Mourinho il profeta di Roma e quella corsa sotto la Sud a 58 anni. Psicoanalisi di un “narcisista melanconico”

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“Oggi non ho avuto 58 anni, ma 10, 12 o 14: quando inizi a sognare una carriera nel calcio. E’ stata una cosa da bambino”. L’ha detto lui,  Mou, dopo quella corsa insensata, per uno splendido gol di El Shaarawy, a tempo quasi scaduto che valeva il 2-1 sul Sassuolo, ma alla terza giornata, non alla 37esima a un passo dal trionfo.

Alla terza giornata vedere Mourinho partire come un ragazzino e gettarsi nell’abbraccio sconosciuto di giocatori e tifosi, dà la dimensione di quel che sta capitando tra lui e Roma e la Roma. Mourinho diventa anche quello che le squadre gli chiedono di essere e quella curva Sud, effettivamente ipnotica, ha trasformato il suo modo di essere un profeta. Per capirlo si possono rileggere le parole di Massimo Recalcati, psicanalista interista che l’analizzava qualche mese fa.

Perché è stato lo Special One? In che cosa era speciale? 

“Non vorrei esagerare ma c’era in lui qualcosa di profetico.  È quello che i tifosi interisti hanno maggiormente amato. Chi sono i profeti? Coloro che portano verso un altro tempo, un’altra storia, verso una vita nuova, impensabile sino a quel momento. L’Inter di Mancini era stata formidabile a suo modo, ma non c’era ancora la forza pienamente in atto di questa dimensione profetica. La leadership era piuttosto quella di Ibra che non quella dell’allenatore. Il sigillo del triplete ha invece riportato l’Inter alle origini mitiche della sua grandezza. Ma è come se questo esito fosse già scritto con la venuta di Mourinho a Milano, con il suo primo piede posato alla Pinetina. È proprio questo l’aspetto profetico della sua persona”.

Non è un’esagerazione?

“Può essere. Ma è indubbio che Mourinho abbia riportato nell’Inter la forza originaria del suo mito, della grande Inter degli anni sessanta. Ma, diversamente dal mago Herrera e delle sue strambe trovate, Mourinho ha portato con sé un vero e proprio verbo profetico volendo fare l’Inter nuovamente grande, internazionalmente grande, ovvero all’altezza della sua storia, del suo mito, della sua origine”.

Lo è ancora “profeta”?
“L’ho seguito poco da quando ha lasciato l’Inter. Credo che però quell’aura si sia consumata a Milano”.

(afp)

Come è il suo stile di leadership?

“Profetico, appunto. La parola per Mou non è tanto o solo uno strumento di comunicazione di cui, tra l’altro, conosce assai bene gli usi e le tecniche, come gli è riconosciuto da più parti. La parola è per lui piuttosto il luogo di una evocazione. Evoca la forza della storia, della bandiera, della fede calcistica. Diversamente da una leadership alla Mancini che si è costruita su una fratellanza orizzontale, quella di Mourinho preserva una verticalità assoluta. Si pone come guida e non come consigliere. Sollecita in questo modo una identificazione idealizzante. Non tanto provocata da metodi autoritari”.

A chi assomiglia?

“La sua leadership non è paragonabile a quella di Capello, non è quella del sergente di Ferro. Potrebbe assomigliare a quella di Conte, ma è meno dionisiaca, più apollinea e più meditativa. È vero che anche in Mourinho troviamo l’impeto, lo scatto, l’energia senza freni ma la cifra ultima del suo stile è un’altra. In lui l’uso evocativo della parola prevale sulla pulsione. La sua parola sa essere una lama con gli avversari come sa mettere in moto il desiderio nel suo popolo. Fa sempre pensare che lui veda già quello che sta per accadere”.

(agf)

Uno dei suoi talenti è stato quello di creare sempre nemici esterni e di usare frasi ad effetto. Funzionano ancora queste cose?

