Roma Mio figlio venuto al mondo senza nessuno che lo abbracciasse. Storia di Carlo nato durante il lockdown

Roma, “Mio figlio venuto al mondo senza nessuno che lo abbracciasse”. Storia di Carlo, nato durante il lockdown

La Republica News
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“Era febbraio del 2020, iniziavano ad arrivare negli ospedali i primi casi di Covid. Noi infermiere più anziane ci sentivamo completamente disarmate di fronte a questo virus così sconosciuto. Il panico era totale”. Cinzia inizia a raccontare la sua storia ritornando con la mente a quei febbrili: i primi pazienti cinesi a Roma, il paziente zero a Codogno, il contagio, il lockdown, le conferenze stampa del premier Conte alle 20, alle 21, alle 22. Il paese che si ferma.Ma Cinzia in quei giorni aveva anche un altro pensiero. O meglio, un sogno: è lei stessa a ricordarlo. “Erano quattro anni che desideravo con tutta me stessa avere un figlio. L’età avanzava e le esperienze passate mi avevano lasciata scioccata. Poi, il miracolo: incredibile ma vero, il test di gravidanza dà risultato positivo”. Siamo in pieno lockdown, Cinzia sa di aspettare un bambino. “Subito mi tiro fuori dal lavoro: non potevo rischiare di perdere anche questo bimbo stavolta a causa di un maledetto virus”. Mentre Cinzia racconta, al suo fianco annuisce la dottoressa Anna Maria Serio, dell’unità di Psicologia clinica del Policlinico Universitario Agostino Gemelli. “Il paese era in lockdown, ma dentro di me c’era una nuova vita – ricorda ncora Cinzia – aspetto con ansia la villocentesi: l’esame va bene. Poi la morfologica, l’ecocardio fetale, le 28 settimane di gestazione. Tutto scorre normale. Dentro di me comincio a pensare che la vita che sta nascendo in me ce la può fare. Inizio a prepararmi psicologicamente, a comprare vestitini, a preparargli la stanzetta. Ma sei giorni prima del parto inizio a stare male”.
Ancora oggi Cinzia non sa descriverne bene i sintomi. “Uno strano malessere mai provato prima”, dice. “Tachicardia, una strana tosse, la sensazione di non riuscire a fare un respiro profondo. Vado al San Camillo. Mi visitano, anche loro come me pensano a una embolia polmonare e mi ricoverano. Ma io sentivo che in me c’era qualcosa che non andava. Poco dopo arriva la dottoressa di guardia: signora purtroppo è positiva al Covid, mi dice, la dobbiamo trasferire: non esca dalla stanza”. Inizia così il calvario di Cinzia pronta a partorire ma positiva al Covid. “Per fortuna trovano un letto al Gemelli, ospedale che conosco bene e di cui ho stima”.
Repubblica e l’ospedale Gemelli raccontano le emozioni della lotta contro il Covid
di Salvatore Giuffrida 16 Novembre 2020

È il 12 ottobre, lunedì. Cinzia entra al Gemelli. “La mia prima compagna di stanza Noemi diventa mamma durante la notte. Soffre per il figlio e il marito a casa e sono lacrime anche per me. I miei sintomi peggiorano non riesco a respirare e ho bisogno dell’ossigeno. Dopo due giorni nasce Carlo, con taglio cesareo. Un bimbo bellissimo, ma non lo posso neanche abbracciare e fuori non c’è nessuno ad aspettarlo, né padre, né nonni, nessuno. Una stretta al cuore. La notizia del lieto evento l’ho data io a mio marito e ci siamo ritrovati a piangere insieme al telefono. È stato surreale. Meno male che mi dicevano che era solo un’influenza”.È il 14 ottobre. Carlo sta bene ma la paura è che abbia preso il Covid dalla mamma. Sono ore di angoscia, di attesa e ansia. Per fortuna il primo tampone è negativo, il secondo pure. “Arriva il pediatra – continua Cinzia – mi dice che Carlo può uscire dall’ospedale, ma io no, sono ancora positiva. Mi si gela il sangue: non respiro ancora bene e ho bisogno di ossigeno. Per fortuna viene in mio aiuto mia sorella. Prende una settimana di ferie e porta Carlo a casa sua. È stata lei a dargli il primo abbraccio, il primo bacio, il primo biberon, il primo pannolino. È stata la sua mamma per una settimana ed ora è la sua zia speciale”.Subito dopo il parto Cinzia ha avuto bisogno di assistenza psicologica per le preoccupazioni sofferte, ma ha anche vissuto emozioni fuori dal comune. Ad assisterla è stata la dottoressa Anna Maria Serio dell’unità di Psicologia clinica del Gemelli. “Ricordo ancora la sua emozione nel vedermi la prima volta: dottoressa non me la immaginavo così bella, mi ha detto, e nella stanza ci mettemmo tutti a sorridere”. La storia è a lieto fine. Cinzia e Noemi, compagne di stanza di ospedale entrambe positive, sono diventate amiche. A unirle è stato il Covid. Cinzia adesso è stata dimessa, al momento in isolamento a casa in attesa di fare il tampone molecolare. Non ha più le ansie da parto e ora è al fianco del suo Carlo.


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