Ritorno a Pompei

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Scriveva di Pompei Johann Wolfgang Goethe nel 1786: “Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante”. Impossibile dare torto al grande poeta e drammaturgo tedesco. E impossibile trovare un altro luogo che in questo passaggio d’epoca rappresenti con maggiore forza simbolica un percorso di rinascita dalle ceneri di una “sciagura”. In principio, in quel 79 dopo Cristo, l’eruzione del Vesuvio. In questo 2021, un Paese che esce dalla bolla di lutti e deprivazione di una pandemia globale. Per questo, torniamo a Pompei. Per raccontare il ritorno alla vita dei suoi scavi con le loro nuove scoperte (tra le altre quella che post-daterebbe di due mesi almeno l’eruzione. In ottobre, anziché in agosto). In un ripopolarsi di voci, colori e rinnovato stupore (sono stati 5 mila i visitatori nel fine settimana 19-20 giugno). Che restituiscono Pompei e il suo “modello” a quella dimensione di “bene culturale” come “bene democratico” che le è proprio e che ha fatto di questo luogo un laboratorio di innovazione non solo nel recupero, ma anche e soprattutto nella fruizione del nostro ineguagliabile patrimonio archeologico.

Del resto, quella di Pompei è una storia di rinascite. Anzi, è la rinascita per antonomasia. E questo nuovo “risveglio” del 2021 è solo l’ultimo atto, in ordine di tempo, di un miracolo che si materializzò la prima volta nel 1748, anno della riscoperta archeologica su impulso di Carlo III, capostipite della dinastia borbonica delle Due Sicilie. In quasi tre secoli, Pompei ne avrebbe conosciute altre di rinascite. Dopo i bombardamenti alleati del settembre 1943, con domus distrutte e l’Antiquarium ridotto a brandelli. Dopo il terremoto dell’Irpinia del novembre 1980, che vide la chiusura di interi quartieri. Fino all’ultima, successiva a quella che le cronache ricordano come la “vergogna della Schola Armaturarum”: il crollo del 6 novembre 2010 che suscitò l’indignazione ferma del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e aprì le porte al Grande progetto Pompei da 105 milioni di euro, cofinanziato dall’Unione europea. Correva l’anno 2013 e si chiudeva per sempre la lunga stagione dell’incuria. In questo viaggio nella nuova vita e nell’ennesimo risveglio della città sepolta ci accompagnano le immagini del nostro documentario “Restart Pompei” (firmato da Paolo De Luca, Anna Laura De Rosa, Antonio Ferrara e Antonio Nasso) che è stato proiettato in anteprima nella Palestra grande degli scavi lo scorso martedì 22 giugno.

Restart Pompei: storie dal sottosuolo

Viaggio dietro le quinte degli scavi patrimonio Unesco, tra i ritrovamenti più recenti e i progetti per il futuro. Di Antonio Ferrara, Antonio Nasso, Anna Laura De Rosa e Paolo De Luca. Riprese dal drone di Riccardo Siano

 

Il “modello Pompei”

La pandemia ha pesato eccome nel bilancio degli scavi. Pompei aveva infatti sfiorato i 4 milioni di visitatori all’anno, prima di precipitare nel lockdown. E tuttavia, manutenzione, cantieri e monitoraggio non si sono mai fermati. È arrivato anche un nuovo direttore. Gabriel Zuchtriegel, 40 anni, archeologo tedesco del Baden-Württemberg, dal 2020 cittadino italiano e dal 2015 al 2021 alla guida del Parco e del museo archeologico di Paestum. Zuchtriegel si è avvicendato nella direzione di Pompei a Massimo Osanna, docente universitario chiamato nel 2014 da Massimo Bray ai piedi del Vesuvio, tra le proteste di parte del mondo delle soprintendenze, per rilanciare il sito. È stato sotto la guida di questo professore lucano di Venosa, oggi 58 anni, ordinario di Archeologia alla Federico II di Napoli e direttore generale dei Musei statali al Mibact, che la città sepolta ha cominciato la sua “nuova vita”, soprattutto grazie ai massicci restauri e piani di recupero attuati con il Grande progetto. Un vero e proprio “Modello Pompei”, come ha più volte ribadito il ministro della Cultura Dario Franceschini, “da utilizzare anche in altri siti culturali nel nostro Paese”. Il mandato di Zuchtriegel è iniziato ufficialmente l’8 aprile, ma tra chiusure e “zone rosse”, il nuovo direttore ha potuto incontrare il pubblico soltanto nel giorno della riapertura, con un saluto personale, accompagnato da una visita attraverso le strade e le domus. “La cosa più bella – dice Zuchtriegel – è tornare a vedere persone e famiglie in giro per il parco. Finalmente si sente vociare tra le vie e si riescono a cogliere i suoni di lingue diverse”.

