“Noi adottati di pelle nera vi raccontiamo cos’è il razzismo in Italia”

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“Caro Seid, fratello nostro”. Le parole corrono sui post di Facebook e di Instagram. I giorni passano, lo sgomento no. Avere la pelle nera in un paese di bianchi. Essere adottati e neri in una nazione dove l’integrazione resta un miraggio. “Eravamo nello stesso orfanotrofio in Etiopia”, racconta Senidu Roveri, 21 anni, “dove i ragazzi hanno le cicatrici dei passi fatti senza scarpe, dove la terra ha un odore che ti mancherà sempre”. Seid Visin si è ucciso sei giorni fa. Aveva 20 anni. Era stato adottato. Era un afro-italiano. Nel 2019 in piena campagna anti-immigrati della Lega, aveva denunciato il razzismo endemico del nostro paese: “Ovunque sento gli sguardi schifati per la mia pelle”. Seid, hanno ripetuto i genitori, non si è ucciso per quell’apartheid che denunciava, Seid ha scelto di andare via per una sofferenza incardinata nel suo cuore da sempre, un dolore sepolto tornato a mordere in modo insopportabile.  Da giorni, però, quella lettera è diventata una sorta di manifesto per centinaia di giovani adottati e con la pelle scura, arrivati in Italia quindici, venti, trent’anni fa, dall’India, dall’Africa, dal Sudamerica, dalla Cambogia. Spesso felici in famiglia ma diventati adulti in un’Italia che non ha mantenuto la promessa dell’integrazione. Una doppia sensazione di estraneità da combattere quindi, “spatriati” due volte,  dalle proprie origini ma anche dal paese della “nuova nascita”.

Senidu Helen Roveri è in Italia quando aveva sei anni, adottata insieme al fratello più piccolo da una famiglia di Mogliano Veneto. Racconta di aver pianto di fronte al gesto di Seid, incontrato nei raduni delle famiglie adottive dei bimbi etiopi. Oggi studia per diventare “Os”, operatrice sanitaria, ha ricordi netti e precisi dell’dell’istituto di Addis Abeba, dove, dice, “mi sentivo in prigione”. Ha cercato le sue origini, la famiglia biologica, “non è andata molto bene, ma ero preparata”.  Senidu racconta la persecuzione del razzismo quotidiano. “Quegli sguardi, quella diffidenza, la conosco bene. Quante volte accade che sali su un bus e la gente si sposta come se avessi l’Ebola? O nel posto vuoto accanto a te non si siede nessuno perché sei nera. Quante volte sali in treno  e il controllore controlla soltanto te, per vedere se hai il biglietto, mentre i bianchi li ignora e va avanti. O quando ti chiedono il permesso di soggiorno, mentre sei con i tuoi amici, soltanto perché sei nera? Ecco in queste occasioni ti casca il mondo addosso, perché sembra di non far parte di questo paese”.

E Senidu, che oggi vive una bella storia d’amore, dice che per rassicurare il prossimo, “prima che si mettessero le mascherine cercavo sempre di sorridere per strada quando passavo vicino alle persone, quasi a dire sono scura ma non vi mangio, non sono cattiva, sono una brava ragazza italiana”. E’ il disvelamento al contrario. La favola che mostra il volto cattivo. “Da piccola il razzismo non lo sentivo così forte, poi crescendo la società inizia a vederti come immigrata. E’ come non appartenere a niente: sono nata in Etiopia ma quello non è il mio paese, sono oggi un’italiana nera, ma l’Italia non mi vuole perché sono nera”.

