Repubblica prima di Repubblica

Repubblica prima di Repubblica

La Republica News
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C’è sempre un dettaglio al quale può essere appesa la storia, un piccolo dettaglio che ha mutato il corso delle cose, dalla lunghezza del naso di Cleopatra al mal di testa di Ponzio Pilato che, se si fosse sentito bene e avesse liberato Gesù invece di lavarsene le mani… Anche la data di nascita di Repubblica è legata a un dettaglio: il pasticcio di allodola e cavallo su un taxi di Ivrea mentre scendeva la sera.

Oggi dunque Repubblica compirebbe 65 anni se Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti avessero mangiato quel pasticcio, che solo in apparenza era cucinato in parti eguali da Adriano Olivetti e Enrico Mattei, vale a dire mezza allodola e mezzo cavallo, un cinquanta per cento al fragile e utopico capitalismo privato e l’atro cinquanta al potente e spregiudicato capitalismo di Stato. Ecco, ci sono storici che ogni tanto tentano questi esperimenti di “storia controfattuale”: che ne sarebbe del mondo se Napoleone, il 18 giugno 1815, non fosse stato tormentato dalle imperiali emorroidi e avesse vinto a Waterloo?

Sapendo che Repubblica non ha narrato ma ha “inventato” l’Italia, chiedetevi dunque come sarebbero cambiati i famosi anni Sessanta di questo Paese se le nostre grandi firme avessero raccontato papa Giovanni e il Concilio Vaticano secondo, se Vittorio Zucconi avesse incontrato per noi John Kennedy, se Miriam Mafai ci avesse spiegato Krusciov e la destalinizzazione. E poi: Giampaolo Pansa avrebbe seguito il primo governo Moro e Giorgio Bocca il centrosinistra organico, e Scalfari avrebbe trasformato in un romanzo la storia di quel premio del Financial Times alla stabilità della lira in un Paese attraversato dagli scontri ideologici, ma privo della dirittura morale della buona politica, dedito alla dilapidazione delle risorse, soggetto al malaffare e refrattario a ogni tentativo riformista. Forse Scalfari sarebbe riuscito anche vent’anni prima a imporre quel gusto, quella cultura, quel mondo che erano suoi e che sono diventati nostri, il Partito d’azione, Mario Pannunzio, il Risorgimento, il rigore dei conti, la cultura diffusa del cinema, dell’eleganza formale, del divertimento. O forse sarebbe stato travolto anche lui, come l’Eni e l’Olivetti degli scrittori e dei poeti, da un lato Paolo Volponi che era il capo del personale e dall’altro Attilio Bertolucci che dirigeva Il Gatto Selvatico, e sullo sfondo quell’oscuro episodio che concluse gli anni di Mattei e del suo dominio incontrastato, il 27 ottobre 1962. In un boschetto di pioppi nel Pavese furono trovati i rottami di un piccolo aereo con a bordo il capo dell’Eni, l’uomo più potente d’Italia. E se fosse stato anche editore di Repubblica quell’uomo che, come il don Antonio di Eduardo, «rendeva il mondo meno rotondo e più quadrato»?

Scalfari non lo dice ma, secondo noi, i suoi studi di filosofia cominciarono proprio dalla domanda che anche noi ci stiamo facendo, immaginando sul piatto quel pasticcio di allodola e cavallo: è lo spirito del tempo o sono gli individui, apparentemente piccoli come allodole o addirittura come mosche, che compiono il corso dello storia? Davvero quel giornale poteva diventare un vademecum già in quell’Italia, l’identità di carta e dunque la carta d’identità di un “potere forte”? 

Secondo Eugenio Scalfari quella non fu un’occasione mancata. Scalfari ha ricordato quei pomeriggi quando camminavano, lui e Arrigo Benedetti, dal centro di Milano sino al parco di Monza, passeggiate interminabili, non per la città e neppure per la natura, ma dentro i pensieri dell’epoca, libri, idee, ricordi, e soprattutto giornali. E poiché a piedi è facile deragliare, uscire dal tracciato, i due peripatetici sempre sconfinavano nell’ossessione di farlo loro, il giornale, di impaginare ogni mattina l’Italia del boom economico, del Sorpasso, della speculazione edilizia e poi del sessantotto, già contaminando i generi, la vignetta (dov’era nel 1956 Forattini?) in prima pagina, le illustrazioni e le fotografie e i disegni, gli spettacoli trattati come la cultura e la cultura come la politica, la scrittura alta ma divertente e divertita, il gioco mescolato con l’impegno. Arrigo aveva 46 anni e Eugenio 32. Il più vecchio già con l’aria del grande pesce attonito – lo chiamavano “il tonno” – e il giovanotto, che amava Croce e il ballo e non si annoiava mai, già con l’aria del radical-chic che si divertiva, ma nel senso di Pascal, de-vertere, deviare da sé. Pensate: a metà degli anni Cinquanta voleva fare un giornale per divertirsi. 