Tra i visitatori che riaprono la città dopo il Covid, c’è Ornella, infermiera napoletana di 32 anni. Ha preso un giorno di riposo per raggiungere gli scavi. “Mio padre mi portava qui da bambina – dice – ci torno almeno una volta l’anno. Ho saltato il 2020 e non potevo perdere questa occasione”. Da piazza Anfiteatro, dove l’area archeologica “incontra” la città moderna con il Santuario della Madonna del Rosario che fu caro a papa Wojtyla, la fila agli ingressi è fluida. E sembrano un remoto ricordo le code ai tornelli (in tempi pre-Covid si superavano spesso i 15 mila accessi quotidiani). All’interno del sito, in via dell’Abbondanza, i passi riecheggiano nel vuoto degli spazi e persino il respiro sembra fare eco. È il “rumore” del silenzio. Che accompagna in una inedita archeologia slow (non permessa dalla folla fino a due anni fa). Pompei come luogo dell’anima. Come racconta Gabriel Zuchtriegel: “È essenziale parlare con i visitatori per capire come percepiscono la realtà archeologica. È fondamentale il contatto diretto quotidiano. Ma non manca certo l’aspetto emozionale, della bellezza nel senso profondo: percepire e respirare la storia di questo luogo. Per me è stato sempre così in questi due mesi, così come per cinque anni lo è stato a Paestum: stupore e ammirazione per Pompei”.

 

I numeri

Ma la cultura si fa e si misura anche con i numeri. E quelli di Pompei sono la cartina di tornasole per tutti i beni culturali in Italia e non solo. Nel 2020, gli ingressi agli scavi sono stati 564 mila, a fronte dei 3,8 milioni del 2019. La pandemia, con i suoi 135 giorni di chiusura, ha ridotto i biglietti praticamente dell’85 per cento, così come gli incassi, passati da 240 milioni di euro a 60. Il passo del 2021 aiuta a sperare. E dopo il primo giorno di riapertura (il 27 aprile), con soli 384 turisti, il margine di crescita è aumentato di giorno in giorno. A distanza di poco più di due mesi, si superano tranquillamente i duemila accessi ordinari, con punte di quattromila nei week-end e il record di cinquemila nel ponte della Festa della Repubblica. Insomma, un ottimo punto di partenza. In particolare, sono tornati i crocieristi. Con tedeschi e francesi imbarcati sulle navi ormeggiate al Molo Beverello di Napoli: “Speravamo di poter partecipare al giro – dicono entrando agli scavi – ci sentiamo fortunati”. E così, gli itinerari guidati, prenotabili sia da piazza Esedra che Porta Marina, iniziano a decollare. Lucia, 44 anni, è una guida abilitata della Campania: “Faccio questo mestiere da 15 anni – sottolinea – mostro gli scavi a inglesi e spagnoli. La ripresa è ancora molto lenta, basti pensare che al momento, appena il venti per cento di visitatori è straniero. Ma almeno, rispetto all’anno scorso, ho la sensazione di tornare a respirare”. E chi respira a pieni polmoni, godendosi gli affreschi della Casa di Octavius Quartio, è Christina, studentessa greca, in Erasmus alla Federico II. “Frequento la facoltà di Lettere – racconta – e non conto più i mesi trascorsi a rimandare la passeggiata”. Christina è quasi commossa: “Studio Pompei da anni, ho scelto di iscrivermi a un’università di Napoli proprio per poterla un giorno vedere. Ho aspettato a lungo questo momento e già so che e prima di tornare a casa per le vacanze, tornerò qui almeno altre due volte. Del resto, non basta una vita per cogliere ogni dettaglio e splendore di questo luogo”.

Vicoli e Domus affrescate emergono dai nuovi scavi della Regio V e riconfigurano gli spazi urbani dell’antica citta (siano)

Poco più in là, a ridosso dell’Orto dei fuggiaschi, un gruppo arrivato da Genova scatta foto “con sommo rispetto” ai calchi delle 13 vittime dell’eruzione: adulti e bambini, padroni e servi, colti dalla morte mentre tentavano di trovare una via di fuga fuori da Porta Nocera. Si percepiscono accenti spagnoli e slavi. Jorgos, sorridente viaggiatore madrileno, partecipa a un tour assieme a sua moglie. “Sì, ma stasera torniamo in hotel a Sorrento per vedere la partita”, assicura ridendo. La coppia si attarda al Foro Triangolare, una delle zone più antiche della città (con costruzioni preromane), dove proseguono le attività di studio del Dipartimento di studi umanistici dell’università Federico II di Napoli, coordinato dalla docente di Archeologia classica Carmela Capaldi. I focus puntano sul santuario di Athena, costruito nel IV secolo avanti Cristo. La struttura trova paralleli a Napoli, Castellammare di Stabia e a Massa Lubrense, alla Punta Campanella, per una rete di santuari dedicati alla divinità che proteggeva la navigazione per mare.

 

