Queste pazze elezioni americane cosi Hollywood le racconterebbe al cinema

Queste pazze elezioni americane: così Hollywood le racconterebbe al cinema

La Republica News
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Come racconterebbero il grande romanzo delle ultime elezioni americane grandi registi di Hollywood come Oliver Stone o Spike Lee? Abbiamo provato a immaginare titoli e trame di film che non esistono e probabilmente non esisteranno mai. Nessuna notizia o anticipazione, ma pura fantasia.Il cinema americano ha sempre trovato nella politica nazionale una fonte di ispirazione notevole. Se Sacha Baron Cohen, col nuovo capitolo di Borat, è arrivato in anticipo sui tempi a parlare di Trump e Covid, i maggiori registi americani sono già al lavoro.
Ovviamente Oliver Stone e Michael Moore sono stati i primi a gettarsi sul caso. Il primo sta già girando D., pamphlet sotto forma di serrato film d’azione, che segue attraverso la Georgia un furgone carico di voti postali, guidato da un ex pompiere traumatizzato dal crollo delle Torri Gemelle (Bradley Cooper). Il documentario America First Aid di Moore, invece, illustra le altalenanti fortune di Trump davanti all’epidemia, le guerre per il brevetto sul vaccino, la malattia e la guarigione, messi a confronto con l’esemplare gestione del Covid in Ecuador. E sarà interessante misurare l’approccio opposto di Frederick Wiseman, maestro del documentario sociale, Leone d’oro alla carriera e noto per i suoi minuziosi e rigorosissimi resoconti sulle istituzioni americane: dopo l’esercito, il manicomio, gli ospedali e l’università, Wiseman ha seguito lo scrutinio in presenza e quello del voto postale in un seggio della Pennsylvania. Il suo Ballot, la cui durata coincide con quella delle operazioni di spoglio (72 ore), è previsto come evento speciale al prossimo festival di Venezia.Clint Eastwood in The Lonely Man torna a recitare nei panni di un eroe disilluso e malinconico, un colonnello in pensione che si candida col Libertarian Party e, vincendo mille pressioni, ottiene un 2% che causa indirettamente la sconfitta di Trump. Ma lui, deluso da un’America che non riconosce più, cede la sua collezione di fucili, munizioni incluse, a un giovane giocatore di football. Sul versante liberal, Steven Spielberg aggiunge un altro tassello alla sua fiduciosa esaltazione degli ideali americani con L’ora della verità: Tom Hanks è un giudice della Corte Suprema che deve convincere gli altri giurati, in maggioranza nominati da Trump, a respingere il ricorso del presidente uscente. Nel frattempo, cerca di riconquistare la fiducia della figlia (Elle Fanning) e della moglie (Jennifer Lawrence). Più acre l’approccio di Spike Lee, che in The Night Before immagina, coi toni farseschi, la burla giocata da un centralinista di colore (Michael B. Jordan) allo staff di Trump, smistando la prenotazione al Four Seasons Hotel, per la conferenza stampa finale, a un negozio di ferramenta. Pare invece tramontato il progetto di Martin Scorsese, The Wrong Place, sul gestore italoamericano di un casinò di Trump, mediatore tra gang italoamericane e mafia ucraina, inviato a gestire le fake news dalla Russia.Più ampio lo sguardo di Quentin Tarantino, che rielabora fantasiosamente le radici dell’America di oggi. Al centro c’è la costosissima commedia prodotta nel 1970 da the Donald (Willem Dafoe nel film) per i palcoscenici di Broadway, Paris is Out!. Gina (Dakota Fanning), svampita pedicure, si fa istruire da uno sceneggiatore in ascesa, Francis Ford Coppola (Benicio Del Toro) per ottenere il ruolo da protagonista, mentre Jane Fonda (nei panni di se stessa) prepara una violenta contestazione. Nel frattempo il fidanzato di Gina (Tobey Maguire) è spedito in Vietnam e sequestrato dai guerriglieri, ma evade rocambolescamente, entra nel quartiere generale di Ho – Chi – Minh, fa una strage e gli Stati Uniti vincono la guerra.Unico nome femminile coinvolto in questa corsa al racconto presidenziale, seppure in maniera indiretta, è Sofia Coppola con Taj Mahal, che vede al centro la figlia (Dita Fanning) di un politico americano candidato alle elezioni, odiata dalla matrigna (Jennifer Lawrence) e alle prese con una spaesante trasferta in India. Chiarissimi i riferimenti a Ivanka Trump.Ma, come è noto, il cinema americano intercetta l’aria del tempo in maniera spesso metaforica. E bisognerà aspettare il 2024 per vedere Fluff, la nuova produzione Pixar in cui la piccola portoricana Boe, in viaggio attraverso l’America per andare a trovare nonno Joe insieme alla madre separata, a causa di un incrocio sbagliato finisce in un mondo senza colori, dominato da una misteriosa peste che ha portato la tristezza. La bimba dovrà aiutare il buffo spiritello Fluff (che ha le fattezze di nonno Joe) a recuperare l’antidoto e a varcare le porte del Castello Bianco.Ultimora: Mentre il pezzo era in chiusura, giunge la notizia che Amazon ha messo in produzione la prima stagione di The Donald, serie scritta da Aaron Sorkin con una scelta sorprendente per il cast: Robert Redford, icona della Hollywood radical, interpreterà il magnate- presidente, mentre Nicole Kidman sarà Melania. Le prime indiscrezioni suggeriscono che molte delle produzioni citate, davanti al megaprogetto, saranno cancellate.


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