Regno Unito: dibattito a Oxford sull’Italia e il futuro dell’Ue

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OXFORD – “È stato un ménage à trois a fare funzionare l’Europa unita: il complicato rapporto fra Germania e Francia, con il Regno Unito come terzo incomodo. Dopo la Brexit, potrebbe essere l’Italia a rimpiazzare i britannici in questo triangolo europeo, nei panni di un partner meno scomodo. Ma sarà possibile con il governo di Giorgia Meloni?”

È la spiritosa metafora con cui, il professor Timothy Garton Ash, docente di relazioni internazionali al St. Anthony’s College, ha aperto ieri sera a Oxford un dibattito intitolato “Italy and the future of the European Union”: chiamati a rispondere alla sua domanda due relatori italiani, l’ex-primo ministro ed ex-presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato, in video collegamento da Roma, e Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, per l’occasione tornato di persona alla prestigiosa università inglese che ha frequentato per qualche tempo da giovane.

Tra il folto pubblico di studenti, dottorandi ed esperti di geopolitica che hanno partecipato all’evento, presieduto dalla costituzionalista Anna Chimenti, “visiting professor” al St. Anthony, era presente anche Inigo Lambertini, il nuovo ambasciatore italiano a Londra.

Amato ha cominciato affermando che negli ultimi due anni l’Unione Europea sembrava avere avuto il suo “momento hamiltoniano”, allusione alla fondazione degli Stati Uniti d’America, quando ha dato una risposta unitaria e convincente alla crisi provocata dalla pandemia: sia all’inizio, producendo un comune programma di vaccinazione, sia alla fine, offrendo aiuti economici ai Paesi membri più colpiti dal Covid.

“Oggi tuttavia l’atmosfera è completamente diversa”, ha osservato l’ex-premier: la guerra in Ucraina e le sue conseguenze hanno creato “nuove divergenze”, con stati più determinati ad assistere militarmente Kiev e a continuare le sanzioni contro la Russia, altri più vicini a Mosca in nome di ragioni politiche ed energetiche.

In teoria “le soluzioni a queste divergenze esistono”, sostiene Amato, ma sono estremamente complesse, per le contraddizioni fra chi vuole continuare a espandere l’Unione e chi no, fra chi vuole soltanto una confederazione con pochi legami e chi crede in una sempre maggiore integrazione, a partire da una politica fiscale centralizzata. “Bisogna dunque usare opzioni multiple per rispondere alle contraddizioni”, conclude l’ex-presidente del Consiglio, cioè tenere insieme le esigenze dell’eurozona, di un patto di difesa, di una politica comunitaria sull’immigrazione, attraverso un circolo di gruppi di stati con differenti livelli di integrazione.

E in questo ambito, ricorda Amato, l’Ucraina non avrebbe bisogno di entrare nella Nato per sentirsi difesa, le basterà entrare nella Ue, al cui interno già esiste un patto di difesa collettiva. Il ruolo dell’Italia in uno scenario simile, avverte Amato, “dipende dalle maggioranze che sostengono il governo e dalla personalità del suo leader. Conosco bene la personalità del leader precedente, sono ancora curioso su quella della leader attuale”.

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L’analisi di Molinari è partita da una domanda: la Russia è un grosso problema per la coalizione di governo italiana? La sua risposta è un sì senza mezzi termini, “perché Giorgia Meloni è favorevole a continuare ad armare l’Ucraina e a colpire la Russia con le sanzioni, mentre Salvini e Berlusconi non lo sono”, sebbene questa non sia la posizione di numerosi elettori dei loro due partiti, Lega e Forza Italia.

Per questo motivo “l’Italia è diventata il campo di battaglia della guerra ibrida che la Russia sta combattendo contro l’Occidente, una guerra in cui usa nuovi strumenti, molto sofisticati”. L’obiettivo di Mosca non è spingere il nostro Paese a uscire dalla Ue o dalla Nato, bensì quello di “promuovere instabilità”, continua il direttore di Repubblica, votando per esempio contro le direttive Ue sulla Russia, come fanno regolarmente Ungheria e Grecia, “con la differenza che l’Italia è un membro fondatore dell’Europa unita” e un suo no peserebbe molto di più.

Nel suo intervento Molinari ha messo in rilievo un passaggio chiave della sfida fra Mosca e Occidente: il tentativo del presidente francese Macron e del nostro premier Draghi di cambiare la fonte energetica dell’Europa, finora arrivata da nord-est, cioè dalla Russia, facendola venire piuttosto da sud, dal Nord Africa e dal Mediterraneo, con l’Italia in posizione di hub geografico, liberando la Ue dai ricatti di Putin sul gas e sul petrolio. “Un tentativo che anche Joe Biden approvava, e nel quale personalmente avevo l’impressione che fosse Draghi a condurre e Macron a seguire, non il contrario”, sottolinea il direttore del nostro giornale.

Ma a quel punto c’è stata la crisi di governo, provocata dal Movimento 5 Stelle, Draghi è uscito di scena e si è andati alle elezioni che hanno portato al potere Meloni. “Se l’operazione Draghi-Macron avesse avuto successo”, termina il suo ragionamento Molinari, “sarebbe stata la più severa sconfitta per gli interessi della Russia”. Con il collasso del governo Draghi, invece, Putin ha potuto evitarla e ora può continuare ad alimentare instabilità in Europa, in particolare nel Mediterraneo, sia militarmente, con la presenza della sua flotta, sia attraverso l’immigrazione e forse, un domani, il terrorismo: “La Libia di Gheddafi non diede mai basi all’Unione Sovietica”, nota Molinari, “mentre il generale Haftar le ha date alla Russia: sarà un caso che i barconi dei migranti partono sempre più spesso dalle coste libiche dove si trovano i mercenari russi del Gruppo Wagner?”   

Il direttore di Repubblica dice ancora una cosa a proposito della vittoria elettorale di Giorgia Meloni. “Perché Meloni ha vinto? Per lo scontento della classe media, lo sconforto dei cosiddetti ‘forgotten people”, i dimenticati che avevano votato in passato per i 5 Stelle ma non hanno visto risultati e ora si sono affidati a un altro partito. Ma le diseguaglianze alla base di questo scontento sono così difficili da risolvere che nemmeno Meloni potrebbe riuscire a dare una risposta valida e così la prossima volta gli italiani potrebbero votare per un partito ancora più radicale e populista. Fino a quando il problema della diseguaglianza non verrà risolto, crescerà l’opportunità di strumentalizzare la nostra instabilità da parte delle autocrazie come la Cina e, in primo luogo, la Russia”. Come Giuliano Amato, anche Maurizio Molinari non dispera del tutto: davanti alle contraddizioni e alla complessità dei problemi, concorda, occorre avere “opzioni multiple” per arrivare a una soluzione e fronteggiare la minaccia.

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