I protagonisti

L’estate tra le rovine

I cancelli degli Scavi aprono ogni giorno alle 9 e chiudono alle 19 e i ticket, inizialmente acquistabili solo online all’indirizzo www.ticketone.it, si possono avere fino alle 17,30 anche alle biglietterie di Porta Marina, di piazza Anfiteatro e di piazza Esedra. Il percorso di visita, integrato dall’app “MyPompeii” (sia per sistemi iOs che Android), con informazioni in tempo reale sui luoghi più affollati, include tutti gli edifici che dispongano di due accessi, mutati in ingresso e uscita, volti a snellire affollamenti e potenziali incroci tra turisti. Sono ripartiti anche gli eventi e le iniziative. Come il tour fuori orario del 21 giugno mattina, organizzato con Scabec (società in house della Regione Campania per la valorizzazione dei beni culturali), in occasione del solstizio d’estate. I cancelli di Porta Marina hanno accolto i primi cento mattinieri già alle 4,45 per osservare il sorgere del sole, perfettamente in asse con via delle Terme. Praticamente, i raggi di luce, paralleli al reticolo di strade (comprese via dell’Abbondanza e via di Nola), si sono riflessi sulle architetture e i basalti. Un evento non casuale. Tanto che, come ipotizzavano già gli storici di metà Ottocento, prende forma l’ipotesi che l’impianto urbano della città fosse stato realizzato seguendo il movimento del sole. Caratteristica che si riflette in altri siti campani, come sostiene il progetto di ricerca di un gruppo di studiosi e dottorandi del laboratorio Capys dell’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. L’estate, appena iniziata, includerà anche la quarta edizione di “Pompeii Theatrum Mundi”, la rassegna organizzata dal Teatro stabile di Napoli – Teatro nazionale, in collaborazione con la Fondazione Campania dei Festival, in programma fino al 25 luglio con cinque spettacoli e prime nazionali.

Ingresso al pubblico anticipato alle 4.45 per osservare il sorgere del sole, nel giorno del solstizio d’Estate, Napoli, 21 Giugno 2021 (ansa) Per turisti e avventori, una passeggiata dall’Anfiteatro ai Praedia di Giulia Felice, fino al Quartiere dei Teatri, Foro triangolare e Foro civile, Orto dei Fuggiaschi, Terme Stabiane e Casa del Menandro richiede circa un’ora e un quarto. Gli itinerari sono molteplici: ci si può orientare con la mappa, non più disponibile in formato cartaceo, ma scaricabile direttamente dal sito ufficiale del Parco archeologico www.pompeiisites.org. Qualsiasi sia il tour prediletto tra templi e case, merita una tappa ad hoc il nuovo Antiquarium, inaugurato a fine gennaio nei locali adiacenti Porta Marina, a pochi giorni dalla chiusura generale per l’isolamento da lockdown. “Si tratta di uno spazio museale dedicato all’esposizione permanente di reperti che illustrano la storia di Pompei – spiegano al Parco archeologico – uno spazio, completamente rinnovato, che rimanda a quella che fu la concezione museale di Amedeo Maiuri e attraverso i reperti più rilevanti ripercorre la storia di Pompei dall’età sannitica (IV secolo avanti Cristo) fino alla tragica eruzione del 79 dopo Cristo”. Oltre a celebri testimonianze dell’immenso patrimonio pompeiano, come gli affreschi della Casa del Bracciale d’oro, gli argenti di Moregine o il triclinio della Casa del Menandro, sono qui esposti anche i rinvenimenti dei più recenti scavi condotti dal Parco archeologico: dai frammenti di stucco in I stile delle fauces della Casa di Orione della Regio V al tesoro di amuleti della Casa con Giardino, agli ultimi calchi delle vittime dalla villa romana di Civita Giuliana.

Pompei, ecco come sono stati creati i calchi dei due corpi ritrovati

Le domus restaurate

Col passare delle settimane, gli incontri con turisti stranieri si fanno sempre più frequenti. Tanguy, manager di Brest in visita con la moglie e i due bambini, ammira incuriosito il graffito della Nave Europa, il disegno di una imbarcazione da carico, nella domus omonima: “Mi emoziona osservarlo – sottolinea – e pensare sia stato calcato su un muro più di duemila anni fa. Mi piacerebbe passare le dita tra quei solchi”. Meraviglie da Pompei, città cristallizzata dall’eruzione vesuviana del 79 dopo Cristo, ma che trasuda ancora vita dai suoi larari, dai segni dei carri lungo le strade, dalla veracità delle sue botteghe e dei thermopolia, i fast food dell’antichità. In attesa di protocolli di sicurezza più generosi, alcune case senza doppio ingresso, pur se in perfette condizioni, ancora non possono essere esplorate dai turisti. Come quella di Casa di Casca Longus su via dell’Abbondanza. Sì, proprio lui, Publio Servilio Casca: il primo, secondo le fonti antiche, ad accoltellare a Cesare nelle Idi di marzo del 44 avanti Cristo. Dal portoncino dell’atrio affrescato, si intravede il tavolo marmoreo a zampe leonine, che dà il nome al complesso. Reca ancora inciso il nome del cesaricida, che naturalmente non aveva mai vissuto a via dell’Abbondanza. Molto probabilmente, infatti, l’arredo proveniva dai suoi beni confiscati, poi acquistati a buon prezzo dal ricco proprietario pompeiano.

Tra le altre domus restaurate ma ancora non visitabili, si aggiunge quella dei Ceii, sul vicolo del Menandro. “Appena le restrizioni lo permetteranno – spiega il direttore Zuchtriegel – la riapriremo, soprattutto per mostrare il grande affresco nella parete di fondo del giardino, protagonista di un recentissimo restauro”. L’opera, quasi luccicante nelle sue tinte intense, presenta una scena di caccia con animali selvatici in un paesaggio “egittizzante”, ripreso anche dalle ulteriori figure dipinte a lato, tra pigmei e specie tipiche sul delta del Nilo. Una ulteriore prova della diffusione, particolarmente dal primo secolo, dei culti orientali nell’Italia romana, in modo evidente al Sud. La tecnica pittorica, un trompe l’oeil da manuale, ingannava gli occhi dell’osservatore, ampliando illusoriamente gli spazi verdi della ricca residenza. Da lì, salendo più a nord, superata via dell’Abbondanza e puntando verso la Caserma dei Gladiatori, si estende una grande area di circa un ettaro, mai indagata. È il terrapieno tra le Regio IX e III, esterno ai fronti. Sarà qui che nel 2022 l’archeologo italo-tedesco intraprenderà una nuova campagna di scavi. Una zona mai toccata da picconi e vanghe, nemmeno durante le esplorazioni settecentesche, né nei secoli successi. Chissà che sorprese rivelerà, a 274 anni dalla scoperta borbonica.

