Myanmar, Aung San Suu Kyi ha vinto tutto. Ma i militari minacciano il golpe

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BANGKOK – Manca meno di una settimana all’attesa inaugurazione del nuovo Parlamento del Myanmar che vedrà la sontuosa aula nella nuova capitale Nayipydaw gremita ancora più che nel 2015 di deputati della Lega nazionale per la democrazia guidati dalla loro celebre leader Aung San Suu Kyi.

 

L’ex eroina dei diritti umani

L’8 novembre scorso la 76enne Nobel per la Pace ed ex eroina dei diritti umani ha assicurato al suo partito un altro plebiscito e tornerà a rivestire l’incarico di Consigliere di Stato. E’ un ruolo inventato appositamente per lei perché la Costituzione scritta 14 anni fa dai generali vieta di diventare presidente a chi sposa uno straniero, anche se fu la sua liberazione a far uscire il paese dall’isolamento internazionale e permettere elezioni più o meno libere dopo oltre mezzo secolo di dittatura. Ancora oggi la bilancia del potere non rispecchia però i rapporti di forza usciti dalle urne, che hanno attribuito alla sua Lnd una schiacciante maggioranza di 258 deputati su 440, tre in più del voto precedente. Sono seggi tolti in gran parte al partito dei militari USDP, che ne ha persi 4, oltre che ai partiti etnici incapaci di far sentire anche stavolta la loro voce sia a livello regionale che nazionale.

 

Le divise verdi tra gli abiti colorati

Quando il primo febbraio si riuniranno in seduta plenaria le due camere del Pyidaungsu Hluttaw (440 membri della Camera bassa o “Casa dei rappresentanti” e 224 senatori della “Casa delle Nazionalità”), dalla soverchiante platea di uomini e donne in abiti civili e variopinti abbigliamenti tribali spiccheranno come un allarmante monito le divise verdi dei militari non eletti ma imposti dalla stessa Costituzione.

Loro compito è dichiaratamente quello di mantenere il paese con 54 milioni di anime sotto il controllo dell’esercito e impedire di riscrivere una Carta magna che gli assegna il 25 per cento di ogni istituzione, non solo a Nayipydaw ma anche nelle Assemblee regionali, convocate il 9 dello stesso mese nei sette Stati a maggioranza etnica (quattro dei quali afflitti da sanguinose guerriglie separatiste) e nelle sette regioni dominate dalla maggioranza Bamar o birmana, l’etnia buddhista di Suu Kyi e dei 500mila soldati disseminati ovunque sul territorio dell’Unione del Myanmar.

 

Le minoranze etniche

Anche in questo secondo mandato della Lega il processo democratico sarà viziato non solo dalle regole imposte sulla carta dai generali che controllano 4 ministeri chiave e una vicepresidenza, ma dalle stesse contraddizioni mai risolte di un sistema elettorale che privilegia le maggioranze, con un governo formato dal 99 per cento di Bamar. A parole i democratici di Suu Kyi e gli stessi militari intendono applicare le regole del federalismo e si sono scontrati più volte in Parlamento sulle riforme della Costituzione. Ma nei fatti hanno seguito analoghe politiche discriminatorie, come ha dimostrato la protezione offerta dalla Lega alle truppe che nel 2017 hanno massacrato e costretto alla fuga 750mila Rohingya dall’Arakan.

L’esclusione delle minoranze da ogni potere decisionale è stato dimostrato dal precedente governo a maggioranza Lnd dove c’era solo il ministro degli Affari etnici Naing Thet Lwin, di razza Mon, a rappresentare una vasta popolazione non birmana. Ma neanche stavolta la Lnd sembra intenzionata a mantenere le promesse di una più equa distribuzione degli incarichi.

Zaw Myint Maung, vicecapo del partito vittorioso, ha già detto che sarà rispettato l’articolo 261 della Costituzione con il quale si attribuisce al presidente, un uomo legatissimo alla “Consigliera di Stato”, il potere di nomina non solo del Gabinetto nazionale ma anche dei Capi ministri nelle assemblee regionali dell’Unione. E’ già successo nel 2015 in due degli Stati più grandi, lo Shan e il Rakhine (chiamato Arakan in lingua locale) nonostante il grosso dei consensi fosse andato ai partiti etnici.

