RepIdee, Edith Bruck: “Il Papa, Dio e la Shoah. Non torno nella mia Ungheria guidata da Orban”

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Torna ai luoghi della memoria dei suoi primi libri, il villaggio ungherese in cui è cresciuta, da una famiglia povera, con tanta fatica sulle spalle. Nel suo ultimo libro “Il pane perduto” (Premio Strega giovani) Edith Bruck, testimone della Shoah ungherese, ricorda la bambina che era, “che vive ancora in me”, dice ospite di Repubblica delle Idee intervistata da Simonetta Fiori. “Io ricordo ogni momento della mia vita, purtroppo. Ogni tanto dimenticare qualcosa è più sano che ricordare, ma io non posso permetterlo, perché ho vissuto una vita che appartiene alla storia”.

Negli ultimi anni il successo di Edith Bruck è esploso: “Lo vivo come una rinascita. Ho avuto mille vite, rinasco mille volte. Forse oggi c’è più ascolto di quel che c’era vent’anni fa. Anche i ragazzi che mi hanno attribuito il premio Strega giovani, mi hanno ripagato del mio impegno nelle scuole. Questi ragazzi devono conoscere il passato che non passa, devono sapere quello che è accaduto per il loro futuro, per poter distinguere il male dal bene. E’ facile ascoltare i sovranisti che urlano, ma devono sapere chi applaudire e chi no. Io sono una delle poche sopravvissute, è mio dovere morale raccontare loro la mia vita perché non accada più a nessuno, né nero né bianco né giallo”.

Nella società in cui si vivono rigurgiti di antisemitismo si è persa la distinzione fra giusto e sbagliato, ricorda Simonetta Fiori che dialoga con lei. “I punti di luce di cui parlo nel mio libro hanno colpito molto papa Francesco che è venuta a trovarmi a casa dopo un articolo sull’Osservatore romano. Francesco ha letto la lettera a Dio contenuta nel mio libro, e ha desiderato conoscermi. E’ arrivato a casa mia, è rimasto quasi due ore”.

Bruck nella sua vita ha ricercato la luce nelle tenebre. Tutta la sua opera è attraversata dalla domanda di Dio, su Dio, propria della tradizione ebraica. “Io interrogavo Dio tutti i giorni, lo faccio anche adesso, è parte della cultura ebraica invocarlo, parlare con lui. Ma non mi piace parlare di fede, è qualcosa di impegnativo, profondo, serio, segreto. Il perdono è impossibile, perché non sono capace di perdonare a nome di milioni di persone annientate. Nella mia invocazione-racconto a Dio io rivelo di non avere nessun sentimento di odio e risentimento, e per questo lo ringrazio”.

Bruck è in Italia dal 1954, sente ormai distante la sua Ungheria e spiega il perché: “La maggior parte degli ungheresi sono fascisti. Non torno in Ungheria, nella mia Ungheria guidata da Orban, perché ho paura di essere offesa. Io spero che ci sarà un dopo Orban, la democrazia”.

“Ancora non riesco a far pace con la perdita di mia mamma e mio padre. Piango spesso”. Il lager ha tolto a Edith Bruck anche la consuetudine della vecchiaia, perché le ha strappato i genitori. “Io ho curato mio marito”, Nelo Risi, “per dieci anni, ma sono stati i più belli della mia vita: ero felice perché ero contenta di tenere in vita con lui anche i miei genitori. Quando lui si è ammalato non mi sono mai sentita così necessaria”.

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