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Palamara, ricorso contro la rimozione dalla magistratura

La Republica News
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ROMA – Novanta pagine, oltre a moltissimi allegati, per contestare la decisione del 9 ottobre con cui il Csm, dopo nove udienze, ha deciso di rimuoverlo dalla magistratura. L’ex pm Luca Palamara, e per lui il suo avvocato Roberto Rampioni, ha presentato oggi a piazza Cavour il dossier difensivo davanti alle sezioni unite civili. In cui, tra l’altro, contesta che il Csm abbia accostato il suo caso a quello di un tassista che, mentre guida con un cliente a bordo, fa un incidente.

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Palamara presenta essenzialmente quattro questioni. La prima riguarda i tempi, che considera, “troppo rapidi“ del processo disciplinare. Scrive che, il 21 luglio 2020, il presidente della sezione disciplinare, il laico indicato da M5S Fulvio Gigliotti, propose un calendario di sette udienze che sarebbero dovute finire a dicembre. Invece, secondo Palamara, a settembre vi fu “un’accelerazione improvvisa”, le udienze alla fine furono 9, ma ristrette in un arco di tempo di meno di un mese. Tant’è che il 9 ottobre fu emessa la sentenza. Del resto, Davigo, componente del collegio, andava il pensione il 20 ottobre, giorno del suo 70esimo compleanno, e il processo doveva chiudersi per forza. Ma, per Palamara, questa improvvisa accelerazione ha inciso in modo negativo rispetto a un “giusto processo”. 

La terza riguarda l’ex componente del Csm Piercamillo Davigo di cui lo stesso Palamara aveva chiesto l’astensione, che però è stata respinta, in quanto l’ex pm di Mani pulite avrebbe avuto dei colloqui con Stefano Fava, l’ex pm di Roma che aveva presentato un esposto al Csm contro l’ex capo della procura di piazzale Clodio Giuseppe Pignatone e il procuratore aggiunto Paolo Ielo. Colloqui che, per Palamara, avrebbero potuto influenzare il giudizio di Davigo su di lui e che, comunque, lo rendevano incompatibile col collegio disciplinare.

L’ex presidente dell’Anm Palamara, che è stato anche espulso dal sindacato dei giudici il 19 settembre 2020, contesta poi al Csm di aver “violato le nome della Corte di Strasburgo sull’ammissione dei testimoni richiesti – erano 130 e ne sono stati ammessi solo sei, tra cui tre ufficiali della Gdf che avevano fatto le indagini su di lui a Perugia – e di conseguenza anche le regole del giusto processo”.

Palamara contesta infine anche l’utilizzo delle intercettazioni della notte dell’hotel Champagne – 6 maggio 2019 – perché all’incontro per affrontare la nomina del nuovo procuratore di Roma c’erano, oltre a 5 esponenti del Csm, anche due parlamentari, Luca Lotti del Pd e Cosimo Maria Ferri, magistrato in aspettativa eletto con il Pd e poi passato con i renziani di Italia viva.  Secondo Palamara, proprio per la presenza dei due deputati, le intercettazione effettuate con un Trojan non erano utilizzabili. Anzi non si sarebbero dovute neppure fare, visto che i pm di Perugia avevano segnalato la possibile presenza di deputati e la necessità di spegnere il Trojan, che invece restò acceso. Ma la sezione disciplinare ha deciso di usarle sia nel suo caso, ma anche per i 5 consiglieri del Csm, subito dimessi, ma oggi sotto processo disciplinare anche se con tempi molto lunghi (la prossima udienza si terrà il primo marzo) come quelli dello stesso Ferri. Già 5 mesi, a fronte del solo mese di Palamara. 



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