No del Csm al divieto per i pm di parlare con la stampa. La riforma Cartabia slitta alla Camera

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“Un divieto amplissimo, che coinvolge qualsiasi dichiarazione e su qualsiasi procedimento, anche quelli già definiti e anche quelli non trattati dal magistrato, palesemente irrazionale e in contrasto con il diritto di manifestazione del pensiero dei magistrati”. È con queste parole che il Csm boccia il nuovo illecito disciplinare contenuto nella riforma Cartabia sullo stesso Consiglio superiore.

È un emendamento della sinistra di Area – già anticipato giovedì scorso dal capogruppo ed ex pm di Roma Giuseppe Cascini – a contestare il nuovo illecito che, secondo via Arenula, traduce in pratica la nuova legge sulla presunzione di innocenza. Entrata in vigore lo scorso autunno, la legge “importa” nel nostro ordinamento, come più volte ha detto la stessa Cartabia – la direttiva europea del 2016. Ma adesso c’è un passo in più, ed è quello contestato dal Csm, e cioè un illecito disciplinare che può colpire il pubblico ministero che parla della sua o di un’altra inchiesta condotta da un collega.

L’emendamento di Area passa a maggioranza, con 15 voti a favore, tra cui quello del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Sono contrari i laici indicati da Forza Italia Cerabona e Lanzi, e Basile della Lega. In sei si astengono, tra cui i quattro togati di Magistratura indipendente. 

Ma il testo dell’emendamento fa chiarezza sui rischi del futuro illecito disciplinare quando dice che “con tali disposizioni si rischia, da un lato, di impedire qualsiasi comunicazione o informazione sui procedimenti penali, non solo quelli in corso, ma anche quelli già definiti, e dall’altro, si attribuisce ai titolari dell’azione disciplinare un potere di controllo e di condizionamento amplissimo sui procuratori della Repubblica e su tutti i magistrati del pubblico ministero”. 

Anche il Pg della Cassazione Salvi vota a favore dell’emendamento. “Il rischio maggiore che si vuole scongiurare con la nuova disciplina – dice in plenum – è quello che la comunicazione del pm sia irriguardosa della persona sottoposta a indagini e anche della dignità della persone offesa”. Ma, aggiunge, che qui “non si tratta di tutelare l’interesse del pm a rendere dichiarazioni, ma di tutelare il diritto dei cittadini e dell’opinione pubblica a essere correttamente informati”. Dice ancora Salvi: “Il mio ufficio ha interloquito con il ministero sulla base dell’analisi di 15 anni di tipizzazione degli illeciti disciplinari, da cui si evince che va perseguita non la violazione formale, ma solo la violazione effettiva del principio di offensività” E ancora: “La tipizzazione stretta rischia di precludere la comunicazione al pm. Il rischio è che i processi si trasformino in processi sulla stampa dove possono parlare solo le parti e non la pubblica accusa”. Ed è questo il punto che l’emendamento approvato vuole garantire, e che Cascini aveva ampiamente illustrato nel dibattito della settimana scorsa. 

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Il Csm finirà di votare solo mercoledì i 90 emendamenti al parere su tutta la riforma, che conterrà anche la bocciatura – anche questa passata a maggioranza (19 sì, 5 contrari) sulla proposta di Carmelo Celentano di Unicost – del sorteggio come sistema elettorale. Del quale l’ex pm di palermo Nino Di Matteo continua a dire che “è l’unico sistema che oggi può scompaginare i piani del correntismo”.

Il destino della riforma 

Ma nel frattempo che succede alla riforma? Una “prima” riunione di maggioranza si terrà solo questo mercoledì. La definisce così il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà nel messaggio whatsapp con cui ha convocato l’incontro. E quindi c’è una data – quella di lunedì  28 marzo – destinata inevitabilmente a saltare. Avrebbe dovuto essere il giorno in cui far partire nell’aula di Montecitorio il dibattito sulla futura legge destinata a cambiare le regole interne del Csm – dopo l’ormai lontano caso Palamara e le tante sollecitazioni del presidente Mattarella – a partire dalle nomine e dalle misure disciplinari, per passare al sistema elettorale per i togati, ma anche alla stretta sulle “porte girevoli”. Ma è evidente che se solo mercoledì si terrà la “prima” riunione di maggioranza, non ci potranno essere i tempi tecnici per consentire alla commissione Giustizia della Camera di affrontare gli emendamenti. Richieste di modifica già “potate”, perché da circa 700 sono state ridotte a 250, in quanto il presidente Mario Perantoni del M5S ha chiesto ai singoli gruppi, pur tra i mugugni, di segnalare solo “le modifiche principali”.