Casa degli Amorini dorati (siano)

L’inesplorato

“Ci troviamo in un’area residenziale della città – rivela Zuchtriegel – ci aspettiamo di trovare principalmente case e botteghe: un aspetto variegato della vita pompeiana di tutti i giorni”. Che poi rappresenta la quintessenza del suo fascino. A fine lavori, il percorso sarà inserito nell’itinerario di visita. “Uno scavo archeologico – insiste Zuchtriegel – deve coniugare tutela, fruizione e ricerca, senza mai tralasciare la priorità che detiene la manutenzione ordinaria su quanto già scoperto”. Un’attività incessante, che nemmeno nel più serrato dei lockdown si è arrestata. “Non dimentichiamo – conclude il neo direttore – che la bellezza di Pompei sta proprio nella sua peculiarità di poter vedere non un singolo monumento o una singola opera, ma una città intera, contestualizzata con affreschi, statue e mosaici. Ciò rende questi scavi un tesoro unico, da preservare sempre per la collettività”.

Un tesoro che tracima ben oltre la sua cinta muraria. La grande bellezza alberga anche nei siti attorno al Parco archeologico. Basti ricordare Oplontis a Torre Annunziata, o le Ville romane di Arianna e di San Marco a Castellammare di Stabia, dove sorgeva l’antica Stabiae, la città dove morì Plinio Seniore nel corso dell’eruzione del 79 dopo Cristo. Località inserite nella “buffer zone” del sito Unesco “Pompei, Ercolano e Torre Annunziata” del 1997, sulle quali la direzione intende investire negli anni a venire, puntando soprattutto sulla rete dei collegamenti per turisti e visitatori, al momento ancora carente. Basti pensare alla splendida Reggia di Quisisana, alle porte del Monte Faito, da poco più un anno sede del Museo archeologico di Stabiae “Libero d’Orsi” grazie al brillante lavoro di Francesco Muscolino, oggi direttore del Museo archeologico di Cagliari, con reperti provenienti dalle ricche domus del pianoro di Varano, mal collegata dai mezzi pubblici.

I tesori di Civita Giuliana

C’è un altro sito fuori dalla cinta muraria antica, che negli ultimi quattro anni si è rivelato una miniera di ritrovamenti e capolavori. A dieci minuti da piazza Anfiteatro. Precisamente verso nord-est, a settecento metri dagli Scavi, nella frazione di Civita Giuliana. Qui, c’è uno scavo iniziato nel 2017, chiuso al pubblico e che lo scorso dicembre ha restituito un unicum per tutto il mondo antico, in corso di studio e restauro. A sei metri di profondità, nelle stalle di quella che doveva essere una ricchissima villa patrizia, è stato rinvenuto un carro. Non uno qualsiasi, già trovato in altri esemplari a Pompei e a Stabiae, ma un “pilentum” da parata. Praticamente, un calesse a quattro ruote, riccamente decorato con bronzo e argento, destinato probabilmente a qualche festività o rito sacro. Qualcuno ha azzardato che si trattasse di un “cocchio nuziale”, una sorta di Limousine ante litteram per una giovane sposa in corteo: gli studi su questo proseguono. Probabilmente il veicolo era legato a cerimonie in onore di Venere o Cibele. “Una scoperta eccezionale – aveva commentato allora Massimo Osanna, responsabile scientifico dello scavo – e di grandissima importanza per l’avanzamento della conoscenza del mondo antico”. Come di grandissima importanza è tutto lo scavo-cantiere di Civita Giuliana, avviato  in base a una convenzione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Gli investigatori avevano infatti segnalato alla soprintendenza consistenti attività di scavi clandestini sul posto, che proseguivano indisturbati da ormai vent’anni. I “tombaroli”, che si introducevano nella domus da una proprietà limitrofa, si muovevano scavando cunicoli, alti circa un metro e rafforzati con del cemento. Uno è arrivato letteralmente a lambire il carro, senza però rivelarlo. Cosa che ha permesso agli archeologi di ritrovarlo pressoché intatto. Gli scavi sono partiti con lo scopo iniziale di accumulare prove contro i tombaroli e le loro attività (attualmente è in corso un processo penale), poi il sito si è rivelato di gran lunga più importante di quanto apparisse.

