New Development Bank, la banca dei Brics. Perché dopo 10 anni non è ancora decollata

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Quello che so sui mercati finanziari e l’economia l’ho imparato lavorando per una delle principali Sim di Piazza Affari, le società che comprano e vendono i titoli in Borsa per i grandi investitori. L’ho portato con me quando sono diventato giornalista di Repubblica dove, tra le altre cose, mi sono occupato di inchieste e grandi scandali come quello di Parmalat, contribuendo a smascherare i suoi bilanci falsi. Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo. Se volete scrivermi, la mia mail è [email protected]. Buona lettura

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

Doveva essere il braccio finanziario dei Brics, capace di mettere in piedi un sistema alternativo al dollaro e alle istituzioni che più dipendono dai Paesi occidentali, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Ma a dieci anni dal suo lancio, la New Development Bank non è ancora riuscita a decollare e creare una vera alternativa ai circuiti finanziari dominati da Usa, Europa e Giappone.

La nascita. L’annuncio della creazione della banca è arrivato nel 2014 e il suo primo meeting si è tenuto a luglio dell’anno successivo. I Paesi fondatori sono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica che hanno sottoscritto 10 miliardi di dollari ciascuno di capitale, per un totale di 50 miliardi.

La fondazione è avvenuta in una ricorrenza significativa, perché è caduta esattamente 70 anni dopo gli accordi di Bretton Woods, quegli accordi che nel 1944 diedero vita alle due istituzioni con le quali la New Development Bank si pone in competizione, ovvero la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, diventata poi la Banca mondiale, e il Fondo monetario internazionale nato con il compito di mantenere un sistema di tassi di cambio fissi incentrati sul dollaro statunitense e, all’epoca, sull’oro.

Un sistema occidentale. Da allora tutto è cambiato tranne le due istituzioni. Per un tacito accordo tra gentiluomini, la Banca mondiale è da sempre guidata da un presidente statunitense e il Fondo monetario da un europeo. E nonostante i pesi mondiali siano cambiati e gli equilibri si siano evoluti, il potere di voto all’interno dell’Fmi è rimasto immutato con gli Stati Uniti che con il loro 16% contano quanto tutti i Brics messi insieme che arrivano al 15%.

I Brics +. Il confronto è ancor più stridente con il recente allargamento dei Brics che con l’aggiunta di Etiopia, Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti e forse di Arabia Saudita arrivano a concentrare il 44% della popolazione mondiale (3,6 miliardi di individui), il 38% del Pil e il 44% della produzione di petrolio.

All’allargamento dei Brics è corrisposto anche un ampliamento della New Development Bank a cui si sono aggiunti tre nuovi azionisti, l’Egitto, il Bangladesh e gli Emirati Arabi Uniti con un ulteriore apporto di capitale per circa 2 miliardi di dollari.

Le finalità della New Development Bank. L’obiettivo della banca è di finanziare le infrastrutture e lo sviluppo sostenibile nei mercati emergenti. Attualmente le attività ammontano a 30 miliardi di dollari e supportano un centinaio di progetti. Il proposito è di arrivare a 350 miliardi entro il 2030 per poter scavalcare l’Fmi che gestisce circa 110 miliardi di dollari e la Banca mondiale che ha attività per 98 miliardi di dollari.

Dove e come investe. Gli investimenti più consistenti sono stati effettuati in Cina che conta per il 26% della torta, seguita da India (24%), Brasile (19%), Sud Africa (15%) e Russia (15%), mentre la maggior parte dei fondi è stata utilizzata per la costruzione di infrastrutture (33%) e per prestiti legati alla pandemia (27%). Il resto è diviso equamente tra finanziamenti per l’efficienza energetica e le energie rinnovabili, la sanificazione dell’acqua e altri interventi vari.

Perché NDB si contrappone a Fmi. Gli interventi per finalità sono più o meno simili a quelli realizzati dall’Fmi, ma la New Development Bank punta soprattutto a creare un sistema alternativo facendo leva su due punti fondamentali: 1) l’utilizzo di valute diverse dal dollaro, sia nel raccogliere fondi che nel prestarli 2) l’assenza di condizioni per accedere ai finanziamenti.

Ad oggi, però, dopo 10 anni di attività la New Development Bank fatica ancora a raggiungere il primo obiettivo, perché raccoglie i fondi e presta denaro soprattutto in dollari. La vera valuta alternativa è lo yuan, mentre le altre divise restano tuttora marginali.

Le emissioni in dollari. Questo divario è ben visibile nei documenti che la banca mette a disposizione degli investitori, in cui la NDB presenta i suoi programmi di emissione: il primo e più consistente è un Euro medium term note in dollari, regolato dalla legge inglese del valore complessivo di 50 miliardi di dollari, di cui emessi 9,8 miliardi, e il secondo è un programma di Euro commercial paper, sempre sotto la legge inglese, del valore di 8 miliardi di dollari di cui 2,6 emessi.

Le emissioni in valute Brics. Gli altri tre programmi sono decisamente minori e riguardano le valute dei Paesi Brics: si tratta di un CNY bond programme, attivo sul China Inter-bank Bond Market, del valore nominale di 40 miliardi di yuan (circa 5,7 miliardi di dollari) di cui emessi 37,5 miliardi, di uno Zar Bond programme del valore di 10 miliardi di rand sudafricani (circa 600 milioni di dollari), di cui la metà emessi, e un Rub Bond programme da 100 miliardi di rubli russi (1,3 miliardi di dollari) senza nessuna emissione all’attivo. Esistono poi vari private placement effettuati in franchi svizzeri e sterline inglesi.

