Pensione anticipata, effetto Draghi: domande in calo del 77% e l’assegno del 20%

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Roma – Il pacchetto pensioni da 600 milioni inserito in legge di Bilancio per il 2022 beneficerà secondo la Cgil il 23% appena della platea del 2020. Un microintervento che spinge il sindacato guidato da Maurizio Landini a chiedere più risorse e di riaprire quanto prima la discussione, sventolando come opzione anche quella dello sciopero generale. A maggior ragione considerate le intenzioni di Palazzo Chigi. Quel «ritornare al contributivo», auspicato dal premier Draghi, che potrebbe voler dire anticipare l’età della pensione, ma rinunciando a un quinto dell’assegno. Il governo guarda a un futuro previdenziale sostenibile per i conti pubblici e quanto più vicino alle regole che si applicheranno a giovani e meno giovani, i “post-1996” totalmente nel sistema contributivo.

Pensioni, lo studio della Cgil

A inasprire i toni del confronto, arrivano i conti della Cgil sulle tre misure presenti in manovra. Si tratta di Quota 102: l’uscita a 64 anni con 38 di contributi per il solo 2022. Poi il rinnovo di Opzione Donna, ma con un rialzo di due anni del requisito dell’età che passa da 58-59 anni (per dipendenti e autonome) a 60-61, sempre con 35 anni di contributi e ricalcolo contributivo. Infine l’Ape Sociale allargata a più mansioni gravose, da 57 a 221. Neppure un quarto dei beneficiari delle tre misure nel 2020 riuscirebbe, secondo la Cgil, ad agganciarle il prossimo anno: 32 mila contro 142 mila.

Pensioni, c’è l’accordo: Quota 102 per un anno e poi via alla riforma

L’Ape Sociale raddoppierebbe (da 10 mila a 21 mila), i quotisti crollerebbero (8.500 contro 117 mila), mentre Opzione Donna sarebbe residuale (2 mila contro 14.500). E questo perché il bacino di Quota 102 è già stato svuotato da Quota 100, mentre la stretta su Opzione Donna precluderebbe l’uscita alle nate dal 1961 (se autonome) o 1962 (se dipendenti).

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«Il governo apra subito un confronto», chiede Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil. «Vanno aumentate le risorse per ampliare la platea dei gravosi, estendendo le nuove categorie anche ai precoci incomprensibilmente esclusi, e per abbassare il requisito contributivo per accedere all’Ape Sociale. Opzione Donna così come formulata è del tutto inutile».

Anticipo della pensione, ecco l’Opzione Tutti

Eppure il governo guarda proprio alla filosofia di Opzione Donna per concedere a tutti una certa flessibilità in uscita. Andare in pensione prima dei 67 anni di vecchiaia comporta però – come già sperimentano le donne – un ricalcolo dell’assegno in base ai contributi versati, senza dunque tenere conto degli anni retributivi pre-1996 che quell’assegno lo alzano, perché vengono pesati in base agli ultimi stipendi. Prendiamo tre casi emblematici di lavoratori classe 1959, reddito netto di 1.500 euro mensili. Ipotizziamo, come fa per Repubblica smileconomy, che nel 2022 a 63 anni possano accedere a Opzione Tutti e anticipare di quattro anni l’uscita.

Pensioni, l’assegno potrebbe calare del 20%

Nel primo caso, si tratta di un lavoratore intrappolato tra le Quote. Quest’anno ha 62 anni, ma solo 37 di contributi: ne manca uno per accedere a Quota 100 che termina il 31 dicembre. Il prossimo anno ha 63+38, ma Quota 100 è diventata Quota 102 e richiede 64 anni e 38 di contributi: quindi è di nuovo fuori. Se esistesse Opzione Tutti, potrebbe uscire subito ma con 934 euro al mese di pensione anziché 1.181 che otterrebbe se aspettasse i 67 anni ordinari: il 21% in meno. Nel secondo caso, abbiamo un lavoratore sempre di 63 anni, ma con 35 di contributi: lo stesso requisito contributivo richiesto alle donne.

Pensioni, riforma subito. L’ipotesi dell’anticipo per tutti

Se uscisse subito, pagherebbe questa flessibilità col 20% in meno di pensione: 872 euro anziché 1.094. Nel terzo caso vediamo cosa succede a chi ha accumulato solo 20 anni di contributi: dieci anni nel retributivo (pre-1996) e dieci anni dopo. Forse ha lavorato in nero, forse è stato a lungo precario, accumulando molti buchi tra un posto e l’altro. Uscire a 63 anni con 20 di contributi comporterebbe la rinuncia al 27% della pensione, incassando appena 579 euro contro i 794 euro dai 67 anni. Tagli che fanno riflettere.

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