Né veti né rimpasti dopo l’elezione di Mattarella: così Draghi vuole disinnescare la mina Salvini

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ROMA – Il primo passo è stato quello di resettare gli ultimi tre mesi, consumati nel progetto sfumato del Quirinale. Il secondo passo sarà compiuto da Mario Draghi per mostrare plasticamente cosa intende quando progetta il rilancio del suo governo. Non sarà facile, pesano le scorie della battaglia. Ma il presidente del Consiglio vuole giocare una nuova partita, libero dallo schema quirinalizio. Non accetterà di fallire, né di mediare. Vuole riprendere in mano l’agenda, forte di una convinzione: in tutti i partiti della maggioranza esiste un’anima governista – grande o piccola che sia – su cui di certo fare affidamento. E l’ombrello di Sergio Mattarella sembra garantire che quello in carica sarà l’ultimo premier della legislatura.

L’agenda del Presidente Mattarella

Dalle riforme al Pnrr, corsa contro il tempo per la ripartenza

Cosa fare, come farlo, con chi farlo? Dopo il week end trascorso a Città della Pieve, il presidente del Consiglio costruirà un percorso per rispondere ai tre interrogativi. Il “cosa”, in realtà, è già chiaro. Sono le tre emergenze indicate l’altro ieri dal Capo dello Stato al momento della rielezione: economica, sociale e sanitaria. Il “come” è invece passaggio più complesso, perché incrocia il caos politico sotto cui rischiano di finire sepolte alcune leadership.

Nulla è sereno, in queste ore. Non lo è – e non potrebbe essere altrimenti – il rapporto tra la galassia draghiana e quella che ha boicottato la sua scalata al Colle. I primi potrebbero sottoscrivere il punto di vista riassunto ieri dal Financial Times – «una classe politica egoista che ha evitato il disastro all’ultimo momento» – mentre i secondi ripetono gli argomenti contro i tecnici elencati ieri da Pier Ferdinando Casini su Repubblica. Non è serena, soprattutto, la dinamica tra i ministri schierati con Draghi e quelli che l’hanno sgambettato.

La Lega sembra culla di disgregazione imminente. Matteo Salvini ha già chiesto un rimpasto, ed è probabile che lo ripeta al premier, se verrà ricevuto nei prossimi giorni. Aveva ad esempio in mente di sostituire Luciana Lamorgese con il prefetto Matteo Piantedosi. Non lo otterrà, perché il presidente del Consiglio non intende concedere staffette tra ministri. Ma il problema è, se possibile, ancora più profondo. E riguarda la battaglia tra il segretario e i suoi ministri, con potenziali ripercussioni sul governo.

Il premier non può entrare direttamente nella contesa, anche se gode di un rapporto privilegiato con Giancarlo Giorgetti. Di certo, il responsabile dello Sviluppo – che ha perso la battaglia per Draghi al Colle – non si è dimesso anche per non indebolire il governo. Resta il fatto che è stanco di essere puntualmente smentito dal suo leader e di dover sostenere in Consiglio dei ministri tesi che non condivide soltanto allo scopo di non spaccare il Carroccio. Resterà soltanto se gli sarà garantito un margine di azione da via Bellerio. Ma è chiaro che quella mossa nasconde una dinamica che va preparandosi: Salvini che alza il prezzo con l’esecutivo, Salvini che tira la corda fino a provare a spezzarla, Salvini isolato nel partito (i governatori gli sono compattamente ostili) che prepara una campagna elettorale con almeno un piede fuori dalla maggioranza. Giorgetti non intende restare in mezzo al fuoco incrociato, perché già sa che Draghi non arretrerà e non subirà ultimatum.

Se la Lega traballa, Pd e Forza Italia non allarmano e semmai promettono sponda a Draghi. Sul fronte giallorosso preoccupa piuttosto la battaglia interna al Movimento. Giuseppe Conte ha dimostrato, come e quanto Salvini, di non voler concedere al premier il Colle. Difficile che scelga la strada dello scontro in campo aperto, ma la sfida interna con Luigi Di Maio potrebbe concretizzarsi in duelli sui nodi dell’agenda e aprire crepe nell’esecutivo.

I temi, allora. L’attenzione di queste ore è dedicata soprattutto al Pnrr. L’ex banchiere fa della realizzazione dei piani italiani una questione quasi personale: non accetta l’idea che si possano perdere risorse. Al Piano lavora il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli. Sarà Draghi a convocare nei prossimi giorni i ministri che detengono i dossier per chiedere conto di eventuali ritardi nei progetti, precondizione per ottenere tutti i fondi della tranche di fine giugno 2022.

Rispettare le promesse assunte sul Pnrr significa anche rassicurare Bruxelles. Per l’ex banchiere è una priorità anche per un’altra ragione: si sta per aprire la grande sfida della riforma del Patto di stabilità. Il prossimo Consiglio europeo è fissato a marzo e la presidenza francese vuole avviare il confronto. L’altro nodo di politica economica è quello della riforma delle pensioni. Dopo la soluzione tampone di fine anno, sarà presentato un testo che superi il sistema delle quote – con correttivi per alcune categorie – e rivoluzioni anche il meccanismo previdenziale per i più giovani. Se necessario, si rimetterà mano anche al superbonus, nonostante i 5S.

La pandemia, naturalmente, è la grande incognita del 2022. La curva sembra addolcirsi. Una volta scavallato il picco di Omicron e accertata la tenuta del sistema sanitario, si procederà a una progressiva riduzione delle misure più drastiche. C’è da capire il destino del Green Pass e da rivedere le regole della quarantena dei positivi.

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