Il restauro del carro ritrovato durante gli scavi di Civita Giuliana (siano)

 

La città delle donne

L’attività, rinnovata da un protocollo d’intesa con la Procura stessa (una vera e propria best practice nel coordinamento di indagini archeologiche e contrasto alla criminalità legata a traffici clandestini di reperti), è oggi guidata da Arianna Spinosa, architetta, e Luana Toniolo, archeologa. Sono due volti giovani della “Pompei delle donne”, un piccolo esercito di novelle matrone, a tutela delle sue meraviglie. “Prima del carro – afferma Spinosa – Civita Giuliana ha restituito una grande sorpresa. Anzi tre”. Si tratta dei cavalli rinvenuti nell’ambiente limitrofo del quartiere servile, una stalla lunga oltre 20 metri. “Di uno – prosegue l’architetta – è stato possibile anche trarre un calco. Gli altri, in base agli esami scientifici sugli scheletri, abbiamo potuto comprendere che erano di razza pregiata. Uno, in particolare, che presentava ricche bardature: magari era stato appena utilizzato, o era pronto per uscire”. Inevitabile il collegamento col calesse accanto. Quando è emerso dalla cenere dell’eruzione, a Luana Toniolo quasi è mancato il respiro: “È stata un’emozione indescrivibile – ammette – la cosa che rende il carro veramente prezioso è il suo stato di conservazione. Abbiamo trovato persino sezioni lignee, addirittura con parti dipinte di rosso o bianco”. Sin da subito il lavoro ha avuto un coordinamento interdisciplinare: accanto ad archeologi e restauratori sono intervenuti anche un vulcanologo e un archeozoologo, per esaminare tutti gli elementi organici dell’apparato. “Dal calco del palchetto del carro – aggiunge Toniolo – abbiamo rilevato segni di cuoio e l’impronta di una spiga. Doveva essere ancora sul sedile al momento dell’eruzione. Tutto fa pensare a una decorazione per rituali specifici”.

Nel novembre 2020, da uno degli ambienti della villa sono stati recuperati due scheletri, perfettamente integri, di cui sono stati effettuati i calchi. Le ossa appartengono a due uomini, probabilmente uno schiavo e il suo padrone, quarantenne. Le due figure, le mani ancora sul petto e le dita attorcigliate attorno alla tunica, presentano dettagli sorprendenti. Iniziando dai loro vestiti, di cui si vedono persino le pieghe. Proprio la presenza di un mantello di lana (assieme ad altre evidenze studiate negli ultimi anni), sembra ancor più avvalorare la nuova ipotesi dell’eruzione al 24 ottobre (e non al 24 agosto come si ritiene canonicamente) del 79 dopo Cristo. Le attività non si fermano qui. Anzi, siamo soltanto all’inizio. “Sulla base delle informazioni provenienti dai tombaroli – conclude l’archeologa Toniolo – ci aspettiamo di trovare un ulteriore carro. Nelle intercettazioni si parlava di un esemplare ancora più ricco, con decorazioni addirittura in oro, a forma di pantera”. Entro poche settimane, il cantiere libererà i sedimenti accumulati per l’eruzione, arrivando finalmente al livello di calpestio antico. Poi si procederà verso l’appartamento residenziale. Che, chissà, andrà a rivelare ulteriori dettagli sulla famiglia proprietaria dell’edificio. Qualcosa è già emerso: una ricognizione nel quartiere residenziale ha evidenziato una splendida parete affrescata, col dettaglio limpido di un fiore bianco. E, accanto, il graffito di un nome: “Mummia”. Le interpretazioni si accavallano, sono tutte da confermare. L’altezza dell’incisione, abbastanza vicina al suolo, lascia pensare che l’autrice sia una bambina. Una schiava? Un’ospite? O la figlia del proprietario, magari un generale esponente della nota famiglia romana dei Mummii? Le prossime indagini potrebbero rivelarlo. 

La casa dei restauri

Il carro è ancora in parte sepolto. Ma due ruote, assieme a decine di componenti sono già in consegna al Laboratorio di Restauro di Pompei, una piccola bottega di scienza e sapiente manualità. L’officina è all’interno di una domus (si vede ancora l’impluvium), non molto lontano dal quartiere dei teatri, che collega il parco ai nuovissimi uffici della Soprintendenza a Porta Stabia, inaugurati a luglio e seguiti passo dopo passo nella progettazione dall’architetta Annamaria Mauro, ora direttrice del Museo archeologico di Matera. Torniamo ai restauri: siamo in quello che qui tutti chiamano “Casa Bacco”, gli uffici della direzione ottocentesca degli Scavi. Tra microscopi, sonde e spatole, il cuore pulsante è quello delle funzionarie Ludovica Alesse e Paola Sabbatucci. Attualmente sono prese da studi ed esami di tutto il materiale giunto da Civita Giuliana. “Guardate quel medaglione – indica Alessi – è uno dei tanti del carro, che erano distribuiti su ben tre ordini. Ipotizziamo sia composto di bronzo, attendiamo ancora l’esito delle analisi”. Nelle sue decorazioni, il metallo presenta due personaggi, di cui una (forse) è una menade, in atteggiamenti che, ancora una volta, richiamano l’amore e l’eros. “Un altro particolare – specifica Sabbatucci – è che grazie all’integrità del reperto, siamo in grado di ricostruire precisamente la sua meccanica nella parte inferiore, di cui è stato già realizzato un calco in gesso”. Si stima che occorreranno circa due anni per completare il restauro e poter esporre il carro al pubblico.

