Ravenna e Dante non aprite quella tomba

Ravenna e Dante: non aprite quella tomba

La Republica News
Pubblicità

141011270 a94144b3 3bed 42aa ae6b 783aa9fa201d

RAVENNA. Per fortuna qui Dante non l’hanno ancora trasformato in un souvenir. La sua immagine non la vedi urlata all’ingresso di qualsiasi ristorante, nelle cianfrusaglie in vendita in ogni tabaccheria. A Ravenna è sepolto, e il luogo della sua memoria si chiama “zona del silenzio”. Quando lo hai trovato, uscendo dalla stazione, e infilandoti per le stradine alle spalle di piazza del Popolo, puoi dire che corrisponde al nome che gli hanno dato gli architetti Gustavo Giovannoni e Corrado Ricci. Ovvio che l’asocialità del Covid aiuta l’atmosfera meditativa, ma c’è una sobrietà tutta cittadina nella custodia della presenza di Dante. Il sospetto che sia indifferenza ti viene, ma solo finché qualcuno non ti racconta la storia delle ossa. “Qualche mese fa” mi dice nel suo ufficio il sindaco, Michele De Pascale, “è stata riproposta l’idea di portare i resti di Dante a Firenze. Non avevo mai visto una reazione simile. La gente mi ha scritto, telefonato, fermato per strada, per dirmi che nessuno si doveva azzardare”. La proposta l’aveva fatta Cristina Mazzavillani, fondatrice del Ravenna Festival, circoscrivendo bene il tempo dell’operazione: “Una settimana”. Come le sarà venuto in mente? E dopo la protesta, avrà cambiato idea? “Non demordo affatto” risponde la signora, che è sposata con il maestro Riccardo Muti. “Siamo ancora in tempo per riuscirci. Non voglio mica cambiare la storia. Vorrei solo che le ossa di Dante fossero accompagnate, in un viaggio e una festa, nella città in cui voleva tornare. Cosa costerebbe ai ravennati?”.

L’affronto del 1519
La signora forse sottovaluta che certi affronti è difficile perdonarli dopo appena cinquecento anni. In fondo, era solo il 1519 quando i fiorentini erano quasi riusciti a mettere le mani sui resti di Dante. Il Papa (che era uno dei Medici) li aveva autorizzati a prelevarli e portarli a Firenze, ma, quando arrivarono, nella tomba non trovarono niente. I frati francescani avevano preso le ossa e le avevano nascoste così bene che furono ritrovate, per caso, soltanto tre secoli e mezzo dopo, nel 1865. “Mio nonno” racconta Mazzavillan, “faceva il lattoniere idraulico. Fu lui a ricevere l’incarico di rifare la cassettina di zinco che contiene le ossa di Dante quando quella precedente si usurò. Tirò fuori i resti dalla cassetta vecchia e le depose nella nuova. Dentro, a caratteri piccolissimi, incise il suo nome e la data, 28 ottobre 1923. Poi, tornò a casa e accarezzò la testa dei suoi figli, dicendo: Ch’u v’armânza qualquël int la tësta d’ste grând òman, “Che vi rimanga qualcosa nella testa di questo grand’uomo”. Per giorni e giorni, dopo, non si lavò le mani”.

Le “ceneri” di Dante
Con le ossa, Ravenna riebbe il suo esule e la nazione italiana trovò il suo Santo. Mi racconta Benedetto Gugliotta che “intorno ai resti di Dante si accese un vero e proprio culto, simile a quello per le reliquie di un martire, il cui centro d’irradiazione fu Ravenna”. Gugliotta è uno storico ed è il responsabile tutela e valorizzazione della Biblioteca Classense, che si trova in uno splendido monastero camaldolese del ‘500. “Pensi che, quando le ossa di Dante furono esposte, rilasciarono sul lenzuolino su cui le posarono una sorta di polvere. Ebbene, quei residui vennero raccolti e smerciati come “le ceneri di Dante”. Le venerava un giro di persone devote al culto del poeta, gente ben educata e integralmente laica, tra le quali c’era anche Enrico Pazzi, lo scultore che ha realizzato la statua di Dante a Santa Croce, a Firenze”.

