Morto in carcere a Torino dopo aver perso 25 chili, aperta un’inchiesta. La Garante dei detenuti: “Sembrava Stefano Cucchi”

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Era entrato in carcere che pesava 80 chili ma ne aveva persi 30 in sei mesi e nel dicembre 2019  improvvisamente era morto, a 28 anni, nonostante un ricovero d’urgenza, che però è risultato tardivo. Il caso di Antonio Raddi era stato segnalato dalla garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, e ora i familiari stanno provando a far riaprire il caso e nei prossimi giorni si discuterà davanti al giudice l’opposizione all’archiviazione.

La procura di Torino, infatti, aveva aperto un fascicolo per omicidio colposo con quattro indagati e aveva dato due consulenze tecniche per chiarire le cause del decesso dell’uomo, detenuto al Lorusso e Cutugno da aprile per rapine, maltrattamenti ed evasione, e anche le modalità con cui era stato curato in carcere.

Era stato chiarito che la morte era avvenuta per sepsi  provocata da una polmonite da klebsiella che era improvvisamente degenerata. Secondo i consulenti lo stato di salute era molto peggiorato nel corso della detenzione e c’erano perplessità anche sul tipo di assistenza medica che aveva ricevuto.

L’uomo, con un passato di tossicodipendenza alle spalle, aveva iniziato a soffrire di anoressia, ma secondo i familiari gli agenti della polizia penitenziaria non avevano mai creduto al suo malessere, ritenendolo che fosse strumentale ad avere qualche beneficio. Ma non erano solo i parenti a chiedere un intervento.

Anche la garante, che da mesi seguiva il caso aveva denunciato: “C’è un drammatico peggioramento dello stato fisico e psichico. Ha bisogno di supporto psicologico, sostiene di avere visto solo una volta la psichiatra”. E aggiunge: “Ha le sembianze di Stefano Cucchi”. A fine novembre su un rapporto si legge che il detenuto “non riesce più a ingerire né solidi né liquidi”, poi inizia a muoversi con la sedia a rotelle, infine il compagno di cella riferisce che vomitava sangue.

Tuttavia secondo la procura anche l’atteggiamento poco collaborativo del detenuto aveva avuto un ruolo nella gestione della sua salute dal momento che, pur desiderando le cure, non aveva accettato il ricovero nel repartino delle Molinette. E solo all’ultimo dal carcere era stato mandato in ospedale, dove però è arrivato in condizioni disperate.

Per questo alla fine il pm Vincenzo Pacileo aveva chiesto l’archiviazione del caso sostenendo che il quadro clinico si era aggravato in modo irreparabile solo nelle ultime ore di vita. Ma la famiglia del giovane si è opposta e vuole far riaprire le indagini.

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