Tornando al messaggio di D’Incà, il whatsapp è stato spedito nel fine settimana. di Federico D’Incà è arrivato nel fine settimana. Il ministro propone una “riunione di maggioranza” tra le forze politiche allargata anche “ai relator, al presidente della commissione Giustizia Perantoni, ai sottosegretari alla Giustizia Macina e Sisto, e alla ministra Cartabia”. L’obiettivo politico è evidente, mettere d’accordo le forze di governo che – come risulta proprio dagli emendamenti presentati e poi segnalati – non sono affatto d’accordo sul testo della riforma presenta dalla Guardasigilli Marta Cartabia. Che, a sua volta, si manifesta sotto forma di emendamenti all’originaria riforma dell’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede.

Un vero guazzabuglio tecnico e politico, riassumibile così per chi dovesse aver perso qualche puntata di questa story. Bonafede porta in consiglio dei ministri il suo progetto di riforma durante il governo giallorosso Conte Due. Una legge delega che ottiene il via libera il 7 agosto 2020. Siamo già a un anno di distanza dall’esplosione del caso Palamara, anche se le ben note chat sono uscite tre mesi prima, a maggio 2020. Ma a febbraio 2021, proprio sulla giustizia, l’esecutivo Conte Due cade e nasce il governo Draghi con la Cartabia Guardasigilli. Che da quel momento lavora agli emendamenti per le tre riforme – penale, civile e del Csm – “ereditate” dal suo predecessore. Le prime due, che facevano parte del Pnrr, sono state approvate a settembre 2021 e sono nella fase di elaborazione dei decreti delegati. Adesso tocca a quella del Csm che deve fare i conti con una scadenza ravvicinata, l’elezione dei componenti togati del nuovo Consiglio, che aumentano anche di numero, da 16 a 20 i togati, da 8 a 10 i laici eletti dal Parlamento. 

Ma proprio sul sistema elettorale i partiti della maggioranza sono divisi. Mentre Cartabia ha proposto un maggioritario binominale, con uno spruzzo di proporzionale, con il consenso del Pd, tutto il centrodestra – Lega, Forza Italia, FdI – si batte per il sorteggio temperato, l’unico sistema adatto, secondo loro, a terremotare le correnti, che appena la settimana scorsa ha visto anche l’adesione del togato del Csm Nino Di Matteo, mentre Area chiede il proporzionale. Proprio oggi il Csm discute il suo parere sulla riforma, che è fortemente critico, e conta di approvarlo domani perché anche in quel caso ci sono quasi cento emendamenti al testo della commissione.  

E non basta. Perché c’è anche il nodo delle “porte girevoli”, le nuove regole per i magistrati che si candidano in politica. Anche questa un’antica querelle, esplosa con il caso Maresca, l’ex pm di Napoli e poi sostituto procuratore generale non eletto sindaco, ma oggi consigliere comunale d’opposizione e al contempo nominato dal Csm, in base alla legge attuale, giudice a Campobasso in Corte di Appello. Qui è il M5S a chiedere di ripristinare la riforma Bonafede, che impediva a chi scende in politica, anche non eletto, di tornare indietro. Stesso sistema anche per i magistrati fuori ruolo con funzioni di governo (i capi di gabinetto, per intenderci). Mentre, al contrario, il Pd sta con Cartabia, e chiede che proprio per i capi di gabinetto cada il divieto di rimettersi la toga e tornare operativi in magistratura. 

Politicamente, una situazione che, senza un accordo preventivo, non può che finire con una pericolosa conta in commissione – dove peraltro il centrodestra ha i numeri per vincere – e poi in aula. Di qui la mossa di D’Incà e il vertice di maggioranza. Anche se il prezzo da pagare è quello inevitabile del rinvio dell’aula del 28 marzo. Ma il premier Mario Draghi, quando l’11 febbraio sono stati approvati gli emendamenti di Cartabia a palazzo Chigi pur con molti  dissensi, ha promesso a Forza Italia e Lega che non sarà messa la fiducia. Una promessa che da molti giorni ormai sembra proprio vacillare. 

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