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Quella sintonia con Draghi

La Republica News
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Ogni 31 maggio il governatore della Banca d’Italia parla della situazione dell’Italia, dell’Europa e del mondo e inevitabilmente offre una diagnosi accurata e una terapia rigorosa per i mali del Paese, senza risparmiare critiche nette a chi in quel momento è al potere. Con altrettanta regolarità il mondo istituzionale pressoché al completo — dai sindacati alle massime cariche della politica — si affanna a sottolineare l’esattezza di quelle tesi e l’assoluta necessità delle ricette proposte. Infine, anche qui in modo puntuale, il giorno dopo quel coro di unanimi consensi si trasforma in un silenzioso esercizio di rimozione collettiva mentre il governo, qualunque esso sia, procede per la sua strada. 

Quest’anno non è andata così: tra Visco e il governo guidato da Mario Draghi si è registrata una sintonia senza precedenti. Per certi versi si tratta di una sintonia ovvia e facile da prevedere. Se in via Nazionale, sede di Bankitalia, c’è Ignazio Visco a Palazzo Chigi siede il suo predecessore, che in quella nuova sede ha portato di sicuro un “metodo Bankitalia”, inteso come una valutazione dei problemi basata il più possibile su dati concreti e il più possibile scevra da tatticismi ideologici, ma che soprattutto ha incominciato a mettere in pratica le ricette che per tanti anni lui stesso ha dettato in via Nazionale. Dal ricettario della politica economia, Draghi si è mosso verso la “cucina” della politica, si potrebbe dire, con tutto quello che il passaggio dalla teoria alla pratica comporta; specie se dietro ai fornelli c’è una brigata assai litigiosa e in sala lo aspettano oltre 60 milioni di italiani colpiti dalla pandemia nella salute, nel portafogli e nelle sicurezze. 

Così, nell’elencazione da parte di Visco di ciò che è stato fatto e resta da fare di fronte all’emergenza senza precedenti portata in Italia e nel mondo dal virus, non si sono colti questa volta particolari accenni critici all’azione del — recente — governo, bensì una preoccupazione, che si sa condivisa tra i due Palazzi del potere, su un’economia che deve uscire da una catastrofe paragonabile a quella provocata da una guerra e sulla impossibilità di sprecare la grande occasione costituita dalla solidarietà europea. Una solidarietà che vale moneta sonante e consente di mettere sul campo opere pubbliche e riforme necessarie senza passare dalle forche caudine di scelte di politica fiscale che inevitabilmente infrangerebbero la strana maggioranza di Draghi. 

Ma c’è anche un altro aspetto, forse meno ovvio, nel gioco di specchi che attraverso i due protagonisti si può vedere tra via Nazionale e Palazzo Chigi. Ed è quello di un Visco che rilancia con forza un’ulteriore integrazione europea che faccia seguito al salto compiuto con il Next Generation Eu, usando parole che il suo ex collega Draghi non può forse sempre utilizzare in modo altrettanto esplicito di fronte alle diffidenze dei “falchi” nordeuropei e dei sovranisti nostrani. Dire, come ha fatto ieri il governatore, che «quanto più saranno utilizzati con efficacia, tanto più i programmi varati nell’ultimo anno potranno costituire un punto di riferimento per il disegno di meccanismi di natura permanente e dal funzionamento più agile» significa di fatto chiedere i cosiddetti Eurobond, i titoli di Stato della zona euro che prevedono in una certa misura la mutualizzazione del debito. E quando Visco spiega che «i Paesi che più beneficeranno delle risorse rese così disponibili, tra i quali in particolare l’Italia, hanno una doppia responsabilità: cogliere un’occasione decisiva per avviare a soluzione i propri problemi strutturali e dimostrare con risultati concreti l’importanza di una Unione più forte e coesa», il suo pensiero pare assolutamente in sintonia con quello del predecessore.

Del resto i banchieri centrali la loro spinta all’integrazione europea l’hanno data da un pezzo, concentrando nella Bce la politica monetaria della zona euro e lasciando di fatto indietro un pezzo della costruzione europea, specie quella che riguarda il coordinamento della politica fiscale. Ora tocca alla politica seguire i banchieri centrali. O forse tocca sempre a loro, ma questa volta, come Draghi, passando nelle stanze della politica. 



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