Quanto inquina una mascherina? Tra autopulenti e riutilizzabili ecco i modelli del futuro di Francesco Giovannetti

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Da quando è iniziata la pandemia da Sars-cov-2, le mascherine e i dispositivi di protezione individuale sono diventati una presenza fissa nelle nostre città, nelle campagne e, purtroppo, anche negli habitat naturali. Generalmente per realizzarle vengono utilizzati materiali plastici, ma nonostante questo attualmente in Europa non è possibile riciclarle e perciò vengono confinate tra i rifiuti indifferenziati destinati a discariche e inceneritori. “Solo nel 2020 si sono prodotte tra le 150mila e le 440mila tonnellate di rifiuti in più”, spiega Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra. Rifiuti che talvolta sfuggono al ciclo di raccolta e gestione e finiscono in natura, come testimoniano video e foto sempre più frequenti. “Con le mascherine avremo a che fare per un bel po’ di tempo, almeno per un paio d’anni verranno prodotti questi quantitativi di rifiuti aggiuntivi”, aggiunge Bratti. “Bisognerebbe intervenire a monte, costruendo prodotti riciclabili”. E questo è infatti l’obiettivo di numerose realtà in Italia e nel mondo. Aziende, università e centri di ricerca stanno tentando di aggredire il problema con soluzioni diverse. Si va dal kit per sterilizzare le mascherine chirurgiche a quelle fatte con materiali compostabili e biodegradabili.

Di Francesco Giovannetti

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