Salvatore, operaio edile morto sul lavoro a 22 anni nel Sassarese: “Il nostro gigante bambino”

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Repubblica dedica uno spazio fisso alle morti sul lavoro. Una Spoon River che racconta le vite di ciascuna vittima, evitando che si trasformino in banali dati statistici. Vite invisibili e dimenticate. Nel nostro Paese una media di tre lavoratori al giorno non fa ritorno a casa e “Morire di lavoro” vuole essere un memento ininterrotto rivolto a istituzioni e politica fino a quando avrà termine questo “crimine di pace”.

“Eri il nostro gigante, eri il nostro bambino”. Il disperato ossimoro scritto dai genitori di Salvatore  prova a dire l’indicibile: la vita spezzata di un ragazzo di 22 anni. Salvatore Piras, operaio edile, è morto a Sorso, una manciata di chilometri da Sassari, travolto dagli elementi di un ponteggio che stava caricando sul camion. Il lavoro come filo conduttore di un’esistenza ancora tutta da vivere. Salvatore aveva già fatto il cameriere, l’assistente pizzaiolo e ogni tanto dava una mano in campagna. E chi lo conosce racconta che aveva un’idea chiara per il futuro: prendere la patente per i mezzi pesanti e continuare a lavorare nell’edilizia guidando una pala meccanica. “Sono giovane, la fatica e il lavore non mi spaventano”, diceva spesso secondo quanto riferito dai cronisti locali. Ma per ognuno di noi la vita non è solo lavoro, bilanciamento ancora più evidente per un ventenne. Così ecco la passione di Salvatore per le moto da cross, per il calcio, per il gruppo folk del paese, Ossi, dove abitava con i genitori Franco e Gianfranca, il fratelli e la sorella. “Correva con spensieratezza e allegria dietro al pallone, per alcuni bellissimi anni della sua breve giovinezza”, hanno scritto i dirigenti della Polisportiva Ossese.

Al funerale, sul sagrato della chiesa di San Barolomeo a Ossi, mamma Gianfranca ha ascoltato con una rosa bianca in mano il cantautore Soleandro intonare Savitri, il Cantico d’amore: “Ho il cuore freddo da sembrare neve”. Davanti alla chiesa anche la moto da enduro di Salvatore che è stato salutato dal rombo dei motori di decine di centauri in corteo nelle strade del paese. Il parroco, don Felix Mahoungou, ha chiesto di pregare anche per il datore di lavoro di Piras: “Non spetta a noi giudicare e condannare”. Tanti palloncini bianchi sono stati slegati e hanno riempito lo spicchio di cielo visibile dalla piazza. Poi tutto è tornato nel silenzio e nel vuoto più assoluti.

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