Patto su gas e petrolio: più forniture Usa per liberare l’Europa dal ricatto russo

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Bloccare subito gli acquisti di gas e petrolio. Sul tavolo europeo questa ipotesi non è più un tabù. Quando si parla di ennesimo pacchetto di sanzioni, il riferimento è proprio a questa opzione. “È inevitabile cominciare a parlare del settore energetico, soprattutto per quanto riguarda il petrolio – ha detto ieri il titolare degli Esteri della Lituania, Gabrielius Landsbergis, aprendo il summit dei ministri Ue – perché rappresenta un’importante entrata per il bilancio russo. Ed è facilmente rimpiazzabile grazie alle infrastrutture e alla diversificazione dei fornitori”.

Non è un caso che tutto questo avvenga a pochi giorni dall’arrivo del presidente americano, Joe Biden, in Europa. Per partecipare al vertice Nato e al Consiglio europeo. “Noi – è il messaggio della Casa Bianca – siano pronti a aiutarvi”. Washington ormai da qualche giorno – da quando insieme alla Gran Bretagna ha chiuso gli acquisti da Mosca – chiede all’alleato europeo di mettere la parola fine alla dipendenza energetica dal Cremlino.

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Certo, per Usa e Regno Unito è stato più semplice. Le loro importazioni di petrolio dalla Russia ammontavano al 3 per cento del totale. Per i 27, invece, la situazione è completamente diversa. Sarebbe davvero l’arma fine di mondo, per la Russia – che definisce l’embargo Ue “impossibile” e paventa prezzi a 300 dollari – ma anche per l’Unione europea. Interrompere il flusso di petrolio e soprattutto quello di gas sarebbe infatti una sfida terribile. L’Europa importa da società russe circa il 20 per cento di “oro nero” e il 40 di gas. Trovare soluzioni alternative per il petrolio è forse più semplice, i fornitori sono più numerosi, anche se Paesi come la Germania e l’Olanda continuano a ritenerla un’opzione poco praticabile nel breve periodo. E sul versante del metano è tutto molto più complicato.

È un passo, insomma, che si può compiere solo con un’alleanza di ferro con gli States. Ed è proprio di questo che Biden vuole discutere giovedì a Bruxelles. Lo ha ribadito ieri anche nella telefonata di quasi un’ora con Draghi, Macron, Scholz e Johnson. E lo ha dimostrato nella pratica mercoledì scorso, ordinando al dipartimento dell’Energia di autorizzare il principale produttore americano di gas naturale liquefatto (Gnl), Cheniere Energy, ad accelerare le esportazioni verso l’Europa. Il provvedimento riguarda i due siti di Sabine Pass in Louisiana e Corpus Christi in Texas, e aumenta le forniture di 0,72 miliardi di metri cubi al giorno. La volontà dunque c’è, ma deve anche fare i conti con problemi di natura politica e tecnica.

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Sul primo punto gli ostacoli sono due. Uno è il rischio di alienare tutti gli elettori che lo hanno votato per l’impegno a contrastare i cambiamenti climatici. L’altro è che ai repubblicani tutto sommato non dispiace se i prezzi di gas e benzina continuano a salire: così corre l’inflazione, che promette di condannare i democratici alla sconfitta nelle elezioni midterm.

I problemi tecnici invece riguardano le risorse a disposizione, la possibilità concreta di estrarre il cosiddetto “shale” (attraverso il procedimento chiamato “fracking”) e trasportarlo in Europa, e l’interesse delle compagnie private a farlo, per non parlare poi delle resistenze geopolitiche a collaborare da parte di Arabia ed Emirati, risentiti con Biden per la linea su diritti umani, Iran e attacchi degli houti.
Il diavolo è nei dettagli. Negli ultimi sei mesi i “frackers” americani hanno aumentato i pozzi del 20%, ma solo per recuperare le quote perdute nella recessione da Covid, non per aumentare in assoluto la produzione. Farlo vorrebbe dire spingere giù il prezzo del barile, togliendo ogni convenienza per le aziende.

Ancora più complicato è il gas, dove secondo gli analisti americani l’Europa dovrebbe puntare a ridurre le forniture russe di 102 miliardi di metri cubi, ossia due terzi, ma realisticamente può centrare solo tra il 50 e il 60% di questo obiettivo. Senza considerare che secondo uno studio della Fondazione Eni Enrico Mattei, se ci fosse adesso un’interruzione degli acquisti di gas, pur con tutte le contromosse possibili, l’Italia si troverebbe un ammanco di circa 10 miliardi di metri cubi. Il nostro Paese dovrebbe razionare l’energia elettrica, soprattutto nell’industria. Tra le contromosse figurano l’aumento dell’importazione di gas liquido, la crescita delle rinnovabili, ma anche l’incremento di sistemi inquinanti come petrolio e carbone. Il pegno da pagare, quindi, sarebbe molte più emissioni inquinanti e un prezzo dell’energia stabilmente alto.

Gli Usa sono il più grande esportatore mondiale di Gnl, e possono aiutare, però i “frackers” sono vicini al limite massimo e buona parte del loro gas va già in Europa. Tant’è che Biden ha fatto sapere ai leader del Vecchio Continente che sarebbe utile un investimento per costruire nuovi “liquefattori” in America per trasportarlo oltreoceano. Sebbene, ad esempio, in Italia non ci sono sufficienti rigassificatori. Insomma, la sfida a Mosca è possibile. Sapendo che Putin ha già minacciato ripercussioni. Ma le scelte per l’indipendenza energetica richiedono tempo e vanno fatte subito.

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