Rai il canone non copre le spese del servizio pubblico. Mancano 1165 milioni

Rai, il canone non copre le spese del servizio pubblico. “Mancano 116,5 milioni”

La Republica News
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ROMA – Il canone della tv, quello che paghiamo in massa nella bolletta della luce, dovrebbe finanziare tutte le trasmissioni e le attività di servizio pubblico. I cittadini versano l’imposta e la Rai può garantire così i suoi programmi e servizi. Ma Viale Mazzini pensa che questo elementare schema di gioco non funzioni più a dovere.
La nostra televisione di Stato stima che il canone annuale, per coprire davvero tutte le spese del servizio pubblico, dovrebbe garantire un gettito più robusto. All’appello mancano 116,5 milioni di euro. Nel 2019, dunque, la Rai è stata costretta a trovare altrove quelle risorse – per il servizio pubblico – che il canone non le garantiva a sufficienza.
In altre parole, ha preso 116,5 milioni di entrate pubblicitarie – spesso procurate da trasmissioni a vocazione commerciale, simili per stile a quelle delle emittenti private – e li ha impiegati per allungare la coperta delle spese per il servizio pubblico, troppo corta.

Quante ore di informazione e cultura
Viale Mazzini arriva a questo numero (116,5 milioni) in un documento che prepara ogni anno, ribattezzato “Contabilità separata”. Il documento elenca, nome per nome, tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche che sono servizio pubblico in senso stretto. Inoltre calcola al secondo quanto tempo le sue reti dedichino – ad esempio – all’informazione generale e all’approfondimento; ai programmi di servizio; culturali; o per i minori.

Lo studio del Tg3 prima di una diretta  Vediamo qualche numero. Nel 2019 Rai 1, Rai 2 e Rai 3 – le reti principali – hanno proposto al pubblico, tra le altre cose:- 5750 ore di informazione generale e approfondimento;- 2393 ore di programmi che miscelano cultura, divulgazione e intrattenimento;- 2184 ore di trasmissioni di servizio;- 791 ore di informazione sportiva;- 190 ore di programmi per minori (bambini e ragazzi).
Dopo aver individuato tutte le trasmissioni di servizio pubblico e le ore di messa in onda, la televisione pubblica ha facile gioco a calcolare i costi di tutte queste produzioni. Così è anche in grado di valutare se il gettito annuale del canone abbia coperto o meno le spese proprie del servizio pubblico.
Alla fine di questo lungo conteggio, Viale Mazzini individua in 116,5 milioni i soldi della pubblicità che finanziano parte del servizio pubblico, in assenza di entrate sufficienti da canone.
La necessità di coprire questi 116,5 milioni con le entrate da pubblicità è solo uno degli argomenti che il vertice della televisione di Stato utilizza con il governo per reclamare maggiore certezze nelle risorse in entrata.

Il dare e avere della legge di Bilancio
La Rai lamenta anche il fatto che 110 milioni di canone – in teoria di sua proprietà – le siano sottratti e  vengano dirottati in un Fondo pubblico per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. La dotazione del Fondo viene decisa ogni anno dalla legge di Bilancio. L’ultima legge di Bilancio, per la verità, non si limita a togliere qualcosa alla Rai (per il Fondo) e le restituisce anche dei soldi. Le riassegna, in particolare,  altri 80 milioni che la legge di Bilancio – stavolta a partire dal 2015 – sottraeva al gettito del canone.
Tv pubblica
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di Giovanna Vitale 11 Novembre 2020

Un quadro di risorse certe
A fine anno il Pd ha fatto il punto sulle decisioni che andranno prese nel 2021. Come già anticipato da Gualtieri a novembre, l’attuale consiglio di amministrazione verrà congedato in estate, dopo l’approvazione del bilancio per il 2020 che cadrà in primavera. L’ad Fabrizio Salini – certo non gradito al Pd – rimarrà solo se i suoi estimatori nel Movimento 5 Stelle riusciranno a strapparne la conferma.
Il nuovo consiglio di amministrazione sarà eletto ancora  con i criteri scritti nella legge Renzi del 2015 L’ambizioso disegno di legge a firma di Andrea Orlando, che punta a mettere la televisione di Stato sotto l’ombrello protettivo di una Fondazione indipendente, depositato il 15 ottobre scorso, non potrà essere approvato se non tra molti mesi.
Nello stesso tempo, il Pd è determinato a riconoscere un quadro di risorse certe al futuro vertice della televisione di Stato. Ora però bisognerà individuare lo strumento che permetterà alla Rai di disporre di  risorse davvero stabili per molti anni. Un’idea definitiva, il Pd non l’ha ancora trovata.
In linea teorica, il Testo unico che elenca tutte le norme sul settore televisivo (il Tusmar) permette di aumentare l’importo del canone – oggi bloccato a 90 euro – in base “al tasso di inflazione programmato e alle esigenze di sviluppo tecnologico” della Rai (così stabilisce l’articolo 47 del Tusmar, al comma 4).
Ma aumentare l’importo del canone – nel 2021, nell’Italia disastrata del dopo coronavirus – sarà una strada impopolare, molto difficile da prendere.
 



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