Pandemia. Il prima e il dopo nell’Italia che vuole rinascere

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Due sono i principali fattori di cambiamento nella vita umana: il tempo e il trauma. Che cosa siano in grado di provocare non è prevedibile. Un aereo precipita, ci sono morti, feriti, illesi. A distanza di mesi o anni viene fatto un riscontro su quel che è stato dei superstiti: qualcuno ha seguito un cammino spirituale, uno è diventato un clown, altri hanno ripreso la propria vita come niente fosse accaduto; c’è chi è segnato, chi ha fatto causa alla compagnia aerea, chi pensa in varie lingue che sia stata fatta una volontà superiore. L’effetto non dipende soltanto dalla causa, ma dal soggetto. Accanto a “il tempo lo dirà” è luogo comune “si diventa quel che si è”. E dunque ragionare su come due anni di pandemia abbiano influito sulle nostre vite, al di là delle condivise apparenze, deve tenere conto degli scarti, degli estremi che non fanno media e cercare un comune denominatore. Il tempo, se non lo dice, lo suggerisce, anche se noi lo scandiamo con successioni artificiose e facciamo “tagliandi” a scadenze prestabilite. Così per cercare di capire l’effetto a distanza di due anni sono andato a rivedere le riflessioni di un anno fa.

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Allora veniva da pensare che la pandemia ci avesse riportato a una condizione infantile. Ci aveva imposto la prima caratteristica dell’esistenza quando si è piccoli: il limite. Si stava a casa, per lo più nella cameretta perché, ci veniva detto, là fuori è pericoloso. Se mai si usciva bisognava tornare entro una certa ora, dopodiché scattava il coprifuoco. I ritardi comportavano punizioni. La notte era un paese straniero, i paesi stranieri erano oscurati. Anche per andare a trovare i nonni o vedere gli amici occorrevano condizioni e motivazioni precise. Si viveva o riviveva una solitudine da figli unici, una timidezza nell’avvicinarsi a chiunque propria dei minori. Lo smart working come i compiti a casa. Tutto si svolgeva nel perimetro tracciato da un’autorità (lo Stato, al posto dei genitori). Lo spazio si era dilatato. Il tempo aveva smesso di scorrere nella maniera abituale, perdendo punti di riferimento come il weekend, consegnando all’estate le attività di tutte le altre stagioni. Consapevole che non esiste dogma o talismano che dispensi dalla nostra vulnerabilità, e che sia illusoria la perfetta geometria del karma mi chiedevo: come ne verremo fuori? Rispondendo con 5 parole: non ci resta che crescere.

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Più o meno, è quel che è accaduto: un anno dopo, e a due dal primo morto italiano per le conseguenze del virus, siamo in una fase adolescenziale. Se il bambino accetta il limite, l’adolescente lo combatte, anche perché vede avvicinarsi il confine e smania. C’è tutto un mondo che lo aspetta “da grande” o “quando compirà diciotto anni”. Frustrato dalla condizione vissuta e fibrillato dall’attesa, lo invoca e lo pretende. L’autorità fin qui rispettata a fatica è messa in dubbio o apertamente avversata. Quella politica e quella scientifica: entrare in una parodia di Checco Zalone significa aver chiuso un cerchio che inscrive la nota operazione aritmetica comico = tragedia + tempo.

L’adolescenza archivia l’età dell’innocenza. Prende atto della morte, della menzogna, perfino della vaga inutilità di dare un senso a tutto il percorso. Rimedio storico? Ballarci sopra. Come, se le discoteche sono chiuse? La ribellione ha un oggetto chiaro e un fine più indistinto. Sa che cosa vuole eliminare, ma a favore di che cos’altro? Intanto usciamo, poi si vedrà. Scatta un riflesso pavloviano. È noto che basti dire “non pensare all’elefante” perché nella mente dell’interlocutore appaia il pachiderma. E basta dire “niente sarà come prima” perché quel “prima”, designato come impossibile, diventi il chiaro oggetto del desiderio. Basta che un genitore denigri una qualunque scelta del figlio diciassettenne perché questa diventi irrevocabile. Si rivuole il “prima” anche se due anni e un giorno fa lo detestavamo. Gli ingorghi nelle strade, le resse nei luoghi pubblici, i baci e gli abbracci a fine serata con tizi appena conosciuti, i raffreddori da naso scoperto, tutte madeleines di un’epoca che era felice soltanto perché “era”. L’eterno tranello della nostalgia: staremo peggio anche quando staremo meglio. Meglio non stiamo. L’altro luogo comune “ogni crisi è un’opportunità” ha scontato il fatto di essere una frase tronca, manca sempre “per pochi”. Per molti, per i più: una crisi è una crisi. E l’adolescenza ne è un susseguirsi perché rompe tutti i patti di sicurezza, espone al vento che scompiglia le carte, annuncia l’ineluttabilità di una bufera strada facendo.

La domanda ricorrente dei bambini è “Perché?” e infatti nel primo anno si è cercata, tra possibilità più o meno fondate, la causa. Ora conta soltanto andare oltre: “Quando?”. Ha ragione Gigi Riva nel suo libro “il più crudele dei mesi” a rigettare il paragone tra la pandemia e la guerra. Qui non c’è l’uomo lupo per l’uomo. Eppure qualche zuffa tra canidi si è scatenata. Baby-gang, nulla più. I No Vax contro gli Ultra Vax. I primi meno numerosi, ma più chiassosi. I secondi, già nella fase riflessiva, pronti a chiedersi se non avranno esagerato; se in fondo, da libertari, non avrebbero dovuto consentire, con i soliti dubbi e distinguo che finiscono poi per lasciare il manico della storia a chi lo impugna con la fermezza dell’intransigenza. Sulle categorie ha prosperato il marketing creando, come sui gusti adolescenziali, piccole (e transitorie?) fortune, anche editoriali, perfino politiche.

Qui siamo e lascia perplessi sentir già parlare di post-pandemia, anche se il bollettino ci annoia, alle centinaia di vittime ci siamo abituati e si contesta la modalità del calcolo. Un’altra variante è possibile e contro un altro inverno del nostro scontento abbiamo a disposizione più scongiuri che efficacia vaccinale, a scanso di booster ricorrenti. L’immunità dovrà coincidere con la maturità. Quel che non si può eliminare si assimila. C’erano scorie nel prima, c’è del buono in questo presente. La verifica, al terzo anniversario.
 

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