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Pd, il ‘metodo’ Letta: blitz per spiazzare le correnti

Già lo chiamano “il metodo Letta”. Decidere senza consultarsi con nessuno, se non con un paio di collaboratori fidatissimi, per bruciare tutti sul tempo ed evitare di finire inghiottito nel gorgo delle correnti. Tramortite da un’autonomia e una rapidità d’azione che non si aspettavano, da uno come lui.

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Altro che vecchia Dc: dei modi prudenti e felpati d’un tempo, il “nuovo Enrico” non sembra aver conservato più nulla. Traduzione empirica di quel “Ho imparato” che è il titolo del suo ultimo libro, compendio di esperienze e idee di futuro. In pugno un’arma sconosciuta ai predecessori: Letta non deve niente a nessuno, la sua elezione alla guida del Pd è figlia della disperazione di un gruppo dirigente che s’è auto-distrutto nella guerriglia interna.

L’hanno dovuto pregare perché chiudesse con la sua vita di prima e venisse a salvare il partito: “Solo tu puoi riuscirci”, gli hanno detto Gentiloni e Franceschini; persino il premier Draghi l’ha chiamato per sincerarsi che non facesse scherzi. E lui, per accettare, ha chiesto una sola cosa: carta bianca. Consapevole che l’apertura di credito non durerà in eterno. Non ha molto tempo: o prova a cambiare tutto e subito – metodo di lavoro, rapporti interni, personale politico – oppure al primo inciampo c’è il rischio che gli presentino il conto. Deve fare in fretta. E poiché la “rivoluzione non è un pranzo di gala”, Letta ha cominciato subito.

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In appena 72 ore il neo-segretario ha, nell’ordine, modificato la linea sulle alleanze: prima si costruisce il nuovo centrosinistra, con Leu e gli scissionisti di Azione e Italia viva, poi si dialoga con il M5S. Ha inaugurato una massiccia campagna d’ascolto dei militanti. Ha spedito un avviso di sfratto ai capigruppo di Camera e Senato, figli di un’epoca poco in sintonia con la nuova stagione democratica. Ha nominato a sorpresa due vicesegretari, ma il vicario è una donna, cosa mai accaduta prima, fuori dalle logiche di corrente sebbene espressione di scuole di pensiero – una profondamente liberal, l’altra molto di sinistra – che Letta vorrebbe finalmente amalgamare nel suo nuovo Pd.

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Irene Tinagli e Peppe Provenzano, che pure diventò ministro su indicazione di Andrea Orlando, sono due personalità con solide competenze e soprattutto un lavoro fuori dalla politica. Proprio come lui. Un lavoro cui tornare se i Democratici non si mostreranno all’altezza della sfida: auto-riformarsi per rispondere ai bisogni del Paese. Vincendo le elezioni nel 2023.



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