Laboratorio di Restauro del Parco Archeologico di Pompei (siano)

È un privilegio passeggiare nel Laboratorio di Restauro, dove arte e camici bianchi  contaminano ricerca e tecnologia. Qui, si cura tutto ciò che è messo male: oggetti, statuine, elementi architettonici. Nell’agosto del 2019, l’equipe di restauro è intervenuta sul contenuto bizzarro di un piccolo cofanetto, una sorta di portagioie, appartenuto a chissà quale ricca signora pompeiana. Sono decine di oggetti per la cura personale, catalogati come ciondoli, pendenti, collane. Rappresentano principalmente amuleti, oggetti portafortuna e scacciaguai in ambra, cristallo o pietra. Ecco diversi talismani a forma di pugno chiuso, falli, bottoni d’osso. Molti, poi, gli scarabei, importati dall’Oriente e utilizzati come protezione per le donne incinte. “Il tesoro della fattucchiera”, così come soprannominato da Massimo Osanna, è un frammento di una microstoria, una delle migliaia raccolte dall’umanità travolta dal cataclisma vesuviano del 79 dopo Cristo. Oggi è esposto in una teca dell’Antiquarium di Pompei, ma il suo ritrovamento è in un ambiente di servizio della Casa con Giardino, confuso tra i resti di oltre dieci persone (non si sa se abitanti o passanti, in cerca di riparo dalla pioggia di lapilli), tra cui donne e bambini. Ci troviamo nell’area del cosiddetto “cuneo” della Regio V, scavata per i lavori di messa in sicurezza dei fronti di scavo.

L’inaugurazione dell’Antiquarium del Parco Archeologico di Pompei, uno spazio museale dedicato all’esposizione di reperti che illustrano la storia dell’antica città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. 25 gennaio 2021  

I nuovi scavi

Già: la Regio V, il più grande cantiere di indagine dal dopoguerra a oggi, uno degli ultimi “regali” concessi dal Grande progetto Pompei, ricca eredità della direzione Osanna. Ricordiamo, a grandi linee gli obiettivi di questo massiccio “programma di rinascimento”, iniziato nel 2013. Il Grande progetto Pompei (Gpp) nasce da una azione del Governo, all’indomani della lunga stagione di incuria e abbandono del Parco (dovuti soprattutto a carenza di risorse umane e finanziarie), culminata col crollo della Schola Armaturarum a via dell’Abbondanza il 6 novembre del 2010. In precedenza, l’antica città romana “sorse, risorse e giacque”. Col nuovo piano è cambiato tutto radicalmente. E con un solo obiettivo: “La riqualificazione del sito archeologico di Pompei entro il 2015”, poi slittata al 2020. Ben 76 gli interventi programmati e portati a termine, per un finanziamento senza precedenti, pari a 105 milioni di euro, con fondi nazionali ed europei. Le attività hanno incluso, tra le direttive, la messa insicurezza delle Insulae (gli isolati in cui sono suddivise le Regio, i quartieri), il consolidamento di strutture, murature e superfici decorate, la protezione degli edifici dalle intemperie, il potenziamento della videosorveglianza. Infine, la riduzione del rischio idrogeologico, con la messa in sicurezza dei terrapieni non scavati. Da qui le operazioni nella Regio V. Da quella piccola area, estesa poco più di mille metri quadri (sui 22 ettari ancora non scavati dei 66 su cui si estende la città antica) tra le Case delle Nozze d’Argento e di Marco Lucrezio Frontone, sono venute fuori meraviglie su meraviglie. I lavori sono partiti nel 2018, finanziati con 8,5 milioni di euro.

I risultati? La già citata Casa del Giardino e la vicina Casa di Giove (già indagata tra Settecento e Ottocento con minacciosi cunicoli), dai raffinati dipinti attribuibili al primo stile pittorico pompeiano e straordinari mosaici pavimentali attribuiti da Osanna al mito di Orione. Una iscrizione al carboncino, ennesima traccia di quotidianità di primo secolo, fornisce un ulteriore indizio sul giorno reale dell’eruzione. La scritta infatti riporta, chiaramente, la data: il sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, ossia il 17 ottobre, praticamente una settimana prima dell’esplosione del Vesuvio. Poco più in là, nel 2018, è emerso lo scheletro di un uomo tramortito dalla furia dei flussi eruttivi: era stato infatti schiacciato da un grosso blocco di pietra, all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e dei Balconi. Pare che l’individuo si fosse avventurato in cerca di salvezza lungo la strada, ormai invasa dalla spessa coltre di lapilli. Il corpo era adagiato all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente: qui, è stato investito dalla fitta e densa nube piroclastica che lo ha sbalzato all’indietro e poi colpito col blocco litico. Durante lo stesso anno, una nuova primizia: nel cubicolo di una domus lungo via del Vesuvio, riaffiora uno degli affreschi più sensuali dell’arte romana. Ritrae la bella Leda, nel momento dell’amplesso con Giove, trasformato in cigno. Il volto della regina di Sparta è ammiccante e appassionato: guarda direttamente negli occhi lo spettatore, come in cerca di una complicità erotica, in un luogo della casa destinato ad alcova.
La domus ha accolto per la prima volta al pubblico nel 2019, ma c’è l’intenzione della di aprire l’intera Regio. Occorreranno almeno due anni ancora per adempiere a tutti i requisiti di sicurezza necessari alla fruizione turistica.

