Rinunciare al lockdown per “salvare” l’economia? Ecco perché la ricetta svedese non ha funzionato

La Republica News

E’ il dilemma che ha consumato la tormentata primavera di economisti, politici, scienziati e noi tutti chiusi in casa. Davvero era necessaria una quarantena così lunga e così rigida? Non avrà fatto più danni del virus stesso? Adesso che la paura dell’epidemia si è allentata e i primi dati apocalittici sull’impatto economico di questi mesi (il Pil 2020 a meno 8? meno 10? meno 15 per cento?) si incrociano con i racconti vissuti di imprenditori che non ce l’hanno fatta e hanno già chiuso, c’è chi si guarda indietro e dice: ma non potevamo scegliere una alternativa più soft, tipo la Svezia? In due parole, la risposta è No. Anche a guardare solo l’economia, i danni della quarantena sono inferiori a quelli della non quarantena. E per chi, come gli svedesi, ci è svicolato attorno il guadagno è incerto e, comunque, minimo.Il primo confronto – quello fra la presenza o meno del lockdown – lo ha fatto Daniel Gros, per il suo centro studi, il Ceps. Gros non ha utilizzato il parametro consueto, quello che utilizza i criteri delle assicurazioni per calcolare il costo economico di una vita perduta e, da qui, mettere a confronto vite salvate con posti di lavoro svaniti. Il dato che utilizza è, invece, la spesa che sarebbe stata necessaria per far fronte ad una pandemia, priva di qualsiasi freno. Anzitutto, ci sono le ore di lavoro perdute da chi si infetta, in media un mese, fra malattia e isolamento. Poi, c’è il costo in termini di ospedalizzazione, cure intensive, macchinari, personale per gestire decine di migliaia di infezioni, un quinto delle quali finisce in ospedale, per una spesa che, calcola Gros sulla base dei prezzi della sanità tedesca, è di 32 mila euro per ogni singolo caso. Una epidemia che investisse tutta la popolazione e ne spedisse un quinto in ospedale avrebbe un costo superiore alla quarantena.Ma se la parola d’ordine, invece di lockdown, fosse stata prudenza, come in Svezia?Il paese scandinavo ha imposto solo regole di isolamento molto blande, lasciando che la vita quotidiana si svolgesse normalmente e l’economia marciasse regolarmente. Non è andata bene. Su 10 milioni di abitanti, la Svezia ha registrato 3.831 decessi. Gli altri tre paesi nordici (Danimarca, Norvegia e Finlandia) che, insieme, fanno 15 milioni di abitanti e hanno adottato una quarantena paragonabile al resto d’Europa, in tutto mille. Se si guarda solo alle ultime settimane, il tasso di decessi per milione di abitanti (6,4), in Svezia è superiore sia a quello inglese che a quello italiano.Almeno, però, la rinuncia alle quarantene all’italiana ha salvato l’economia, vero? No. Fra aprile e giugno, la previsione è di un crollo del 6 per cento del Pil, che la caduta delle esportazioni non basta a spiegare. Si sono fermati, infatti, i consumi: meno 5,4 per cento ad aprile. Nessuno impediva agli svedesi di approfittare della primavera incipiente per andare a bersi una birra o mangiare il classico mix di aringhe al ristorante. Ma non l’hanno fatto: la spesa nei bar e nei ristoranti, è crollata del 27 per cento. Quella per l’abbigliamento è affondata del 35 per cento. Il risultato finale è che fra il lockdown danese e le aperture svedesi la differenza è minima: questa primavera la domanda aggregata in Danimarca è diminuita del 29 per cento. In Svezia, poco meno: 25 per cento.Insomma, dal punto di vista dell’economia, il problema, più della quarantena, sono il virus e le paure che suscita. Anche perché, nell’esperimento svedese, sta venendo a mancare il tassello decisivo. Il governo di Stoccolma sta accettando più morti, in cambio di vantaggi modesti per l’economia, ma senza centrare l’obiettivo principale: l’immunità. In realtà, già la premessa era scivolosa: non c’è, oggi, una conferma scientifica che il superamento dell’infezione comporti un’immunità dal virus. Ma anche se ci fosse, alla Svezia sembra sfuggire: a fine aprile, gli infettivologi si aspettavano che almeno un terzo degli abitanti di Stoccolma fosse entrato in contatto con il virus. Invece, siamo solo al 7,3 per cento: l’immunità di gregge è davvero remota, anche se il prezzo pagato, in termini di morti, per inseguirla comincia ad essere alto. 

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