Morte di Milva: Ilvia Maria e quei sogni da cantante che presero forma in Bolognina

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BOLOGNA. Non esisteva ancora Milva, ma semplicemente Maria Ilva (o Ilvia Maria, come voleva il parroco del Polesine che la battezzò nel 1939), quando alla fine degli anni Cinquanta la sua famiglia, i Biolcati, piccoli commercianti ferraresi di Goro, si trasferirono a Bologna per sbarcare il lunario e sperare in qualcosa di più grande. Il dna della cantante e della donna di spettacolo c’era già tutto: la madre aveva lavorato per breve tempo nella compagnia di Wanda Osiris; e forse, proprio per questo, nulla ebbe da eccepire sul fatto che la figlia iniziasse a studiare canto ad ampio raggio, dal repertorio lirico alle prime esibizioni in balera.

Quando la futura Milva decise di darsi alla canzone, spinta anche dalla sorella e da un impresario che la portò a Riccione, pensava ancora di essere un soprano mancato. La carriera le avrebbe dato ragione, perché la sua apparizione alla Scala, nel 1982 per il debutto de “La vera storia” di Luciano Berio, la fece entrare di diritto anche nella storia della grande musica, prima tappa di altre collaborazioni prestigiose, compresa quella con Astor Piazzolla, che in Milva vedeva una Maria de Buenos Aires nata, ovvero la protagonista dell’omonima Tango-operita in cui l’operaia Maria incontra i suoni seduttori di una metropoli affollata di perditempo, ladri e assassini, tra i suoni rapinosi e sensuali del bandoneon.

Proprio a Piazzolla fu dedicato un suo memorabile concerto al Teatro Comunale il 27 novembre 2003, accompagnata da un sestetto di tango. L’ultima apparizione di Milva a Bologna fu all’Arena del Sole nel 2012, non proprio un concerto ma una “fabula in musica” tratta da “La Variante di Luneburg” di Paolo Maurensig. Stanca e piegata da dolori alla schiena insopportabili – gli stessi che due anni prima l’avevano convinta a ritirarsi quasi definitivamente dalle scene – non rinunciò a due serate di impegno civile per riflettere, disse “su un passato mai sepolto in un presente che peggiora di giorno in giorno”.

È morta Milva, la “Rossa” della canzone d’autore

“Quando ho letto il romanzo sono rimasta folgorata – spiegò in quell’occasione la cantante -, ho seguito un filo che da Brecht mi portava al presente, in una linea di continuità fra le carneficine naziste e gli orrori dell’attualità, dalla strage in Norvegia a quella di Tolosa”, dove nel 2012 trovarono la morte tre militari e quattro civili di fede ebraica. Il testo di quello spettacolo ruotava infatti attorno alla storia di un ex ufficiale nazista, abile giocatore di scacchi, trovato morto nel giardino di una villa di Vienna, alcuni anni dopo la disputa di una partita la cui posta in gioco era la vita degli internati nel lager. Erano dieci brani, “un po’ tristi, un po’ allegri, un po’ ironici”, in quello stile un po’ Kabarett un po’ canzone civile che ha sempre attraversato la carriera di Milva, come quando il 30 ottobre 1988 cantò “Alexanderplatz” a Berlino est al Palast der Republik, un anno prima della caduta del muro.

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Malata da tempo di Alzheimer, Milva è morta a 81 anni nella sua casa di via Serbelloni a Milano, ma non aveva mai dimenticato Bologna, dove acquistò anche la sua prima casa da sola, in via Ferrarese, a due passi da via Bigari, in piena Bolognina – l’ex quartiere operaio in cui avvenne la storica svolta del Pci – dove presero forma tutti i suoi sogni.

I messaggi di cordoglio

“Con Milva scompare un’interprete raffinata e straordinaria. Una voce intensa e inconfondibile, amata dal pubblico e che in oltre mezzo secolo di successi ha calcato i palcoscenici di tutto il mondo, dividendosi tra musica leggera, d’autore e opere teatrali”. Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, esprime il suo cordoglio per la morte cantante e attrice teatrale. “Una figlia dell’eccezionale tradizione canora dell’Emilia-Romagna, dove iniziò la propria carriera tra i locali del ferrarese e di Goro, il suo paese natale”.

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