“È un aspetto fondamentale del suo modo di essere. Evocare l’accerchiamento e la congiura, lo sappiamo, rafforza sempre l’unità interna, la cementifica. Ma la sua critica al sistema non è solo una tattica. Sottolinea invece la sua effettiva inassimilabilità antropologica alla norma. Nel bene e nel male Mourinho è sempre un po’ fuori, anche fuori da se stesso”.

Cosa succederà a Roma, città anarchica, che però alla fine ha vinto con uno come Capello? Riporterà l’ordine?

“Roma sarà per lui una destinazione ideale. Ma l’ordine non è proprio il messaggio prevalente nello stile di leadership di Mourinho. La sua azione non ha uno stampo patriarcale, di tipo edipico. La sua parola prevalente è quella della fede. Di nuovo tocchiamo l’aspetto profetico del suo stile. Roma è per eccellenza la città del mito e della fede. Per lui sarà come trovarsi a casa. Temo forse anche più di Milano. Se avesse avuto Totti ancora tra le mani sono certo che gli avrebbe allungato la carriera e non escludo non lo chiami con se affidandogli qualche ruolo. Mourinho nella città eterna trova la sua collocazione ideale. Esagero vero?”

Quanto è cambiato il suo modo di interpretare il ruolo rispetto agli anni dell’Inter?

“Non saprei rispondere seriamente. Come tifoso interista chi lascia la maglia non mi interessa più tanto. Mourinho compreso. Dirò qualcosa di assai poco political correct: faccio fatica anche a guardare la nostra nazionale se non gioca almeno un giocatore dell’Inter! Pessimo esempio, vero?”

(afp)

La sua personalità non è diventata più forte del suo gioco?

“La mia impressione è che la sua personalità coincida perfettamente con il suo gioco. Accanto al lato profetico c’è, come in tutti i grandi, qualcosa di torbido, inquieto, buio. Non per fare della facile fisiognomica ma l’espressività curatamente sfatta del suo volto lo trasmette inequivocabilmente. Da una parte la visione, la luce, dall’altra l’abisso, la notte. In tutte le personalità profetiche troviamo questa doppia anima. Il gioco delle sue squadre riflette esso stesso questa alternanza di buio e di luce.

Può rendere un catenaccio splendido ed epico come una grande fortezza medioevale – ho ancora in mente la partita in trasferta contro il Barcellona nell’anno della vittoria della Champions -, ma può anche lasciare disperse forze luminose straordinarie, come mostrano i passaggi poco felici a Madrid e a Londra. Mou è l’uomo del sottosuolo. Attraversato da forze pulsionali profonde. Ma è anche un uomo dell’oceano. Appartiene ad un popolo di navigatori e conquistatori. Ma è anche un uomo che conosce la più profonda solitudine. È un uomo che si presenta sempre
solo contro un destino avverso. È una figura tragica, perfetta per una squadra come l’Inter o anche come la Roma, meno,
forse, per una come il Real Madrid”.

(agf)

Spesso è stato definito un perfezionista.

“L’immagine dell’allenatore perfezionista non mi convince. Non c’è in lui l’equilibrio metodico e razionale dell’allenatore anglosassone o tedesco. Per nulla. Piuttosto la trance, la sofferenza, l’estasi. Insomma sentimenti profondi. Eppure la superficie della sua immagine non appare mai del 69 tutto sconvolta come accade per esempio in grandi allenatori come Trapattoni o Conte. Il suo senso della tragedia
è probabilmente più profondo della sua stessa immagine. C’è qui qualcosa che va al di là del calcio. Una dimensione filosofica. Il gioco del calcio diventa davvero con lui il gioco beffardo ed estatico della vita”.

Da interista ma anche da ammiratore di Mou che cosa si augura?
“Mi auguro davvero che porti la Roma alla vittoria, ma non subito. Lasci che almeno l’Inter arrivi con l’ottimo Simone Inzaghi, ex laziale, al suo ventesimo scudetto…”.

Una definizione psicoanalitica della sua personalità?
“Un narcisista melanconico. Lo dico, ovviamente, come una battuta e con il massimo rispetto”.



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