E’ un lucido j’accuse quello di Senidu Roveri che in parte condivide Vasanth Armando, 30 anni, adottato in India, nel Karnakata, quando aveva 14 mesi, cresciuto tra Roma e Milano. Vasanth, che lavora come maschera al “Franco Parenti” di Milano, “sono figlio di due attori, in teatro mi sento a casa” sostiene che la vita “va cambiata con il sorriso, passo dopo passo”. “Con la morte di Seid  – aveva scritto Vasanth su Facebook – è come se avessi perso un fratello. Non ci siamo mai conosciuti, eppure riconosco nelle sue parole qualcosa di comune. La fatica quotidiana di affrontare razzismo, ignoranza, paura che anch’io spesso vivo. Una battaglia che spesso hai la sensazione di combattere da solo. A trent’anni ho capito che non c’è un solo modo per combattere il razzismo, chi fa finta di niente, chi reagisce. Tocca a noi farci carico di cambiare le cose un sorriso alla volta”.

Racconta un’adozione felice Vasanth Armando, una sorella e due genitori amatissimi, eppure, dice, “davanti alla pelle nera c’è sempre il sospetto, lo vedi negli occhi delle persone, infatti fin dall’adolescenza avevo scelto di andare sempre in giro vestito benissimo, come per rassicurare gli altri, sono nero, ma sono perbene”. Le stesse parole di Senidu. “Sai, noi adottati le radici ce le dobbiamo costruire qui, ci sentiamo sempre né carne né pesce, e non basta la famiglia se fuori il mondo ti fa sentire straniero. Io sono stato fortunato, non ho sofferto a scuola, però sulla metro “negro di merda” me lo sono sentito dire più volte. Avevo pensato, per poco, di fare l’attore, ricordo che un amico mi disse: temo potrai fare soltanto la parte del negro”. Essere e non essere. “A 12 anni ho fatto con i miei genitori il mio ritorno alle origini nell’orfanotrofio in cui ero stato adottato in India. Naturalmente non ricordavo nulla, ma è come sei il mio corpo e la mia pelle riconoscessero quell’aria, quei luoghi”.

Saba Cascella è un controcanto a tutti, uno scoppio di  allegria e vitalità Vive a Bari, ha 22 anni, studia Scienze Politiche, è arrivata a 5 anni da Addis Abeba. “Mi sento italiana al cento per cento, non sono mai stata sfiorata dal razzismo, a differenza di mio fratello più piccolo, adottato in Burkina Faso che è stato pesantemente bullizzato, lo chiamavano scimmia. Leggendo la lettera di Seid mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata e quanto invece ha rischiato mio fratello, fino a che non ha trovato la forza di reagire. Io a volte non ricordo più nemmeno il colore della mia pelle, perché non costituisce differenza con gli altri. Ma non dovrei essere un’eccezione, dovrei essere la normalità”.

Yerus Benin ha 22 anni ed è mamma di un bimbo di tre. Oggi vive a Mestre con il suo compagno, un ragazzo bianco che fa il pizzaiolo. Yerus è stata fino a cinque anni nello stesso orfanotrofio di Senidu e di Seid Venini in Etiopia. La sua è una storia dolente, di doppio sradicamento. Ma anche una accusa, dura, a una propaganda discriminatoria portata avanti dalle Destre. 

“Noi che eravamo insieme ad Addis Abeba  – racconta – ci conosciamo tutti, per questo siamo ancora sconvolti. Le sofferenze di Seid sono le sofferenze di molti di noi. Lo spaesamento, il razzismo, il ricordo di quel luogo in cui aspettavamo i nostri nuovi genitori tra botte, violenza, nella solitudine e il rimpianto delle nostre famiglie biologiche, troppo povere per tenerci, o troppo malate, come mia madre. In Italia, in casa, la pace l’avevo trovata, non fuori però. Alle scuole elementari mi dicevano: “puzzi come la cacca”, al liceo mi sputavano e facevano il verso della scimmia alle mie spalle. Abitavo in un paesino, qui comanda la Lega, il razzismo è feroce, i bambini lo respirano in casa. Mi avevano convinto che la mia pelle facesse schifo, volevo sbiancarla con un cancellino. Mi sono ammalata di depressione. A 19 anni però sono rimasta incinta e il mio bambino mi ha salvata, è diventato la mia ragione di vita. Adesso c’è lui, c’è il mio compagno, adesso finalmente sto piantando radici”.

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