Qui, dove è in corso un semi-fallimentare processo di pace, oltre che nelle turbolente terre dei Chin, Kachin e Karen, sono stati cancellati l’8 novembre scorso del tutto o parzialmente oltre un milione di voti in 56 cosiddette “townships” – o grandi municipalità – su 330. La scusa è stata quella dei conflitti separatisti in corso e l’emergenza del coronavirus, che ha impedito spostamenti e assembramenti di popolazioni spesso costrette a esodi di massa per sfuggire agli scontri tra esercito e gruppi armati locali.

Il sistema di voto birmano supervisionato da una Commissione elettorale nominata e condizionata dalla Lnd è inoltre basato su una formula maggioritaria come quella invocata in Italia dalle destre, incompatibile con il principio di rappresentanza proporzionale dei candidati emersi vittoriosi da una competizione che ha visto in lizza ben 90 partiti, in gran parte incapaci di raggiungere il quorum necessario per una rappresentanza parlamentare. Il meccanismo favorisce infatti la concentrazione dei voti nelle più popolose township piuttosto che nelle aree rurali delle minoranze, e non a caso più del doppio di queste circoscrizioni municipali ricadono nelle regioni dei Bamar: 207 contro le 123 dei sette Stati etnici.

La sproporzione è evidente sia nel Parlamento – dove i deputati locali eletti sono stati 31 – che nella loro misera rappresentanza del Senato, 16 seggi, ma anche nelle Assemblee regionali dove hanno vinto appena 47 poltrone. E’ successo ad esempio che il Karen National Democratic Party non ha potuto ottenere nessun seggio del suo Stato pur avendo ottenuto più voti del partito dei generali. Ma per capire ancora meglio le disparità causate dal “maggioritario”, la Lnd ha ottenuto tra i Karen sei seggi della Camera con 330000 voti, mentre nella terra dei Chin ne sono bastati 100000 per ottenerne otto.

Altri casi eclatanti di violazione dei principi di rappresentanza democratica si sono verificati in numerosi piccoli centri abitati dove le popolazioni locali sono state letteralmente invase alla vigilia delle elezioni da battaglioni di militari che hanno potuto recarsi alle urne condizionando il risultato a favore dell’Usdp grazie a una norma che permette di far votare anche i non residenti stabili. E’ successo, tra i tanti, nel villaggio di Swanparabwan, poco più di 1000 anime, dove 400 soldati giunti ad agosto hanno impedito al rappresentante del Partito popolare Kachin Kspp di essere eletto dalla gente del posto.

Ad influire sul risultato deludente dei partiti etnici che sono rimasti divisi pur avendo tentato inutilmente di coalizzarsi, è stata in buona parte la stessa decennale guerra civile che ha creato nei loro territori oltre 2 milioni di sfollati, ben pochi dei quali hanno potuto raggiungere le urne dagli isolati campi profughi dove sono stati costretti a nascondersi. Molti altri, come i musulmani Rohingya spinti dalle stragi dell’esercito a rifugiarsi in Bangladesh, sono privi di cittadinanza e degli stessi diritti elettorali, così come sono stati esclusi gli sfollati di tutte le etnie fuggiti in Cina, India e Thailandia.

Dalle aree più povere delle minoranze provengono inoltre tra i 4 e i 5 milioni di lavoratori impossibilitati a votare perché spinti a emigrare all’estero da fame e conflitti causati dalla pesante occupazione dei militari che si appropriano – spesso con la complicità implicita di paesi stranieri compresi quelli occidentali – di terreni e risorse naturali quali le miniere di giada, rubini, oro e rame negli stati Kachin e Shan o del gas naturale al largo dell’Arakan. Senza contare le dighe in gran parte cinesi che per lunghi periodi dell’anno privano le popolazioni di un bene prezioso come l’acqua.

 

Manca un vero successore

L’ulteriore paradosso è che, in assenza di un’istituzione indipendente capace di contestare regolamenti e decisioni prese dalla Commissione elettorale, gli stessi rappresentanti dei candidati in uniforme sconfitti accusano il partito di Suu Kyi di aver “rubato” oltre 7 milioni di voti. Il comandante generale dell’esercito Min Aung Hlaing ha perfino accennato alla possibilità di un golpe se non dovesse essere garantito – ha detto – il “ruolo di leadership politica nazionale dei militari” e l’impegno del governo a “proteggere razza e religione”, ovvero maggioranza Bamar e buddhismo. Per questo la Nobel della Pace, che al termine di questo mandato avrà 81 anni senza un successore, dovrà continuare a muoversi con i piedi di piombo come ha fatto finora.

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