‘Ndrangheta, condannato a 5 anni il senatore di Forza Italia Siclari

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Cinque anni e quattro mesi di condanna e interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver chiesto e ottenuto i voti dalla ‘Ndrangheta. È una pena pesante, anche superiore ai 4 anni chiesti dai pm, quella inflitta oggi al senatore di Forza Italia, Marco Siclari, imputato nel maxiprocesso antimafia con rito abbreviato Euphemos. 

Diretta dal procuratore aggiunto Gaetano Paci e dal pm Giulia Pantano, l’inchiesta ha fatto luce sulla costola di Sant’Eufemia del potente casato mafioso degli Alvaro, svelandone anche gli addentellati economici, politici e istituzionali. È a loro, emerge dalle indagini e ha confermato oggi il giudice, che il senatore si sarebbe rivolto per raccogliere le preferenze necessarie per approdare a Palazzo Madama.  

A fare da tramite, il dottore Domenico Galletta, che per conto di Siclari, va a bussare alla porta di Domenico Laurendi, oggi condannato a 20 anni, che di quella costola degli Alvaro è il capo, il mandatario elettorale e il responsabile dei rapporti con soggetti appartenenti alla massoneria. E all’epoca, per i suoi legami con il clan era già sotto processo. Ma ugualmente viene invitato e si presenta alla segreteria politica del futuro senatore.  

Impossibile, aveva valutato il giudice per le indagini, che Siclari non sapesse chi aveva di fronte. Dunque per quale motivo cercare il contatto con “un esponente della criminalità organizzata, notoriamente già arrestato e sub judice per il reato di partecipazione all’agguerrita cosca degli Alvaro”? Uno solo, a detta del giudice. Laurendi “avrebbe potuto assicurare una sacca di suffragi di assoluto rilievo e lo avrebbe fatto mobilitando la cosca di appartenenza col metodo mafioso”.  

E confermarlo poi ci ha pensato proprio il capo degli Alvaro di Sant’Eufemia, che nel corso delle settimane successive si è prodigato – intercettato –   nel distribuire indicazioni di voto. “Questo qua è in Forza Italia, questo amico mio, questo è un dottore, Marco Siclari, di qua, quello che ha i supermercati qua a Reggio e cose, ed è a Roma” diceva ai suoi, cui ordinava “Forza Italia gli meni al Senato, alla Camera c’è Luigi (Fedele, allo stato non indagato ndr)”. E dopo il voto, sono arrivati i festeggiamenti per la vittoria. “Ha superato anche il candidato del paese” commentava soddisfatto Laurendi.  

E il neosenatore? Di certo non si è mostrato irriconoscente. Anzi, si legge nelle carte di indagine, si è mostrato “ossequiente e acquiescente alle sue richieste anche di incontri, piuttosto che tenersi lontano anni luce da un personaggio di quella fatta come sarebbe stato fisiologico, se quei voti gli fossero piovuti dal cielo”. E subito si è messo a disposizione quando sono arrivate le richieste da parte del clan, a partire dal trasferimento a Messina – puntualmente avvenuto – di una dipendente di Poste italiane, parente di uno degli uomini di punta del clan di Sant’Eufemia, per la quale è stato creato addirittura un posto ad hoc.  

Tutte carte che il Senato ha avuto modo di esaminare già due anni fa, quando i magistrati hanno chiesto per Siclari i domiciliari. L’istruttoria è stata aperta, sulla questione si è arrivati a dibattere, ma una deliberazione al riguardo non c’è stata mai. Nel frattempo, il processo è andato avanti fino alla condanna del senatore, che al suo incarico non ha mai pensato di rinunciare. Almeno fino ad oggi.  

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