Partenze e redistribuzioni: il flop del piano migranti. Dall’Italia appello alla Ue

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ROMA — Non sta andando come la premier sperava. Tunisia, Libia, Europa: nella sua prima estate da presidente del Consiglio, Giorgia Meloni assiste allo sbriciolamento di quel muro invisibile anti-migranti che ha provato a issare a suon di memorandum, intese, vertici diplomatici e (mezze) promesse internazionali. A cominciare dall’accordo con il presidente Kaïs Saied, che non più tardi di 43 giorni fa Meloni salutava così: «Abbiamo raggiunto un obiettivo molto importante. Siamo molto soddisfatti del memorandum, un altro passo avanti importante per la creazione di un partenariato con la Tunisia per affrontare in maniera integrata la crisi migratoria…». La realtà, invece, è che dopo la firma gli sbarchi provenienti dalla Tunisia sono aumentati del 38 per cento rispetto al periodo immediatamente precedente.

La prima estate da premier è l’estate dei 63 barchini giunti a Lampedusa in un giorno solo, dei 4.000 profughi stipati nell’hotspot dell’isola, dei fermi amministrativi imposti alle navi umanitarie perché salvano naufraghi anche senza la richiesta specifica del Centro soccorsi di Roma, dei 500 migranti di Trieste giunti sulla rotta balcanica e lasciati a dormire per strada, del caos dell’accoglienza. Di centinaia di sindaci, anche di Lega e Fratelli d’Italia, che si lamentano col governo.

La mappa delle emergenze 

La Tunisia, dicevamo. La grande maggioranza degli arrivi via mare in questi giorni sono barchini e gommoni che salpano da Sfax e dalle coste limitrofe. Che ne è dell’impegno di Saied promesso alla premier italiana e alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen? Secondo il memorandum, fortemente voluto proprio da Meloni, una parte consistente dei milioni di Bruxelles alla Tunisia (105 secondo il sito di informazione Euractiv) è stata data per «il governo dei flussi migratori», intendendo il controllo delle partenze e il ritorno degli irregolari rintracciati in Europa che non hanno diritto all’asilo. A stare alle cifre ufficiali analizzate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, tuttavia, per Saied il memorandum è poco più di un pezzo di carta: sono 17.352 gli arrivi dalla Tunisia nelle cinque settimane prima del memorandum, che salgono a 23.907 nelle cinque settimane successive. Di fatto la guardia costiera tunisina, che dispone anche delle motovedette donate dall’Italia, si limita a pattugliare il litorale.

Non si può dire che vada meglio con l’altro memorandum blocca-partenze, quello con la Libia. Anche il governo Meloni lo ha riconfermato (è in vigore da sei anni) alle stesse condizioni precedenti, tra cui l’assicurazione alle organizzazioni umanitarie di poter accedere ai centri di detenzione ufficiali di Tripoli per prestare aiuto. Di più: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel dicembre scorso ribadiva a Repubblica la volontà di attuare una politica «che possa portare allo svuotamento e alla chiusura dei centri». Che però sono ancora tutti aperti, non si muove niente nel senso auspicato da Piantedosi, anzi: per la prima volta dal 2016 Medici Senza Frontiere ha annunciato la decisione di abbandonare le attività mediche all’interno dei campi di detenzione, a causa di difficoltà nell’accesso e di «una sempre più complicata situazione in Libia per le organizzazioni internazionali».

E l’Europa? Dov’è, infine, quel «risultato storico» sbandierato a giugno da Meloni e Piantedosi a proposito del nuovo Patto europeo sull’immigrazione e sull’asilo? È rimasto appeso al rifiuto di Polonia e Ungheria di accettare qualsiasi forma di solidarietà obbligatoria. A sentire le dichiarazioni di queste ore dei ministri italiani, l’accordo è ancora in stand-by e non si sa se e quando sarà votato. «C’è un peggioramento della situazione internazionale che spinge le persone ad andare via dall’Africa», ammette il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Stiamo intervenendo ma serve un’azione Ue come ha chiesto da Mattarella». Stesso messaggio del ministro Adolfo Urso: «L’Europa deve capire che l’Italia non può essere lasciata da sola davanti a questo fenomeno straordinario».

Eppure l’unico strumento attualmente operativo in ambito europeo che potrebbe dare uno sfogo, seppur limitato, all’ingolfato sistema di accoglienza italiano, ossia la redistribuzione volontaria tra Stati, pare snobbato dal nostro governo. L’intesa sulla redistribuzione è stata firmata da 15 Paesi Ue e 4 Paesi non Schengen. In vigore da giugno 2022, prevede il ricollocamento di 8 mila richiedenti asilo presi dagli Stati di primo approdo, come appunto l’Italia e la Grecia. Sinora ne sono stati ricollocati 2.548. E di questi solo 1.076 dall’Italia.

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