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Nazionale, arriva lo sponsor per blindare Mancini

La Republica News
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Gravina punta a chiudere l’accordo per il prolungamento del contratto di Mancini ben prima dell’Europeo di giugno, possibilmente entro fine aprile o metà maggio, cioè nei prossimi ventisette giorni. Nelle intenzioni del presidente della Figc il ct della Nazionale va blindato ben oltre la scadenza del contratto attuale, che coincide col Mondiale invernale del 2022 in Qatar. L’orizzonte ipotizzato è il Mondiale 2026 o come minimo l’Europeo 2024. La novità è che il sempre più probabile cambio di sponsor tecnico, con l’avvicendamento tra Puma e Adidas proprio a partire dal 2023, potrebbe diventare il migliore alleato di Gravina nella trattativa.

Per il ritocco dell’ingaggio, inevitabile approdo di un legame di questa durata con un allenatore conteso sul mercato internazionale come il ct, servono maggiori risorse economiche. Ma la Figc, ente di diritto pubblico, non può superare certi tetti di spesa. Non è dunque escluso che il nuovo sponsor possa contribuire all’integrazione dello stipendio del commissario tecnico. Accadde già con Puma all’epoca di Conte. Potrebbe succedere di nuovo con Adidas per Mancini.

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Il duello con Flick

Lo scenario è noto e il trasloco di Flick dal Bayern alla Nazionale tedesca, dove succederà a Loew formidabile esempio di longevità alla guida della Germania (15 anni), lo arricchisce di nuove suggestioni. Gravina ha da tempo annunciato la volontà di blindare il ct azzurro per un ciclo complessivo lungo almeno quanto quello di Valcareggi (8 anni) e secondo soltanto a quelli storici di Pozzo e Bearzot. Con le vittorie, con la scalata rapidissima fino al settimo posto della classifica Fifa e soprattutto con la rivoluzione tattica del suo sistema offensivista, Mancini ha restituito alla Nazionale la passione degli italiani, valorizzandone nel contempo il marchio anche a livello commerciale. La Figc non vuole dunque rischiare di perdere il commissario tecnico e conta di convincerlo a un matrimonio più duraturo del normale attraverso la certezza di un progetto indipendente dai risultati: fatto salvo che l’Italia deve tornare al Mondiale dopo la clamorosa assenza del 2018, l’idea è che il destino di Mancini non possa essere legato all’esito dell’imminente Europeo o della fase finale del Mondiale, ma che gli vada data la possibilità di completare il percorso di rinnovamento iniziato con una generazione di talenti che verosimilmente toccheranno l’apice sportivo proprio nel 2026. Inoltre il suddetto passaggio a fine stagione di Flick dal Bayern campione d’Europa e del mondo in carica alla Mannschaft tedesca testimonia che il fascino delle Nazionali resta notevole anche per gli allenatori più in voga. Tuttavia Gravina, il cui mandato scade nel 2025, sa che l’ostacolo inconfessato quanto palese, nella trattativa in corso, è rappresentato dalle inevitabili offerte dei club a Mancini, accostato già l’estate scorsa alla Juventus e alla Premier League. Il ct ha oggi un contratto da circa 2 milioni di euro l’anno fino a fine 2022 e i principali club d’Europa possono offrirgli almeno il doppio.

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Formula Conte

La Figc non può competere sul piano economico con una concorrenza del genere ed è qui che entra in scena non solo l’ipotesi di una maggiore flessibilità nei diritti d’immagine (per consentire al commissario tecnico eventuali accordi individuali in ambiti che non confliggano con gli sponsor della Federazione), ma soprattutto il marketing: sono gli introiti del settore, in crescita, a potere garantire l’assist decisivo alla Federcalcio. L’ipotesi è quella di un’integrazione nello stipendio, secondo formula non dissimile da quella che nel 2014 l’allora presidente federale Tavecchio e i consulenti di Antonio Conte misero a punto. All’epoca fu Puma, lo sponsor tecnico tuttora in carica, a integrare il contratto del ct (1,5 milioni netti di euro l’anno fino al 2016) con 2 milioni, più 1 altro per la qualificazione all’Europeo. La nuova formula sarebbe ancora da definire e andrebbe eventualmente in vigore dal 2023, ma l’ipotesi appare viva. La potrebbe favorire l’avvicendamento tra sponsor tecnici, alle viste proprio dall’1 gennaio 2023, quando Puma, la multinazionale tedesca che dal 2003 firma le maglie degli azzurri e che in questi 18 anni ha colto l’indelebile successo del Mondiale 2006, dovrebbe cedere il testimone agli storici cugini-rivali di Adidas.

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Le indiscrezioni sulla vicenda raccontano di un robusto incremento degli introiti per la Federcalcio –  da 19 milioni l’anno ad almeno 23, ma c’è chi ipotizza addirittura 35 – il che collocherebbe l’Italia in Europa alle spalle soltanto di Francia (la statunitense Nike, 51), Germania (Adidas, 50) e Inghilterra (Nike, 37) e nel mondo dietro l’imprecisato contratto del Brasile con Nike. A proposito di Brasile, Puma ha trasformato nel 2020 Neymar nel suo testimonial, con un contratto da 25 milioni a stagione. Oltre a formare con le prime, seconde, terze e a volte quarte maglie delle squadre di calcio un caleidoscopio, nel quale i tifosi stessi ormai si disorientano un po’, gli sponsor tecnici rappresentano da qualche decennio una fonte di introiti primaria per club e Nazionali, queste ultime obbligate a pianificazioni commerciali almeno da un quadriennio all’altro, da un Mondiale all’altro. La loro battaglia a colpi di milioni, anche durante questa crisi finanziaria causata dalla pandemia, resta con la guerra per i diritti tv il più evidente segnale della forza del calcio business.



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