Panetta, il banchiere che parla chiaro dagli scontri con i falchi alla lotta alle criptomonete

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Sintra — A Superquark lo mandarono a spiegare cosa sono le criptovalute. All’epoca Fabio Panetta era ancora in Banca d’Italia, ma era già noto per il suo eloquio schietto, rapido, efficace. E capirono che sarebbe stato il tecnico più adatto per svelare al grande pubblico l’oscuro arcano delle monete virtuali. È così, filmato davanti a una fila di lingotti d’oro delle leggendarie riserve di Bankitalia, Panetta spiegò cinque anni fa a Piero Angela, in poche parole, che le criptovalute erano una sòla, come si dice a Roma.

Il romanissimo Panetta lo disse in termini figurati, senza scomporsi e senza ricorrere al vernacolo: lo fece raccontando la tipica montagna russa di un investimento in bitcoin. Più di recente, approdato ai vertici della Banca centrale europea, rincarò la dose. Le criptovalute, se non regolamentate da una banca centrale, sono assimilabili a un colossale casinò. Ma uno dei suoi meriti da formidabile divulgatore, fu anche quella di smontare una delle tante bufale dei 5Stelle che vedevano nei bitcoin la salvezza del popolo depredato dagli Scrooge di Palazzo Koch. «C’è chi chiede di ridare la ‘moneta al popolo’ togliendola alla Banca d’Italia», ridacchiò. Vorrei ricordare, affondò, che «la Banca d’Italia trasferisce i proventi derivanti dal signoraggio – molti miliardi ogni anno – allo Stato italiano. E quindi al popolo».

Panetta, 63 anni, è romano di nascita ma figlio del ciociaro Paolino, leggendario sindaco democristiano di Pescosolido, che poi divenne anche consigliere del repubblicano Giovanni Spadolini. Ed è quella la sua matrice politica, ripete da anni in privato quando qualcuno, in pubblico, lo assimila alla destra. Mentre in privato e in pubblico, Panetta spazia da Seneca a Sordi, da Lucio Battisti a Shakespeare, anche quando disquisisce di massa monetaria o di disancoraggio delle aspettative. Una mosca bianca nell’ambiente dei banchieri centrali. Ma una cosa è certa. A Francoforte, lascerà una voragine.

Ascoltatissimo da Christine Lagarde, continua a insistere da mesi perché la Bce non strangoli la crescita pur di accontentare la ‘angst’ (la paura) dei colleghi nordici dell’inflazione. Ma i falchi sono in prevalenza. E ignorano anche i segnali più evidenti che gli aumenti di tassi di interesse stanno strozzando la crescita e innervosendo i mercati. Peraltro, nei mesi scorsi è stato sempre Panetta il primo a diventare molto esplicito nei confronti delle aziende, quando la Bce ha cominciato a capire che parte dell’inflazione attuale è dovuta alla loro avidità: «Rischiamo una spirale profitti-prezzi».

In autunno, Panetta torna a casa, per guidare quella Banca d’Italia dove è cresciuto professionalmente dopo studi a Roma e alla London School of Economics. A Palazzo Koch, l’economista entrò nel 1985 e già Carlo Azeglio Ciampi lo chiamò tra gli estensori della ‘messa cantata’ di fine maggio, le Considerazioni finali. Il suo primo ufficio è stata la fucina per eccellenza dei talenti economici in Italia: il Servizio Studi. Con il successore di Ciampi, Antonio Fazio, Panetta condivideva le origini ciociare e la passione per l’econometria, ma a Mario Draghi lo legò un solido rapporto in un periodo difficile. Quando la Banca d’Italia dovette recuperare una reputazione danneggiata dagli scandali che defenestrarono Fazio. A fianco di Ignazio Visco, che lo chiamò nel direttorio, Panetta visse da vicino il periodo più difficile per l’economia italiana: lo tsunami finanziario e la crisi dei debiti che rischiarono di travolgere il nostro Paese.

In quegli anni, in cui l’Europa decise di dotarsi di un’Unione bancaria, di tutelarsi contro futuri terremoti finanziari e fallimenti a catena, Panetta cercò di opporsi in tutti i modi a una regola che sembrava pensata dalla Germania come una punizione. L’allora ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, insistette – dopo aver salvato le banche tedesche con 250 miliardi dei contribuenti tedeschi – di aggiungere una postilla avvelenata a quel periodo di impeti riformisti. Il tedesco decretò che bisognava impedire alle banche di essere salvate dai governi, impose il famoso ‘bail in’. Panetta la definì «una reazione rabbiosa dopo la crisi finanziaria globale», una stupidaggine, insomma. Ma la regola passò, con la solitaria opposizione di Roma. E oggi è una magra consolazione per il futuro governatore di Bankitalia sapere che alla prossima crisi bancaria i tedeschi ammettono che saranno i primi a buttare a mare quella regola pur di salvare i loro giganti con i piedi d’argilla.

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