I tesori scoperti

In compenso, però, è appena iniziato il cantiere di messa in sicurezza dell’Insula Occidentalis. Entro l’estate 2022, restituirà le ville urbane di Marco Fabio Rufo, di Maio Castricio e la Casa del Bracciale d’Oro. Sono aree della Regio VI, immediatamente a ridosso del Foro civile, per un totale di circa seimila metri quadri. Un tempo costituivano ricche residenze con vista mare, con terrazzamenti adagiati sulle stesse mura. Presentano ancora tracce delle loro sfarzose decorazioni, con affreschi, mosaici, arredi. Qualcuna disponeva addirittura di una vasca adibita all’allevamento di murene.  Torneranno disponibili anche gli spazi della Biblioteca del Parco archeologico, finora non accessibili perché utilizzati come sede dei Laboratori di restauro. I lavori sono finanziati dai fondi Cipe del Piano stralcio “Cultura e Turismo” e dello stesso Parco.

Un affresco dalla Casa del Bracciale d’Oro, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Tornando alla Regio V, tra le scoperte più recenti, marzo 2019, c’è un “thermopolio”, una sorta di fast food dei tempi antichi. La sua esatta collocazione è lo slargo che fa da incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e quello dei Balconi. Pompei aveva un’ottantina di tavole calde simili. Un’altra scoperta, sempre nella Regio V, è quella dell’affresco che raffigura due gladiatori, un trace e un mirmillone, durante un combattimento. Ma questo thermopolio, integro e coloratissimo, ha attirato l’attenzione degli archeologi per le sue peculiari decorazioni pittoriche, che ancora spiccano sul lato del bancone. Raffigurano su un lato, una figura di Nereide su cavallo in ambiente marino. Dall’altro lato, invece, è praticamente illustrata l’attività della stessa locanda, come in una specie di insegna commerciale. Rappresenta, come in un menù affrescato duemila anni fa, anfore, giare una bilancia, disegnate su sfondo giallo. Immancabile il graffito di turno, uno scherzo triviale e dai risvolti omofobici, lasciato da qualche cliente deluso, forse contro lo stesso proprietario del locale. La scritta, sulla cornice che racchiude il dipinto di un cane al guinzaglio e due anatre, recita “Nicia cineade cacator”. La traduzione è quasi inutile: “Nicia (il cui nome lascia intendere la sua origine greca, ndr) cacatore, invertito”.

 

Il “giallo” del fuggiasco

Colpisce la disposizione ancora originale dei dolia, i vasi in terracotta risparmiati dai flussi piroclastici, e incassati nel bancone in muratura. Hanno restituito frammenti ossei degli animali arrostiti come portata principale. Non è tutto: una delle giare ha alimentato un piccolo giallo, su cui, in un primo momento, si sono fatte ipotesi fino all’inverosimile. Al suo interno, difatti, erano stipate ossa umane, ammucchiate alla rinfusa come se ci si trovasse in presenza dei resti di una vittima di un misfatto. Rappresentano la scena di un crimine consumato proprio nel giorno dell’eruzione? O magari l’ultimo nascondiglio di un fuggiasco sotto la pioggia di pietre pomici? Nulla di tutto ciò. A rispondere è Valeria Amoretti, antropologa fisica, responsabile del Laboratorio di ricerche applicate di Pompei. Nel suo ufficio maneggia proprio il cranio della giara, risultato poi appartenuto a una giovane donna. “Nel thermopolio sono stati ritrovati i resti anche di un’altra persona: un uomo di circa cinquant’anni”. Era disteso su una branda nel retro del locale e potrebbe essere morto schiacciato dal crollo del solaio. La donna era forse sua moglie. “Si è pensato – specifica Amoretti – che si fosse rifugiata all’interno del dolium, poi abbiamo scoperto che le sue ossa vi erano state riposte dai primi scavatori settecenteschi. Durante le prime esplorazioni, quando venivano intercettati dei corpi, si perquisivano le ossa, in cerca di gioielli o materiale prezioso. Poi venivano abbandonate o letteralmente scartate. È quanto successo a questa povera ragazza, probabilmente in origine accanto al marito e poi trascinata per tutto il locale”. Tra vetrini e microscopi, Amoretti si muove a suo agio, come in un set. Il suo compito è studiare e classificare ossa e corpi umani dal passato. “I resti dei nostri antenati – osserva – sono ricchi di informazioni, non solo archeologiche, ma soprattutto biologiche, permettendoci di determinare le sue caratteristiche in vita. Ci permettono, in scala, di ricostruire le dinamiche di una popolazione intera: cosa mangiava, di quali malattie soffriva, qual era l’età media. Nel caso specifico di Pompei, ci consentono di ricostruire la dinamica della loro morte, direttamente o indirettamente ricollegata all’eruzione”.

