Paolo Sorrentino, ‘È stata la mano di Dio’, ecco le tappe fondamentali per sperare nell’Oscar

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E una è fatta: entrare nella shortlist dei 15 titoli internazionali tra quelli proposti da 93 Paesi era il primo fondamentale passo e lì Sorrentino c’è. È stata la mano di Dio, candidato dall’Italia all’Oscar per miglior film internazionale ha passato la selezione e ora bisognerà aspettare con il fiato sospeso fino all’8 febbraio, quando saranno annunciate le nomination, ossia la rosa ristretta dei cinque titoli.

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Candidature cui È stata la mano di Dio aspira anche in altre categorie, avendone i requisiti di elegibilità, come miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale. E poi da lì, con tutti gli scongiuri del caso, resistere e sperare fino a domenica 27 marzo, quando si terrà la 94esima edizione degli Oscar al Dolby Theatre di Hollywood trasmessa in diretta su ABC e in più di 200 Paesi in tutto il mondo.

Questa la road map, una strada lunga di cui il regista napoletano è consapevole, anche grazie all’esperienza da debuttante ai tempi della Grande bellezza che conquistò la statuetta nel 2014: “Rispetto a sette anni fa c’è più consapevolezza perché ho capito come funziona e penso che ci siano così  tante variabili che devono coincidere, variabili che non puoi mai controllare quindi devi sperare che la direzione la prendano da sole. È un processo lungo, complicato e poi è pieno di bei film”, ha confidato il mese scorso.

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Il percorso certamente è complicato tra bei film, innamoramenti dei votanti, influenze dei produttori (e qui Netflix è di peso), proiezioni ad inviti con le persone giuste, pubbliche relazioni. Tutta un’attività che è parte integrante da sempre della storia degli Oscar, dove il valore di un film tra tanti più o meno uguali conta in percentuale relativa.

Il mondo degli Oscar ha rituali che, per quanto oggi incrinati dalla pandemia, sono fondamentali: i magazine specializzati, da Variety a Deadline, danno conto quotidianamente di rumors, attività e previsioni. Variety narra di due cene a Hollywood di Paolo Sorrentino con la moglie Daniela D’Antonio (direttrice di comunicazioni e pr Fremantle) in una villa storica, sei camere da letto in cui visse Liz Taylor negli anni 50.

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La coppia, insieme alla giovane star del film Filippo Scotti e altri della squadra italiana ha ricevuto illustri ospiti per i quali Daniela D’Antonio ha preparato manicaretti a bordo piscina utilizzando antiche ricette napoletane di famiglia come pasta e patate con la provola, paccheri al ragù, parmigiana di melanzane, timballo di maccheroni con melanzane e pasta e ceci. E poi, tra i dolci, zeppole fritte e sfogliatelle.

Il regalo di commiato è stato un opuscolo patinato con immagini del film e cinque ricette della stessa Daniela. Passaggi intermedi per il film (prodotto dallo stesso regista e da Lorenzo Mieli, una produzione The Apartment gruppo Fremantle per Netflix) sono i Golden Globe e i Critics Choice Award in cui È stata la mano di Dio è candidato come Miglior film in lingua straniera: entrambi il 9 gennaio.

Tra i competitor nella shortlist dell’Academy la sfida è come sempre difficilissima con film titolati, premiati ai festival, con un orientamento ‘d’autore’ tipico della categoria film internazionale: ce l’hanno fatta l’iraniano Un eroe di Asghar Farhadi, il film animato danese Flee di Jonas Poher Rasmussen, già vincitore agli Efa, il giapponese Drive my car di Ryûsuke Hamaguchi, tratto da un racconto di Haruki Murakami, il finlandese Compartimento No. 6, lo spagnolo Il Capo perfetto di Fernando León de Aranoa con Javier Bardem (che ha soffiato il posto ad Almodovar nella selezione nazionale), il norvegese La peggiore persona del mondo, il tedesco I’m your man.

Sono entrati anche: dall’Austria, Great freedom, dal Belgio Playground, dal Buthan, Lunana: a yak in the classroom, dall’Islanda Lamb, dal Kosovo Hive, dal Messico Prayers for the stolen e da Panama, Plaza catedral. Grande escluso il francese Titane che aveva vinto la Palma d’Oro a Cannes.

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