“Beatrice e i sette nani”
Ancora oggi, la tomba di Dante ha qualcosa di sacro. Con il primo lockdown ha chiuso. Con il secondo han fatto in modo di no. In questi giorni, pochi la visitano. In passato, è stata un luogo di pellegrinaggio, innanzitutto letterario. Jacopo Ortis si genuflette “con la testa appoggiata a’ tuoi marmi“, nel romanzo di Ugo Foscolo, prima di suicidarsi, inaugurando un modello religiosamente laico. Più di recente, il poeta statunitense John Berryman viene qui e compone un’ode che pubblica sulla New York Review of Books. Il Comune l’ha restaurata da poco, insieme a tutta la zona del silenzio. Leggo sul Resto del Carlino una lettera di Nullo Pirazzoli che racconta l’amarezza provata dopo aver visto i lavori nel quadrarco proprio accanto al sepolcro, dove c’è un giardino: mancano solo “Beatrice e i sette nani” scrive. Non è un signore qualunque, Pirazzoli: ha insegnato Teoria del restauro all’Università di Venezia ed è il massimo studioso di Camillo Morigia, l’architetto che ha progettato la tomba. Vado a vedere quel che l’ha indignato: la “pavimentazione industriale” che ha sostituito la ghiaia originale con una semiplastificata, le “aiuolette fiorite”, gli alberelli piantati “entro tinozze tirolesi”. In effetti, non sono la cosa più bella che c’è qui intorno. Pirazzoli definisce il lavoro “inqualificabile” e “privo di qualsiasi rapporto culturale con il senso storico del luogo. Non l’ha deturpato, perché si può ancora smantellare, ma l’ha senz’altro peggiorato”. Considerata l’importanza del posto, e tutto il chiacchierare di Dante in città, stupisce che nessuno abbia almeno discusso un parere così argomentato e autorevole.

La mostra e il festival perduti

Incontro gli organizzatori delle celebrazioni. Non è solo il Comune, c’è anche il Ravenna Festival e il Dante2021. “È stato fatto un buon lavoro” dice Domenico De Martino, direttore appunto del Festival Dante2021, “ma, con una collaborazione più stretta, si sarebbe potuto ottenere un risultato ancora più alto, sfruttando al massimo le potenzialità della città”. Il Venerdì ha già raccontato che un’importante mostra dantesca si terrà a Forlì anziché a Ravenna. In più, nel settembre scorso è saltato l’appuntamento con il festival dantesco che si teneva da dieci anni, in vista proprio del centenario. “Il Covid ce lo ha impedito” mi dice Ernesto Giuseppe Alfieri, presidente della Fondazione che lo finanzia. Non è stato un segnale incoraggiante. Sebbene si capisca la difficoltà di organizzare un evento del genere durante una pandemia. La volta scorsa fu tutta un’altra storia. Lo festeggiarono tutti sfrenatamente assembrati. Lo vedo dalle foto di una mostra dedicata al centenario del 1921 – Inclusa est flamma – ora chiusa al pubblico, ma così bella che fa percepire il fervore che circondava allora Dante (l’ha curata il già citato Gugliotta). Le cerimonie le aprì un anno prima il ministro della Pubblica istruzione, un certo Benedetto Croce, nella sala dantesca strapiena, con un discorso in cui anticipa alcuni dei temi del saggio che pubblicherà l’anno dopo, La poesia di Dante: un classico.

L’invasione delle camicie nere
Croce previde che molti avrebbero celebrato “in Dante il più ispirato apostolo della nazionalità italiana”, mentre lui invitava a metter da parte il “simbolo” Dante e badare invece a ciò che fa di Dante Dante, ossia la poesia. Non lo ascoltarono. La Prima guerra mondiale, letta come l’ultimo episodio del Risorgimento, era finita da qualche anno. Il centenario dantesco a Ravenna fu l’occasione per festeggiare la riunione di tutti gli italiani, che finalmente si riconoscevano figli di uno stesso Padre: Dante, appunto. Ravenna fu capitale morale d’Italia. In un clima simile, sembra quasi naturale che nel settembre del 1921 tremila camicie nere abbiano marciato su Ravenna guidate da Italo Balbo e Dino Grandi, rendendo onore alla tomba e poi lasciandosi andare alle devastazioni, in quella che fu la prova generale della Marcia su Roma. Una foto ritrae i fascisti durante l’omaggio alla tomba, cupi e adrenalinici, proprio un attimo prima che distruggano la Camera del lavoro, i circoli socialisti, la sede della Federazione delle Cooperative.

