Petrolio: la Ue mette un tetto al prezzo, ma la Russia si organizza con una flotta “ombra”

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Roma – Il tetto al prezzo del petrolio russo deciso dall’Unione europea potrebbe essere arrivato tardi. Bruxelles ha appena annunciato di aver messo un limite agli acquisti di greggio controllate dalla società di Mosca, pubbliche e private: non più di 60 dollari al barile. Questo in aggiunta all’embargo per le importazioni in tutta Europa (con l’eccezione dell’Ungheria che non ha sbocchi al mare), che scatterà da lunedì 5 dicembre.

L’obiettivo è calmierare i prezzi (favorendo ad esempio la ripresa dei paesi economicamente più fragili), ma soprattutto mettere in difficoltà l’economia del Cremlino per sottrare a Vladimir Putin risorse finanziarie che non verrebbero così investito nell’invasione dell’Ucraina. Ma la Russia non è stata guardare. Così come ha fatto per il taglio alle importazioni di gas da parte della Ue, anche per il petrolio ha studiato le sue contromosse.

Come riporta il Financial Times, Mosca ha organizzato una flotta “ombra” di oltre 100 navi con cui organizzarsi per aggirare l’embargo. Il quotidiano britannico cita la società di consulenza energetica Rystad, secondo cui la Russia ha aggiunto 103 navi cisterna nel 2022 grazie ad acquisti e alla riallocazione di navi che servivano l’Iran e il Venezuela, due Paesi – non a acso – sotto embargo petrolifero occidentale.

Del resto, sono già mesi che le autorità occidentali stanno monitorando le mosse del Cremlino per aggirare l’ostacolo embargo. Come riportato in più occasioni dalla stampa internazionale: nel maggio scorso, una serie di articoli e inchieste della stampa anglosassone ha raccontato anche nel dettaglio i trucchi dei produttori russi per arrivare più facilmente nei porti europei dove gli approdi sono sempre stati controllati attentamente. Ed evitare anche di essere rintracciati dai computer delle autorità bancarie Usa, visto che il mercato del petrolio si basa quasi esclusivamente sul dollaro.

Così come è stato raccontato il modo con cui le petroliere russe con “false bandiere” si davano appuntamento nelle vastità oceaniche per il trasbordo del carico di petrolio in navi più grandi.

Così da mischiarlo con greggio con caratteristiche simili ma di altra provenienza. Perché per essere considerato russo – come ha rivelato il Wall Street Journal – le grandi Oil company ritengono debba avere almeno il 51% di greggio proveniente dalle aziende di Mosca. Il trucco è rimanere al di sotto e dichiarare la provenienza della quota maggioritaria.

In questo modo, le compagnie russo cercano di vendere il loro petrolio comunque nei porti europei ma anche del Giappone e dell’Australia. Un tentativo che riuscirà solo in minima parte. Prendiamo il caso dell’Unione europea, dove i suoi Stati membri si stanno riorganizzando. In previsione dell’embargo, i flussi di greggio si sono già reindirizzati: sempre secondo l’Aie, nella Ue le importazioni di petrolio sono scese a 1,4 milioni di barili al giorno, dai 2,5 milioni del gennaio scorso. L’Unione europea ha soddisfatto la sua domanda rivolgendosi ai produttori del Medioriente, Africa occidentale, Brasile e Guyana.

Mentre Stati Uniti e Kazakistan hanno promesso un aumento delle spedizioni dopo il 5 dicembre per oltre un milione di barili al giorno per compensare il greggio russo che non arriverà più. E, così come è accaduto per il gas dopo l’invasione dell’Ucraina, la Norvegia è tornata ad aumentare la produzione, dove il colosso di stato Equinor ha annunciato di aver accelerato lo sviluppo di “Johan Sverdrup” (dal nome di un primo ministro di fine Ottocento), il più grande giacimento dell’Europa occidentale nel Mare del Nord.

Ma, contemporaneamente, i produttori russi hanno cercato e trovato clienti alternativi. Sono salite le importazioni da parte di India, Cina, Turchia, ad almeno 1,2 milioni di barili al giorno già sul finire dell’estate. E la flotta “ombra” serve proprio a questo scopo.

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