Regeni, il gelo dei genitori in attesa di un passo della Farnesina

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“Quindi?”. C’è un disegno di Mauro Biani – Giulio ha la faccia interrogativa, un maglione verde e la camicia rossa che gli spunta da sotto i polsini – che racconta meglio di ogni altra parola l’altra faccia della linea che unisce l’Italia e l’Egitto: quella torturata, riconoscibile “solo dalla punta del naso”, per usare le parole della signora Paola, di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso dai servizi di sicurezza egiziani (secondo la procura di Roma) a febbraio del 2016. E ancora senza giustizia.

La liberazione di Patrik Zaki arriva infatti in un momento molto delicato nella battaglia della ricerca della verità di Giulio. Negli ultimi due mesi sono accaduti due fatti cruciali: la decisione del tribunale di Roma di non celebrare il processo ai quattro agenti della National security per l’omicidio Regeni in assenza dei domicili degli imputati, che il Cairo non vuole comunicare. E la durissima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta che individua gli apparati del governo egiziano come responsabili dell’assassinio. Dunque, secondo l’Italia, i responsabili dell’omicidio sono nel palazzo del Governo di Al Sisi. Lo stesso palazzo che ha depistato, non ha collaborato alle indagini. E ora impedisce il processo.

“Quindi?”, è la domanda che si ripetono da settimane i genitori di Giulio, Paola e Claudio, insieme con il loro legale Alessandra Ballerini. In attesa di una risposta dal Governo che, invece, non è arrivata. Palazzo Chigi aveva compiuto un gesto importantissimo, dall’altissimo valore simbolico, costituendosi parte civile nel procedimento, prima che il tribunale rinviasse tutto. Ma evidentemente ora è necessario compiere altri passi se non si vuole fare il gioco dell’Egitto: allungare i tempi affinché tutto cada nel dimenticatoio. I piani su cui si gioca la partita sono due. Uno riguardano i rapporti internazionali con l’Egitto che sono, per lo meno per quanto riguarda il dossier Regeni, su un binario morto da due anni. L’ex ambasciatore, Gianpiero Cantini, era stato inviato al Cairo con una lettera di incarico molto chiara che conteneva una serie di passi e di obiettivi da raggiungere nei rapporti con l’Egitto. Nulla si è riuscito a fare.

Si era promesso un magistrato di collegamento che si occupasse unicamente dei rapporti di cooperazione con l’Egitto, mai arrivato. Addirittura, la scorsa estate – mentre l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, assicurava di aver avuto rassicurazioni da Al Sisi di una grande collaborazione – si è dovuto assistere all’umiliazione di ottenere gli effetti personali “sbagliati” di Giulio: il Governo egiziano aveva promesso che sarebbero stati restituiti ai genitori, era volata una delegazione della nostra intelligence a prenderli, e invece sono stati spediti borsello, occhiali che a Giulio non erano mai appartenuti. Da agosto è stato nominato un nuovo ambasciatore, Michele Quaroni, che però non ha nemmeno preso contatti con la famiglia. E che si trova di fronte a un compito difficilissimo: ottenere il domicilio dei quattro imputati. Condizione imprescindibile, secondo la corte d’assise di Roma (il gup la pensava diversamente), per poter celebrare il processo.

La seconda strada è di tipo tecnico. La vicenda Regeni ha posto chiaramente un problema: un principio cristallino a difesa dei diritti degli imputati (non ci può essere un processo se l’imputato non è a conoscenza delle accuse che gli vengono mosse) può essere usato dagli imputati per evitare il processo. Basta infatti che il proprio Stato non consenta la notifica degli atti per impedire che il processo venga celebrato. Ecco perché c’era chi stava ragionando a Chigi e al ministero della Giustizia per pensare una norma che impedisca questo scempio. Per esempio: in casi come questo, basta notificare l’atto all’ambasciata per dare la notifica come avvenuto. Ma la strada era assai stretta e, anche per questo, sembra essere stata abbandonata nelle ultime settimane. C’è poi chi spinge sull’arbitrato internazionale, un’ipotesi che però non convince affatto la famiglia che teme un’ulteriore dilazione dei tempi. Intanto, però nulla si sta muovendo.

Ecco perché domani Paola e Claudio, con l’avvocato Ballerini, in un evento pubblico al teatro Eleonora Duse di Genova (dalle 21: diretta su Repubblica tv) chiederanno consiglio agli amici su cosa fare oggi per Giulio. Sullo sfondo la domanda, sempre la stessa: “Quindi?”.

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