Come presta la NDB. A fronte di questa raccolta, dei 30 miliardi di finanziamenti in atto solo il 30% è in valuta locale con una fetta preponderante, il 17% del totale, in yuan, seguiti dal 3% in rand. Lo scorso anno Dilma Rousseff, presidente di NDB, aveva annunciato l’intenzione di emettere debito oltre che in rand per il Sudafrica, anche in real per il Brasile e in rupie per l’India, ma senza riuscirci e continuando così ad attuare swap di valuta per poter offrire prestiti in denaro locale.

L’importanza di emettere debito (e prestare) non i dollari. Dall’utilizzo delle diverse monete, passa l’affrancamento dei Paesi emergenti dagli Stati Uniti e dalle istituzioni come il Fondo monetario e la Banca mondiale. “Le valute locali non sono alternative al dollaro, sono alternative a un sistema”, ha spiegato la Rousseff. “Finora – ha aggiunto – il sistema è stato unipolare e sarà sostituito da un sistema più multipolare”, sottolineando come i prestiti in valuta locale potrebbero portare i Paesi ad evitare i rischi del cambio col dollaro e delle variazioni dei tassi di interesse statunitensi.

L’assenza di condizionamenti. Il secondo punto per differenziarsi dal Fondo monetario è l’assenza di condizionamenti. In genere quando l’Fmi concede un prestito subordina l’apertura della linea di credito ad una serie di riforme economiche il cui avanzamento viene poi periodicamente misurato attraverso una serie di rendicontazioni.

NDB invece ha come principio fondante il rispetto delle scelte che i singoli Paesi adottano. “Ripudiamo qualsiasi tipo di condizionalità. Spesso un prestito viene concesso a condizione che vengano attuate determinate politiche. Noi non lo facciamo. Rispettiamo le politiche di ogni Paese”, ha dichiarato Rousseff. E non potrebbe essere diversamente visto che buona parte dei Paesi azionisti della Banca sono autarchie che mal tollererebbero qualsiasi intrusione nelle proprie politiche.

Perché NDB non riesce a liberarsi daldollaro. Tuttavia liberarsi dal dollaro e dai vincoli dei mercati internazionali non è affatto semplice per NDB. Buona parte delle sue emissioni di bond, infatti, avvengono sui circuiti internazionali. Il programma EMTN è regolato dalla giurisdizione inglese, con sedi di negoziazione principalmente sui mercati regolamentati lussemburghesi o irlandesi e i titoli emessi sono in genere accentrati presso i depositari centrali internazionali Euroclear Bank e Clearstream Banking Luxembourg (ICSD).

Banche d’affari e agenzie di rating. Le banche d’affari che curano le emissioni di NDB su questi circuiti sono l’inglese Hsbc e l’americana Citigroup. Non è nemmeno un caso che NDB abbia pensato di sottoporsi anche alla supervisione delle più importanti agenzie di rating mondiali per essere attrattiva sui questi mercati, come Standard & Poors e Fitch che la giudicano rispettivamente AA+ e AA, entrambe con outlook stabile.

Il paradosso delle sanzioni alla Russia. Quanto poi la Banca sia legata a doppio filo alla finanza occidentale, lo dimostra il comportamento che ha riservato non a un Paese qualsiasi, ma a uno dei soci fondatori, la Russia. Fin dall’inizio, per evitare di essere tagliata fuori dai circuiti internazionali, ha infatti rispettato tutte le sanzioni nei confronti della Russia, scaturite a seguito dell’invasione ucraina.

“La banca – recita la presentazione agli investitori di NDB – classifica come rischiosi i prestiti concessi in Russia e ha sospeso le nuove operazioni”. Il programma di emissione in rubli non è mai entrato in funzione e l’ultimo progetto russo finanziato dalla banca risale al settembre 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina relativo a un prestito da 300 milioni di dollari a favore di un intervento di edilizia sociale per contrastare il degrado del patrimonio immobiliare risalente agli Anni 60-80 e la carenza di alloggi a prezzi accessibili.

Quanto NDB ha prestato ai russi. Ad oggi l’esposizione verso le entità domiciliate in Russia è di 1,8 miliardi di dollari, il 6,3% delle attività totali. Di questi, 1,3 miliardi di dollari sono verso lo Stato o è coperto da una garanzia sovrana, mentre gli altri 0,5 miliardi sono verso un cliente non sovrano. Queste esposizioni sono denominate per il 51% in euro, per il 30% in franchi svizzeri e per il 19% in dollari.

NDB pur di non alienarsi i finanziamenti dei mercati e mettere in crisi la propria struttura finanziaria ha aderito alle sanzioni contro la Russia e non dovrebbe andare diversamente in futuro: “Ci aspettiamo – ha scritto Standard&Poor’s nel suo ultimo report su NDB – che continui a farlo anche qualora ci siano nuove sanzioni, senza interrompere le operazioni e le esigenze di finanziamento della banca”. Con buona pace al momento della volontà di creare un sistema alternativo a quelli occidentali.

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