Quando le parole sono malate

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Alle 14.15 di ieri, giovedì 29 luglio, la parola “razza” è comparsa all’improvviso sugli schermi dei nostri computer quando, per un errore burocratico, è stata recapitata per email ad ogni giornalista un’informativa sulla privacy nella quale si elencavano i dati personali sensibili che sarebbero potuti essere oggetto di trattamento. L’intervento dei redattori e dell’azienda ha consentito di identificare e correggere in tempi rapidi una procedura che, ancorché pensata per tutelare i diritti dei lavoratori e redatta in osservanza delle norme sulla privacy, appariva il suo esatto contrario. Un errore, appunto.

Ma poiché siamo un giornale che si distingue proprio nella tutela delle libertà fondamentali siamo andati oltre. Abbiamo voluto comprendere da dove arrivava in un documento sulla privacy l’agghiacciante definizione “origine razziale o etnica” riferita ad una delle categorie dei dati personali sensibili passibili di trattamento. Come fosse possibile che a 83 anni dall’infamia delle Leggi Razziali ed a 76 anni dalla sconfitta del nazifascismo la parola “razza” continuasse a inquinare il nostro linguaggio.

L’esito è stato inequivocabile: una delle parole più malate della Storia d’Europa compare nel testo del Regolamento Ue 2016/679, che al comma 1 dell’articolo 9 parla di “origine razziale o etnica”, con il risultato di veicolarla nel nostro ordinamento con il decreto 101 del 2018. Ovvero, nei testi del Codice Privacy della Repubblica italiana si parla di “razza”. Poiché è una parola che racchiude il seme dell’odio, la Francia nel 2018 e la Germania nel 2020 l’hanno abolita dalle loro Costituzioni.

E dunque ci batteremo per espellerla dai testi ufficiali Ue come dalle nostre leggi, incluso l’articolo 3 della Costituzione. Perché la persistenza di definizioni aberranti nel linguaggio burocratico nasce dalla carenza di coraggio nel fare i conti con la Storia.

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