Salvini, cosa c’è dietro “l’intervista americana”. Fine “terzismo”, immigrati, svolta su Putin. Indiscreto: “lasciapassare per Palazzo Chigi”

Libero Quotidiano News

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Fausto Carioti 13 settembre 2020

Dalle elezioni del 2018 a oggi Matteo Salvini ha preso un solo calcio nei denti. Non gliel’hanno tirato né gli elettori italiani né i magistrati. Lo scarpone apparteneva a Donald Trump e colpì il 27 agosto dello scorso anno, tramite il celeberrimo tweet con cui il presidente degli Stati Uniti elogiò «l’altamente rispettato primo ministro della Repubblica italiana, Giuseppi Conte». Uomo «molto talentuoso, che spero resti primo ministro», scrisse, benedicendo così la nascita del governo giallorosso e condannando Salvini all’opposizione. Quel Salvini che, da vicepremier, si era impegnato per avvicinare Roma a Mosca, con gran fastidio della Casa Bianca. È passato un anno, durante il quale il capo della Lega ha capito una cosa fondamentale: non si può governare l’Italia, Paese della Nato che ospita 12.200 soldati e almeno quaranta testate nucleari con la bandiera a stelle e strisce, se non si hanno solidi rapporti con gli Stati Uniti. Grande capitalismo e deprecati «poteri forti» inclusi. Nasce così l’intervista che è apparsa ieri sul Wall Street Journal, il quotidiano finanziario della élite conservatrice americana. Un lungo articolo che racconta due cose. La prima è che oggi l’interesse di quell’ambiente verso Salvini è altissimo. Spazi simili, su quel giornale, sono offerti a capi di Stato e leader internazionali della massima importanza, non a personaggi bolliti sul viale del tramonto, come alla sinistra italiana e agli editorialisti progressisti piace dipingere il segretario leghista (Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio, per capirsi, una simile vetrina l’hanno avuta solo nei loro sogni erotici). Il secondo elemento importante sono i messaggi spediti da Salvini. A Trump e alla sua amministrazione, innanzitutto, ma pure a un eventuale presidente Joe Biden, perché l’atteggiamento nei confronti di Russia, Cina e Iran è una costante della politica estera statunitense e non verrebbe stravolto se a guidarla fosse un democratico. A Washington la “terza posizione” di Salvini non è mai piaciuta. Le preferivano – ovviamente – l’atlantismo di Giancarlo Giorgetti, uno che all’ambasciata americana di Roma e nei pensatoi vicini al partito repubblicano è di casa. E l’intervista di ieri è servita al capo della Lega proprio per rassicurare che la fase del “terzismo” è finita, un governo guidato da lui non creerebbe alcun problema agli Stati Uniti, la collocazione internazionale dell’Italia rimarrebbe lì dov’ è.

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Lui e Trump – Che l’ex ministro dell’Interno sia un esaminato speciale, il quotidiano lo fa capire dalla prima riga: «Se in Italia si votasse oggi», vi si legge, «i sondaggi dicono che Matteo Salvini sarebbe il prossimo primo ministro». E come «falco dell’immigrazione», nota l’intervistatore, «Salvini sembra una versione più competente di un certo politico americano». Il riferimento è a Trump, nei confronti del quale l’intervistato ha solo parole buone: «Sono stato uno dei pochi politici italiani che ha creduto nella sua vittoria e ha tifato per lui quattro anni fa. Continuo a credere che sia stato un buon presidente e spero che venga rieletto». Una consonanza che riguarda l’immigrazione, il fisco (Salvini torna a citare la «flat tax», la tassa piatta che piace tanto ai repubblicani americani) e pure la politica estera. «Su alcune questioni internazionali, come le relazioni con la Cina e con l’Iran e gli stretti rapporti con Israele», dice Salvini, lui e Trump hanno «la stessa identica opinione». Tanto da volerlo imitare: se diventasse primo ministro, «Gerusalemme sarebbe riconosciuta dal mio governo come capitale di Israele e le relazioni con Cina e Iran sarebbero sospese», promette. Eppure, a portare Di Maio a Pechino era stato Michele Geraci detto “il cinese”, sottosegretario (tecnico) al ministero dello Sviluppo in quota Lega, ai tempi del primo governo Conte. Acqua passata. Salvini ha chiesto da tempo «un secondo processo di Norimberga» per accertare le responsabilità del regime comunista nella diffusione del Covid e ora garantisce agli americani che la tecnologia 5G cinese per i cellulari, ritenuta da Washington strategica sotto l’aspetto militare, qui non sarà mai adottata. Per gli Stati Uniti è il più importante degli impegni di fedeltà chiesti all’Italia. Il capo della Lega lo sa e vuole essere assolutamente chiaro: «Dati sensibili, no. La Cina che controlla i dati e le reti italiane, assolutamente no». E questo, nota il Wall Street Journal, «sarebbe un cambiamento notevole, poiché l’attuale governo di coalizione di Roma è stato relativamente amichevole nei confronti di Pechino». Il suo interlocutore gli ricorda pure che ai tempi dell’esecutivo gialloverde l’Italia era stata il primo grande Paese europeo ad aderire al programma cinese di investimenti Belt and Road, la nuova “via della Seta” con cui il presidente Xi Jinping vuole estendere l’egemonia del Dragone sino al Mediterraneo, e Salvini replica attribuendo ogni responsabilità a Di Maio: «Era una delle controversie tra noi e i Cinque Stelle quando eravamo al governo, perché noi abbiamo una posizione assolutamente atlantista».Fronte russo – Pure nei confronti di Mosca i segnali di smarcamento sono evidenti. Salvini non ne fa più un discorso di collocazione dell’Italia, bensì di pragmatismo: «Preferisco avere la Russia come amica che come alleata della Cina». Però ammette che in casa di Putin le cose che non vanno sono parecchie: «Ci sono problemi in Russia? Sì, ci sono. La Russia è una democrazia completa? No, non lo è. C’è la corruzione in Russia? Sì, c’è la corruzione». (E qui vale la pena di ricordare che tre anni fa, parlando della Nato, Salvini diceva che «va rivista quest’ alleanza difensiva che al momento non ci difende da un’immigrazione fuori controllo e invece offende la Russia schierando uomini e carri armati ai suoi confini. Non capisco che senso abbia contribuire ad un’alleanza che non ci difende». Sono cambiate parecchie cose). Il resto è il “capitano” che conosciamo bene. Quello per cui «il nemico del sogno europeo è la burocrazia di Bruxelles, non è Salvini». Convinto che il processo che lo attende a Catania per il sequestro degli immigrati «finirà in niente» e che presto gli italiani faranno «saltare in aria» il governo giallorosso, provocando la fine anticipata della legislatura. Si dovesse davvero tornare al voto, pare di capire che a Washington avranno un amico in più dell’ultima volta. È un rapporto che a Salvini non basterà per vincere, ma gli sarà indispensabile per resistere a palazzo Chigi, se riuscirà ad arrivarci. 

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