Murales dal centro alla periferia
Oggi a Ravenna Dante è un’icona della street art. Seguo un itinerario che parte dal centro – dove Kobra, un artista brasiliano, l’ha disegnato a colori arcobaleno all’ingresso della scuola Mordani – e arriva fino in periferia. Non sono murales contro l’ordine costituito, anzi sono fatti d’amore e d’accordo con le autorità. Che qui, dagli anni Settanta, son sempre state di sinistra. Con una particolarità: a Ravenna esiste e conta ancora il Partito repubblicano. Quando incontro il vicesindaco, Eugenio Fusignani, ci scherza su: “Guardi che non sono un panda”. Infatti alle ultime elezioni il suo partito ha preso il 4,4 per cento. In periferia, nel quartiere Darsena, Dante appare dietro la facciata di una casa popolare. È un doppio murale di dieci metri per otto disegnato da Millo. Raffigura da una parte Virgilio, dall’altra Dante, entrambi bambini. Mi porta Marco Miccoli, curatore della mostra Dante Plus, che mi racconta perché il sommo poeta è disegnato mentre gioca, sotto una coperta rossa, con Devilman, un supereroe dei manga giapponesi. I ragazzi che gironzolano con la bici intorno si incuriosiscono. Si fermano e gli chiedono di ripetere quel che ha detto. “Stavo dicendo che il creatore di Devilman si chiama Go Nagai ed è un amante della Divina Commedia. Da bambino ha divorato la versione illustrata da Gustave Doré e il disegno di Lucifero l’ha così colpito che ha ispirato la creazione del suo personaggio più noto”.

“Quello che conta è la poesia”
Da quando esiste, la Commedia è sempre stata raffigurata. “Però tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento” spiega Giovanni Boccardo, italianista all’Università di Pavia, “le immagini sono diventate autonome dal testo. Dante e la Commedia sono finiti nei film, nei fumetti, nei videogiochi, ovunque, senza più alcun legame con i versi”. Boccardo sta preparando una rassegna sul Dante Pop, seguendo diramazioni che raggiungono pressoché ogni ambito della cultura popolare contemporanea, fino alla pubblicità e, dentro la pubblicità, alla speciale fortuna che Dante ha avuto perfino come promoter di lassativi, grazie all’associazione lirica purgatorio/purgante. Per fortuna lo spot non lo vide il grande Francesco de Sanctis, che già nel 1865, dopo essere andato a Firenze per il sesto centenario della nascita, scrisse a sua moglie Maria: “Sento cantar per via: spille di Dante a quattro soldi. Hanno reso ridicolo Dante. Vendono perfino i confetti Dante!”. La paura di Eugenio Baroncelli, per questo centenario, è affine: “Si parla di Dante come si potrebbe parlare di una Maserati: è un marchio, non più un poeta”. Baroncelli è uno scrittore che vive a Ravenna e appuntisce l’italiano fino a dargli un suono luccicante. Roberto Saviano ha detto che non si muove senza portarsi dietro uno dei suoi libri, pubblicati da Sellerio. Lo incontro a casa di Danilo Montanari, un fine editore d’arte. “Il fatto che Dante sia morto a Ravenna non aggiunge nulla alla sua opera. Le ossa certificano soltanto che neanche Dante era immortale 24 ore su 24. La poesia: solo quella conta. Peccato che nessuno la legga più. Spesso anche tra chi si dà da fare per celebrarlo. Ecco quel che manca, in tutto questo far festa” mi dice prima di salutare e salire a casa: “la poesia”.

Sul Venerdì del 31 dicembre 2020



Go to Source