Pd, Da Minniti a Martina: i big che cambiano mestiere aprono un caso nel partito

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L’addio ufficiale di Marco Minniti si è consumato in pochi minuti, il tempo necessario al presidente di turno della Camera, Fabio Rampelli, per comunicare le dimissioni dell’ex ministro dell’Interno. La giunta delle elezioni ne ha accertato l’incompatibilità con il suo nuovo ruolo al timone di una fondazione che fa capo a Leonardo, azienda erede di Finmeccanica e partecipata dal ministero dell’Economia. Senza neanche un voto d’aula, Minniti chiude una carriera trentennale nelle istituzioni. E va ad aggiungersi ai big del Pd (o almeno a chi lo è stato in tempi recenti) che non solo voltano le spalle al partito. Ma cambiano proprio mestiere. Prima dell’ex consigliere principe di Massimo D’Alema, in questa legislatura, avevano deciso di lasciare il parlamento Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia con Renzi e Gentiloni  che è andato alla presidenza di Unicredit, e Maurizio Martina, ex ministro delle Politiche agricole che è diventato il nuovo vicedirettore della Fao.

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Un altro caso, in questa legislatura, aveva riguardato Guido Crosetto, uno dei fondatori di Fratelli d’Italia, che dovette dare le dimissioni tre volte prima che fossero accettate. Crosetto lasciò per la nomina a presidente di Orizzonte Sistemi Navali, impresa creata come joint venture tra Fincantieri e Leonardo e specializzata in sistemi ad alta tecnologia per le navi militari e di gestione integrata dei sistemi d’arma. Ma è nel Pd che, in queste ore, tali singolari “fughe” – raramente in passato si lasciava uno scranno parlamentare senza ascendere ad altre cariche politiche o senza essere costretti da incompatibilità e guai giudiziari – stanno facendo discutere.

Perché se è vero che alcuni dei dimissionari in questione durante la gestione Zingaretti avevano trovato nel Pd meno spazio rispetto a prima, è vero pure che stiamo parlando di figure che hanno fatto la storia recente dei dem. Basti pensare che Martina e Minniti sono stati protagonisti delle primarie del 2019: il primo candidandosi come segretario, il secondo ponendosi prima come punto di riferimento dei renziani e poi ritirandosi a favore del governatore del Lazio. Il caso ha oggi voluto che le dimissioni di Minniti arrivino formalmente proprio alla vigilia di un appuntamento, quello con l’assemblea che aprirà il dopo-Zingaretti, in cui il Pd si interroga sul proprio ruolo.

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Luigi Zanda, senatore di lungo corso e pioniere del partito, fa rilevare che “episodi di questo genere, infrequenti in Italia, sono più comuni negli Usa, in Francia, in Germania e in Gran Bretagna. Detto ciò, si tratta chiaramente di un impoverimento della politica e del Pd in particolare. Queste scelte, indubbiamente, testimoniano anche di una perdita di capacità attrattiva da parte del Pd”. Ed è d’accordo un deputato di un’altra generazione, Andrea Romano, che è il portavoce di Base riformista: “Ero preoccupato già quando è andato via Martina, lo sono diventato sempre di più. Questi addii sono il segnale del momento difficile che sta vivendo il nostro partito. Io, se permette, metto insieme, le parole di vergogna che Zingaretti ha usato verso il “suo” Pd a questi abbandoni. Ecco perché sostengo che non basta un semplice avvicendamento del segretario per risolvere la situazione, serve proprio una revisione della  forma-partito. Sennò siamo avviati al declino”.

Peppe Provenzano, che è stato ministro nel Conte bis, fa un ragionamento più articolato: “E’ chiaro che c’è un impoverimento della politica ma distinguerei caso per caso. Martina è andato a ricoprire un incarico in continuità con il lavoro che aveva svolto, io reputo più discutibili le altre decisioni. In ogni caso, prima di parlare di un fenomeno consolidato, rifletterei su una controprova abbastanza clamorosa di queste ore: anche Letta aveva lasciato il parlamento per fare altro, ma sta meditando il ritorno in prima fila nel Pd”.

Opinioni a confronto in un dibattito che anima comunque la vigilia dell’assemblea: “E’ un partito che ha perso troppi big a seconda dei cambiamenti di vento”, ragiona un altro ex esponente di governo. Citando anche defezioni di un passato meno recente (Lapo Pistelli nel 2015 lasciò l’incarico di viceministro degli Esteri per diventare vicepresidente senior dell’Eni) e il numero degli ex segretari che oggi non militano più nel Pd: cinque su otto. I dem aspettano un appuntamento cruciale per il proprio futuro ma intanto, voltandosi indietro, non trovano più pezzi della propria storia.

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