Omicidio Attanasio, l’agenzia Onu resiste: “No al processo”

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Il Pam, l’agenzia delle Nazioni Unite, non vuole dare giustizia all’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci, uccisi in Congo il 22 febbraio del 2021 in un agguato. Il processo del Tribunale di Roma che deve accertare le responsabilità di quanto accaduto potrebbe arenarsi ancora prima di cominciare per l’immunità diplomatica pretesa dalle Nazioni Unite per i suoi dirigenti sotto inchiesta. Una questione che l’ufficio legale dell’Onu ha posto ufficialmente ma che la Procura di Roma non ritiene fondata. Il pericolo è assistere a un braccio di ferro con istituzioni e Paesi esteri come quelli già in corso su casi delicati: l’omicidio di Giulio Regeni in Egitto e la morte di Mario Paciolla, il cooperante napoletano che lavorava per l’Onu, trovato impiccato in Colombia.

Le indagini dei magistrati romani sull’assassinio di Attanasio e Iacovacci sono infatti ormai terminate: nelle prossime settimane, dopo un ultimo confronto con i carabinieri del Ros, il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, procederà con l’avviso di conclusione. La procura ritiene di aver individuato gravi responsabilità del Programma alimentare mondiale (Pam), l’agenzia delle Nazioni Unite che organizzò il viaggio in un villaggio nel Nord-Est del Congo. Non sarebbero state rispettate alcune norme basilari di sicurezza (era noto che la zona fosse soggetta ad attacchi di predoni, serviva dunque una scorta armata) e, addirittura, alcuni documenti della trasferta risultano alterati. Per questo è stato iscritto nel registro degli indagati Mansour Rwagaza, responsabile della sicurezza del convoglio, con l’accusa di omicidio colposo per omessa cautela. Sono state messe in fila tutta una serie di mancanze attribuibili al dirigente del Pam: non avrebbe chiesto con l’anticipo dei cinque giorni, come prevedeva la legge, l’autorizzazione al trasferimento in modo da avere la scorta armata; ha fatto spostare l’ambasciatore e gli altri in auto non blindate, con i giubbotti antiproiettile nel bagagliaio; circostanza ancora più grave, avrebbe falsificato i nomi dei partecipanti alla missione, omettendo quelli di Attanasio e Iacovacci. Se fossero stati specificati, infatti, avrebbe dovuto essere predisposta in automatico una scorta armata. Col senno di poi, avrebbe salvato la vita ai due italiani e al loro autista, Mustafa Milambo.

Il convoglio è stato oggetto di un agguato su una strada, la N2 che parte da Goma e taglia la provincia congolese di Kivu da Sud a Nord, già teatro di diversi conflitti a fuoco: tra il 2018 e il 2021 i nostri investigatori ne hanno contati almeno 20, tra milizie criminali e guardie del Parco. Davanti al procuratore Colaiocco, Rwagaza non ha saputo offrire spiegazioni adeguate. Motivo per cui, nel corso dell’interrogatorio, lo ha iscritto nel registro degli indagati. È in quel momento che è iniziato l’attrito con l’agenzia dell’Onu: l’ufficio legale del Pam ha immediatamente fatto presente che sulla base di due diverse norme (la Convenzione del 1947 sulle agenzie delle Nazioni Unite e l’accordo del 1994 con il quale il Pam, scegliendo l’Italia come sede, estendeva le guarentigie ai suoi funzionari), tutti i dirigenti godrebbero di immunità. Una teoria però contestata dalla procura di Roma, che oppone un’interpretazione giuridica condivisa anche dalla Farnesina: è vero che la convenzione estende l’immunità ai funzionari del Pam, ma è altrettanto vero che lo prevede soltanto per quelli accreditati in Italia. Mansour lo era in Congo, non nel nostro Paese.

La questione è tecnica, ma, evidentemente, anche di sostanza: l’Italia non può e non vuole assolutamente permettere che la morte di due servitori dello Stato resti orfana di responsabilità. Non lo vuole il ministero degli Esteri e non lo vuole la Procura di Roma. Anche per questo le indagini, prima di arrivare a conclusione, approfondiranno ulteriormente le posizioni di altre persone, compresa quelle dell’italiano Rocco Leone, numero due della missione del Pam in Congo e scampato miracolosamente all’agguato.

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