Quirinale, Salvini, Meloni, Conte: lo strano trio che vuole Draghi presidente

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 La prima era stata Giorgia Meloni, già un mese fa: “Il centrodestra è d’accordo sul fatto che Mario Draghi potrebbe essere un buon presidente della Repubblica”. “Draghi lo voterei anche domani mattina” ha affermato ieri Matteo Salvini. E il giorno prima, intervistato da Lucia Annunziata, anche Giuseppe Conte aveva, a sorpresa, aperto a un’elezione dell’attuale premier al Colle.

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Come si spiega? Tre esponenti che hanno sin qui mostrato di soffrire l’autorevolezza del presidente del Consiglio fanno sapere che, ai primi di febbraio, lo vedrebbero volentieri al Quirinale come successore di Sergio Mattarella. Sbrigativamente si potrebbe liquidare l’intento di Giorgia Meloni con le probabili urne in primavera che il trasloco di Draghi implicherebbe. In fondo lo ha ribadito ieri all’Ansa il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida: “Noi dopo auspichiamo che si vada al voto”.

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Le cose sono, come sempre accade nella politica italiana, più bizantine, e contraddittorie, di come potrebbero apparire a prima vista. Intanto, nonostante stia all’opposizione, i rapporti tra Giorgia Meloni e Mario Draghi sono ottimi. C’è tra i due, dicono in tanti, una corrente di simpatia personale. E il calcolo politico della leader di Fdi, di contribuire col suo voto a un’elezione, sarebbe meno contingente: l’ascesa di Draghi rappresenterebbe la sua Fiuggi, l’ingresso in società. Meloni quindi, partecipando a un patto di sistema, ne farebbe automaticamente parte, con quel che ne consegue in caso di un suo successo alle elezioni politiche.

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Ma Salvini? Non aveva fatto capire che lui era per Silvio Berlusconi? E allora, perché essere anche per Draghi? Salvini in questo momento di appannamento si tiene aperte tutte le porte. E sa benissimo che Mario Draghi è l’unico candidato che può ambire a un’elezione al primo turno, secondo il cosiddetto “metodo Cossiga” perfezionato da Ciriaco De Mita nell’elezione del 1985. E da questo metodo Salvini non può chiamarsi fuori, pena la perdita di centralità. E quindi, non si sa con quanta convinzione, il capo della Lega non chiude la porta Draghi.

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E Conte invece? Persino Conte, che ha sempre ritenuto Draghi un usurpatore, ora non esclude di votarlo. Se si vuol capire la strategia di Conte bisogna ricorrere a quella famosa frase di Clemente Mastella per cui nelle elezioni decisive “bisogna stare in tutte le vie di fuga”. Conte è in difficoltà. Soprattutto interna. La sua leadership fatica ad affermarsi. Pure Conte ha la necessità di stare dentro tutte le partite, anche le più sgradevoli, per ribadire il suo ruolo. “Con l’elezione di Draghi non si va al voto” ha rassicurato l’altro giorno l’inquieta pattuglia parlamentare cinquestelle.

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Mario Draghi al momento è il favorito. L’unico che metterebbe insieme le anime più diverse. A patto che sappia garantire una prosieguo della legislatura. Draghi dovrebbe insomma assicurare che si voterà soltanto alla scadenza, nel 2023. Altrimenti, prevarrà, quello che un vecchio democristiano come Gianfranco Rotondi chiama “il metodo Leone”, ovvero il caos che condusse all’elezione di Giovanni Leone nel 1970: una lunga sequenza di passaggi a vuoto, prima dell’elezione a maggioranza.

È al momento, l’uomo con più chance di spuntarla dal caos, è Silvio Berlusconi, che almeno parte da una base sicura di voti del centrodestra. Sulla quale, dalla quarta votazione, potrebbero convergere tanti peones, anche grillini, che sanno che con Silvio non si andrebbe a votare. Apparentemente inspiegabile, in realtà spiegabilissimo, proprio come lo strano sì di Conte-Meloni-Salvini a Draghi.
 

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