È straordinariamente preziosa l’attività del laboratorio, ricavato nel 1994 all’interno di un’antica casa colonica (a sua volta costruita su una domus) negli scavi, quella abitata dal mitico direttore degli Scavi di Pompei, Giuseppe Fiorelli (1823-1896): qui, sopravvive una latrina a fossa di quel periodo. A dirigere il laboratorio, fino al 2011, fu l’indimenticata Annamaria Ciarallo, di cui è ancora affissa una foto ricordo al muro. Il sito, dotato di strumentazioni di ultima tecnologia, mantiene rapporti di convenzione con venti Istituti di ricerca e Dipartimenti italiani e stranieri che supportano le attività di ricerca e di conservazione, di prevenzione e manutenzione di manufatti e strutture antiche. Due camere climatizzate conservano 3.500 reperti antropologici, botanici, mineralogici, paleontologici, petrologici e zoologici, più tessuti e legni archeologici. Reperti unici per tutto il mondo antico. Gli scaffali presentano alcuni dei reperti più affascinanti di tutto il parco: pane carbonizzato, resti di pesce, lo scheletro di una scimmietta, ossa di orso, conchiglie, c’è persino un paniere in vimini e una rete da pesca. Accanto ad alcuni teschi, tra cui quello del banchiere Cecilio Giocondo, è proposta la ricostruzione facciale, in base a studi approfonditi sulla conformazione delle ossa e rendering elaborati al computer. È sempre il laboratorio a fornire un’ulteriore gemma al nostro piccolo viaggio. L’ultimo scheletro proveniente dal thermopolio appartiene a un cane, il più piccolo rinvenuto in Europa, legato al mondo romano. A studiarlo, Chiara Corbino, archeozoologa che si occupa proprio del rapporto uomo-animali in antico. “A Pompei – sostiene – gli animali di piccola taglia giravano tranquillamente per la città. Il loro ruolo era totalmente diverso da quello di oggi, dove la componente affettiva è prevalente”. Ma, nonostante i cambiamenti che in duemila anni hanno ridisegnato il rapporto tra uomo e animale, il cagnolino del thermopolio “era certamente di compagnia – riprende Corbino – non aveva vicino ferri o sostegni, quindi non era legato. Probabilmente aveva cercato riparo in quell’angolo del locale, in attesa, come tutti, che si placasse l’eruzione”. La sua conformazione non ha corrispettivi nelle razze attuali e può essere associato a un Pincher nano.

I resti del cane più piccolo d’Europa conservati nel parco archeologico di Pompei (siano)

Peculiarità che attestano quanto il futuro di Pompei sia tutt’altro che scritto. In attesa di chissà quante altre rivelazioni provenienti da nuove avventure di scavo. Chissà che un nuovo tesoro non attenda studiosi e archeologi sotto il terrapieno della Regio III. Vista da qui, la storia della regina dell’archeologia italiana, è destinata a stupire ancora. E se un cambiamento può essere individuato per rendere plastica la “nuova Pompei” è in quel processo che ha portato i beni culturali a diventare beni democratici, qui ai piedi del Vesuvio. L’archeologia è uscita dalle stanze delle gelosie della ricerca e dalla chiusura di una burocrazia che ritiene le scoperte come riservate solo agli specialisti, ed è andata verso i cittadini. Pompei ha saputo aprire le porte, ha fatto entrare aria nuova nel mondo dei beni culturali. Un primo tentativo fu fatto nel 1997, quando grazie al lavoro di un gruppo di parlamentari locali e non solo, nacque la Soprintendenza archeologa di Pompei dotata di autonomia amministrativa e finanziaria. Un primo passo, ma i tempi dei beni culturali come beni democratici non erano ancora maturi. Come sempre, nella sua storia, Pompei è stata un prototipo. Ha fatto riscoprire nel Settecento all’Europa intera la classicità, oggi propone a chi sa ascoltarla una lezione: la resilienza della cultura. Perché Pompei è di tutti, e la sua storia ci appartiene, come sanno i bambini e le bambine che tornano a percorrere le sue strade e sentono di essere a casa, in un luogo che non ha mai smesso di vivere.

“Generazione Pompei. Scoperte e restauri: i protagonisti”

È il libro che, giovedì 24 giugno, “Repubblica” distribuirà gratuitamente con l’edizione di Napoli a chiunque acquisterà in edicola una copia del quotidiano. Si tratta di un viaggio nella capitale dell’archeologia che, dopo il crollo della Schola Armaturarum del 2010, ha conosciuto una stagione di rinascita. E che racconta gli ultimi rinvenimenti negli scavi e la storia del Grande progetto Pompei, attraverso la testimonianza di Massimo Osanna, che dal 2014 agli inizi del 2021 ha guidato il Parco archeologico, e la cronaca del nostro Antonio Ferrara, giornalista di “Repubblica”.

L’opera, a cura di Ottavio Ragone, capo della redazione napoletana di “Repubblica”, è pubblicata dal nostro giornale insieme alla Guida Editori ed è realizzata in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei. Nella prefazione il direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari ricorda come il volume arricchisca la speciale collana Novanta/ Venti nata nell’aprile del 2020 in occasione dei 30 anni della redazione napoletana. Il libro di 200 pagine è corredato da foto a colori di Riccardo Siano, dello stesso Osanna e del Parco archeologico di Pompei, ed è sostenuto dall’università di Napoli Federico II, dalla Scabec, dalla Fondazione Banco di Napoli, da Elaborando, da Protom, dal Teatro Stabile di Napoli/ Teatro nazionale, da Mulino Caputo, da Italia Paghe, da Caffè Motta e da Igiene Urbana.

In copertina del libro, la foto di una restauratrice che interviene su una colonna della Casa del Labirinto. Come indica il sottotitolo, è infatti attraverso la voce dei protagonisti che i lettori rivivranno le ultime scoperte a Pompei e potranno apprezzare le novità emerse da ricerche e restauri in corso, dal racconto diretto di archeologi, architetti, restauratori, antropologi, ingegneri, comunicatori che assieme a Massimo Osanna hanno cambiato il volto della città sepolta dal Vesuvio nel 79 dopo Cristo.

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