Petrolio, Arabia Saudita ed Emirati chiudono la porta a Biden sull’aumento della produzione: rifiutata la chiamata del presidente Usa

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ROMA – I Paesi del Golfo chiudono la porta al presidente Usa Joe Biden, in cerca di alleati per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio legato all’invasione russa e ora anche allo stop alle importazioni del greggio russo. Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal i leader dei due Paesi avrebbero rifiutato la telefonata del presidente Usa, in pressing per un aumento della produzione per mitigare la fiammata del prezzo del petrolio.

Per il quotidiano, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e lo sceicco Mohammed bin Zayed al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti avrebbero rifiutato la telefonata anche per le posizioni degli States nel Golfo con particolare riferimento alla guerra in Yemen. Le relazione tra il principe saudita e la Casa Bianca e in particolare con il presidente Joe Biden si erano deteriorate anche per le dure prese di posizioni del presidente Usa dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, con Biden che in campagna elettorale aveva definito l’Arabia Saudita un “paria” internazionale.

Sempre secondo il Wsj  sia il principe Mohammed bin Salman e sia lo sceicco Mohammed bin Zayed al Nahyan avrebbero avuto conversazioni telefoniche con il presidente Vladimir Putin, dopo avere rifiutato le chiamate di Biden. Entrambi avrebbero parlato anche con il presidente ucraino e secondo fonti saudite l’amministrazione Usa avrebbe chiesto al principe Bin Salman di svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto

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Le conseguenze per l’economia Usa

In un altro articolo il Wsj ragiona anche sulle possibili implicazioni dello stop Usa alle importazioni di greggio da Mosca, osservando che “probabilmente spingerà i prezzi della benzina ancora più in alto e pungerà le famiglie americane già messe alla prova dall’inflazione più alta degli ultimi quattro decenni”. Gli economisti, sottolinea il giornale, si attendono che il dato americano sull’inflazione di febbraio, atteso per oggi, sarà di quasi l’8%, “un’accelerazione rispetto al mese precedente che catturerebbe solo in parte il recente aumento dei prezzi dell’energia”. I rincari, secondo il quotidiano, “potrebbero incoraggiare ulteriormente la Federal Reserve mentre si muove verso un rialzo dei tassi di interesse, a partire dalla riunione politica della prossima settimana, per ridurre l’inflazione”. In generale, comunque, la previsione è che “la crisi Russia-Ucraina e il relativo rincaro dei prezzi del petrolio rallenteranno la ripresa economica degli Stati Uniti quest’anno”.

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