E dunque presentarono il loro progetto ad Adriano Olivetti, che nell’Italia che difettava di una borghesia aperta e progressista era “l’anomalia”, l’imprenditore capace di fondere l’amore per la cultura con la passione per la fabbrica, immaginata non come il luogo dell’alienazione operaia, ma del rispetto della persona. Attorno a lui c’erano personaggi come Franco Fortini, Geno Pampaloni, Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Giorgio Soavi e Renzo Zorzi. E circolava un storiella: due leoni scappati da un circo si perdono nelle contrade del Canavese. L’uno si mette a gironzolare per la campagna e l’altro va ad Ivrea. Dopo due mesi si rivedono: il leone di campagna è magro e spelacchiato perché si è nutrito solo di erba. Quello di Ivrea è invece grasso e contento: «Amico mio, qui il cibo non manca. Divoro un intellettuale al giorno».

Adriano Olivetti, abituato a nutrirsi di intellettuali, ascoltò paziente e non si arrabbiò quando Scalfari e Benedetti gli dissero che la sua Comunità era nobile ma distante dalla loro idea di giornale: la linea del nuovo quotidiano doveva essere infatti liberal-socialista, che di Repubblica sarà per sempre non l’ideologia ma il sentimento, il calore: “Fino a che dura il sole” è un titolo di Italo Calvino.

Quando Scalfari spiegò il progetto industriale del quotidiano, con i suoi costi e ricavi previsti, Olivetti disse subito che da solo non ce l’avrebbe fatta. Voleva che trovassero un socio. E fece il nome di Enrico Mattei. I due peripatetici chiesero dunque un appuntamento a Mattei che aveva sentito parlare di Benedetti, ma non sapeva nulla di Scalfari. L’incontro avvenne a Roma all’hotel Eden, che proprio con Mattei divenne, con la sua famosa terrazza, il principale “non luogo” del potere, in quella mappa che, direbbe Benjamin, è “il curriculum vitae” del Palazzo italiano.

Mattei si era fatto accompagnare da Tito De Stefano, il capufficio stampa, e da Umberto Segre, uno degli intellettuali di sinistra che gli faceva da consulente politico. Fu sbrigativo, non ascoltò i dettagli e affidò i due peripatetici ai suoi collaboratori. Per due mesi, dunque, quell’uomo asciutto ed elegante che Scalfari non sorprese mai a sorridere, non si fece più vedere. Ritornò solo all’ultimo incontro: «Comunicate pure ad Olivetti che io ci sto. Ditegli di chiamarmi per metterci d’accordo. Per me andrebbe bene anche se lui prendesse il cinquanta per cento». E invece Benedetti e Scalfari trovarono a Ivrea un Olivetti imbarazzato: «Ci ho pensato molto, ma se io entrassi in società con Mattei, con tutto quello che lui rappresenta, quale che sia la percentuale, finiremmo col realizzare il pasticcio tra l’allodola e il cavallo. Lo capite vero? Perciò mi tiro indietro, perché ho il senso della proporzione». Che è il titolo – Senso de Proporzione – di una poesia di Trilussa, il quale sapendo che una Lucertola era poco «pe’ fa’ spavento ar Re de la Foresta / s’inventò d’avé visto un Coccodrillo / e tutto quanto ritornò tranquillo». E però Olivetti non si travestì da coccodrillo: «Ma voi – continuò – potete scegliere: se intendete fare il quotidiano, dite a Mattei che lui sarà il solo azionista. Se invece vogliamo realizzare qualcosa insieme, dobbiamo convertire quel progetto in un settimanale. È un’impresa che potrei sostenere. Pensateci».

Delusi, i due ripresero il taxi per andare alla stazione. Ma durante il tragitto, Arrigo ruppe il silenzio «Sai cosa penso, Eugenio? Se l’accordo tra loro sarebbe il pasticcio tra un’allodola e un cavallo, il nostro accordo con Mattei equivarrebbe al pasticcio tra un cavallo e una mosca. Ti sembra accettabile?».

Noi che siamo i suoi biografi, sappiamo che a Scalfari piacerebbe rispondere così alla domanda filosofica: senza Trockij e Lenin la Russia avrebbe conosciuto un destino diverso, e se non ci fosse stato Einstein non avremmo avuto la relatività, senza Freud non ci sarebbe la psicoanalisi, e non c’è capolavoro che non nasca dalla distruzione del senso comune, a cominciare dal canone della lingua, come fecero Joyce e Proust, e dunque forse anche il sapore del pasticcio di allodola e cavallo sarebbe cambiato con il palato giusto… Invece non lo mangiarono. Mattei, su quel modello di Scalfari, nel 1956 fondò Il Giorno e per Eugenio fu necessario passare, nell’ottobre 1955, attraverso il glorioso ripiego dell’Espresso che, per dirla con Montale, fece volare «anni corti come giorni».

Il libro

Grande Hotel Scalfari di Antonio Gnoli e Francesco Merlo (Marsilio) sta per uscire in edizione economica 



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