Nessuno è al sicuro con la crisi climatica

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Martina Camporelli inaugura una rubrica di testimonianze dalla Cop26 di Glasgow. La redazione di Green&Blue è pronta a ricevere contributi, anche multimediali, da Glasgow. Mandate video, foto, testimonianze a redazione@green&blue.it

Dopo due lockdown e diversi scioperi globali per il clima, ci siamo: è iniziata la COP26. Attiviste e attivisti da tutto il mondo si stanno concentrando a Glasgow, dove i “leader” internazionali di circa 200 nazioni si sono riuniti per discutere della più grande minaccia che l’umanità abbia mai affrontato: la crisi climatica. Le COP, Conferences of Parties (Conferenze delle Parti), sono gli incontri annuali dei firmatari dell’UNFCCC, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. La Convenzione e nata nel 1992 al cosiddetto Summit della Terra a Rio de Janeiro. Questo ci fa capire il primo grosso problema delle COP: e dal 1992 che l’ONU ha riconosciuto il pericolo e l’imminenza della crisi climatica e 29 anni dopo i governi mondiali stanno ancora parlando.

Dalla Sicilia a Glasgow, nessun posto è più sicuro

Ormai gli effetti dell’emergenza climatica sono evidenti. È un’emergenza complessa che si manifesta in diversi modi. In Italia per esempio assistiamo già ad ondate di calore estreme ma anche piogge torrenziali e uragani sempre più intensi e frequenti. Fenomeni atmosferici estremi come Medicane, l’uragano che ha devastato la Sicilia, saranno sempre di più parte della nostra quotidianità. Dovremo prepararci al peggio e rinunciare alla normalità come la intendiamo oggi. In altre parole, se non fermiamo subito la crisi climatica, saremo in una perenne zona rossa.

Oggi in TV ho sentito una testimonianza proprio dalla Sicilia. Si parlava di tutte quelle persone vulnerabili che stanno facendo fatica ad accedere a cure mediche fondamentali a causa dell’allagamento. Stiamo già pagando sulla nostra pelle le conseguenze di anni di scelte economiche sfrenate che hanno causato il riscaldamento dell’atmosfera. Noi giovani le pagheremo ancor di più. Coloro che vengono dai Paesi più colpiti dalla crisi climatica (noi attivisti li chiamiamo “MAPA”, acronimo che sta per Most Affected People and Areas, le persone e le aree più colpite) le pagano già da tempo più dei paesi meno colpiti, che, ironicamente, sono quelli abbastanza benestanti da potersi adattare almeno in minima parte e che hanno causato il riscaldamento globale con le loro emissioni di gas serra.

Da Medicane cogliamo tre considerazioni fondamentali che dovrebbero orientare i leader alla COP. Uno: la crisi climatica diventerà e sta già diventando una crisi sanitaria. Due: la crisi climatica è una questione di giustizia ed equità. Tre: nessun posto è più sicuro.

Dal G20 alla COP, le parole non bastano più

Mi avvio a Glasgow con queste considerazioni stampate nella mente. Vedere molti che esultano per i risultati del G20 mentre in Sicilia la gente fa fatica ad avere cure mediche mi fa quasi piangere dalla rabbia. I “grandi” 20 hanno “ribadito” che bisogna tenere l’aumento della temperatura sopra i livelli pre-industriali entro 1.5 gradi, riconoscendo semplicemente che gli scienziati del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC, in poche parole il corpo scientifico dell’ONU che valuta e accorpa tutta la scienza del clima e le maggiori scoperte a riguardo) hanno ragione. Ok. E ora?

Ovviamente poteva andare peggio, i leader del G20 potevano esprimersi contrariamente alla migliore scienza sul clima disponibile ad oggi. Il problema però è che non possiamo più accontentarci dei piccoli passi e delle negoziazioni al ribasso. L’ultimo report dell’IPCC parlava di “codice rosso” sul clima, ma di azioni da codice rosso non se ne vedono. Non si vedono i tagli ai sussidi ai combustibili fossili. Non si vede il disinvestimento da tutte le fonti fossili (dal carbone al gas, che in Italia viene spacciato come energia pulita). Non si vedono i 100 miliardi annui promessi nel 2009 ai paesi più colpiti dalla crisi climatica per adattamento e risarcimento dei danni e delle perdite causati dagli impatti dell’emergenza clima. Al momento si vedono solo dichiarazioni e foto di gruppo.

Ci faremo sentire e ci dovranno ascoltare

La diplomazia e gli equilibri internazionali sono difficili e delicati. Ma la crisi climatica non rispetta i tempi del multilateralismo. E il multilateralismo a doversi adattare ai tempi che la crisi che noi stessi abbiamo causato ci impone. Le negoziazioni della COP26 devono trattare l’emergenza clima come una vera emergenza. Per farlo è fondamentale ascoltare le voci e le storie di chi è già colpito dalla crisi climatica, i MAPA.

Fridays For Future lavora da tempo per mettere al centro del movimento internazionale le voci degli attivisti MAPA. Sono loro che hanno organizzato la grande marcia di venerdì 5 novembre insieme a Fridays For Future Scozia. Sono loro che tutti noi — politici e attivisti — dobbiamo ascoltare. Non usciremo da questa crisi senza cambiare sistematicamente il modo in cui ci relazioniamo tra di noi e con il resto delle specie sul pianeta. Senza una transizione giusta ed equa, le misure palliative volte a mantenere la crescita economica sfrenata non basteranno.

Ripetiamo questi concetti ormai da tre anni, ma incredibilmente il messaggio ancora non è arrivato al destinatario. O il destinatario non ha ancora voluto ascoltarlo. Se c’è ancora bisogno di chiedere una transizione seria, rapida e giusta, anche a Glasgow ci faremo sentire. Sperando che chi sta prendendo decisioni sulla nostra pelle inizi ad ascoltare davvero.

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