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Ritorno al nucleare e Sud senza fondi rurali: tra Cingolani e Patuanelli, l’insofferenza dei 5Stelle al governo che temono di non contare nulla

La Republica News
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Per dire il livello dell’insofferenza, ieri i gruppi parlamentari del M5S hanno diramato una nota ufficiale smentendo quanto aveva detto quello che, a loro e al Paese, era stato venduto come il proprio super ministro, cioè Roberto Cingolani: “Mettere sul tavolo ipotesi di ritorno al nucleare, quale che sia la forma proposta, non fa altro che distogliere energie e risorse dalla necessità di mettere a punto una strategia efficace per potenziare il mix energetico rinnovabile, con sole e vento in prima linea”. Una sconfessione plateale di quanto in realtà da tempo va dicendo Cingolani, ovvero che un nucleare di tipo nuovo – “delle mini-centrali” – sarebbero necessarie proprio per sganciarsi dai combustibili fossili.

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Il problema però, ed è quel che più sta mandando in depressione i parlamentari del M5S, è che Cingolani va avanti come un treno. Investito dalla suprema autorità di Beppe Grillo, ovviamente oltre a quella di Mario Draghi, il ministro della Transizione ecologica fa spallucce e nella redazione del Pnrr – circa 70 miliardi del piano sono destinati alla svolta ambientale – il Movimento non ha toccato palla. “Siamo il primo gruppo parlamentare e non contiamo nulla”, è l’amara considerazione di un deputato. Forse entro la fine del mese i parlamentari delle commissioni Ambiente riusciranno finalmente a incontrarsi col ministro, ma in pochi si aspettano un chiarimento sui punti di dissonanza: trivelle, idrogeno, inceneritori, appunto il nucleare.

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I problemi però – questa sensazione di riuscire a incidere poco nelle scelte dell’esecutivo – non si limitano solo al caso Cingolani. Anche con un altro ministro, questo invece un 5 Stelle doc, ovvero Stefano Patuanelli (Politiche agricole), c’è maretta. Sempre ieri 27 senatori del M5S gli hanno recapitato una interrogazione sul fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale “e la relativa ripartizione delle quote”. In pratica c’è un braccio di ferro in corso tra regioni del sud e quelle del nord per questa ripartizione, i cui criteri sono scaduti nel 2020. Si va però verso una perdita di contributi per quelle meridionali, cosa che ha messo in allarme proprio il M5S che al sud nel 2018 ha preso una montagna di voti.

Dopo un’accesa assemblea interna che aveva visto anche pesi da novanta come Giulia Grillo e Carla Ruocco protestare, Patuanelli nella chat dei senatori martedì scorso aveva addirittura ipotizzato le proprie dimissioni da ministro. Opzione rientrata, anche perché Patuanelli gode comunque di ampia stima dentro il Movimento. Ma il punto è un altro: governare è (stato) difficile, governare con Draghi è difficile il doppio, perché i margini di manovra sono risicatissimi un po’ per tutti. Così la la domanda assai diffusa tra i parlamentari è ormai una: ma chi ce lo sta facendo fare?



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