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Quando Battiato giocava a calcio: contro un palo il suo naso divenne aquilino

La Republica News
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C’entrava il calcio, nel famoso naso aquilino del maestro. Accadde quando Franco Battiato aveva tredici anni, e giocando una partitella al paese andò a sbattere contro il palo di una porta. Una botta tremenda. Suo fratello gli disse di non raccontare niente ai genitori e di andare a dormire, poi però fu troppo tardi e la frattura non si poté ricomporre. Il naso di falco di Battiato nasce così.

Lui era un grande appassionato di calcio, prima come praticante e poi come tifoso (interista ma non militante, “io parteggio più che altro per il bel gioco, chiunque lo sviluppi”). Ma in campo, lì si era fatto valere come un combattente senza paura e senza fronzoli. Anni Cinquanta e Sessanta, nei rettangoli d’erba e terra (soprattutto terra) tra Catania e Taormina. La squadra si chiamava Riposto, e il maestro Battiato cominciò la sua carriera da mediano. Poi, però, la tendenza del calcio prese una piega diversa e così nacque quel ruolo nuovo che Gianni Brera subito battezzò: libero. Nel senso che il difensore centrale era per la prima volta libero dalla marcatura del centravanti o dell’ala e poteva impostare il gioco, oppure essere “l’ultimo baluardo”, come si diceva allora, tra difesa e portiere. L’ultimo scudo. “Credo di essere stato uno dei primi liberi siciliani” raccontò una volta il maestro a Sebastiano Vernazza della Gazzetta dello Sport, non dimenticando alcuni episodi del suo calcio vissuto, compreso un clamoroso autogol con la palla proprio all’incrocio. Tra gli avversari incontrati in quella bella e lunga stagione di musica calcistica, il centravanti di una squadra di Catania, la Massiminiana, catanese a sua volta. Segnava sempre, lo chiamavano “Pietru ‘u turco” e di cognome faceva Anastasi.

La memorabile dimensione musicale e poetica di Battiato non lo allontanò mai dal calcio, neppure da quello giocato. Quarantenne e già molto famoso, si ritrovò addirittura a calpestare il prato di San Siro con la maglia dei cantanti, contro la nazionale femminile. Lui, come sempre in difesa: “Per provare a fermare una biondona rischiai l’infarto”. Si definiva un esteta del gioco, e questo amava più di ogni altra cosa: la bellezza della fantasia, senza centri di gravità permanente. La bellezza del gioco. A suo modo, la cura.



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