il Cervino, non riesco ad immaginarmi la cima di questa nostra montagna senza la sua famosa croce. Voglio scusarmi personalmente con il ministro Daniela Santanché – ha aggiunto Montani – per l’equivoco e voglio rassicurare che per ogni argomento di tale portata il nostro ministero vigilante sarà sempre interpellato e coinvolto”.

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