Salvini e Meloni, l’abbraccio a Roma dopo lo sgarbo di Milano

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Una foto in posa e un promessa. Dopo lo sgarbo di Milano, Matteo Salvini e Giorgia Meloni lanciano al loro elettorato segnali che dovrebbero essere tranquillizzanti. E se giovedì il leader della Lega era apparso infastidito dal ritardo della collega di Fdì all’appuntamento elettorale per Bernando (tanto che poco dopo se ne è andato senza tanti problema) oggi si sforza di essere sorridente: “I media – dice – hanno costruito su me e Giorgia una realtà parallela”.

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E così a Spinaceto, dove il centro destra si è dato appuntmento per la “piazza” finale della campagna elettorale di Enrico Michetti, è tutto un susseguirsi di baci, abbracci e selfie. Tutto a favore di telecamere, ovviamente . Un quadretto idilliaco. Salvini arriva per primo e si ferma a prendere un caffè. Quando, con qualche minuto di ritardo, arriva anche Meloni è il leader leghista a prendere in mano la situazione. Accompagna Meloni poco più in là, tra i palazzi e i graffiti di Spinaceto, e qui i due si regalano abbracci, selfie, qualche bacio verso gli obiettivi. “Siamo destinati a governare insieme”, dice Salvini.

Più in là c’è Antonio Tajani che però non viene invitato nella foto. “Antonio più tardi ti coinvolgiamo, ora facciamo una cosa a due. Le cose a tre le facciamo più tardi- prova a scherzare salvini- non è il momento…”.

Giorgia Meloni preferisce invece andare direttamente all’attacco, sempre sorridendo verso Salvini, carica contro gli avversari: “Noi non stiamo insieme per interesse, non come la sinistra che occupa le poltrone solo per evitare che il centrodestra vada al governo”.

Il candidato del centrodestra al quale è dedicato l’appuntamento ascolta Tajani, Lorenzo Cesa dell’Udc, Meloni e Salvini. A cui ruba l’ultima battuta Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura in pectore della potenziale giunta di centrodestra. È subito siparietto. Il leghista aveva appena finito di tirare in ballo la condanna di Mimmo Lucano per sfruttamento dell’immigrazione. E Sgarbi che fa? Difende il modello Riace.

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Chiude Michetti: “Non ho mai parlato di me in queste settimane. Mi hanno dato dell’omofobo, hanno detto che avevo la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti alle calcagna. Ma io sono l’avvocato che ha gestito 1.200 procedure complesse, miliardi di euro. In 30 anni nessun problema, queste mani sono pulite”.

Quindi il programma e la rassegna sui mali lasciati in eredità a Roma (che deve tornare a essere un “sogno”) dai predecessori. Tutti tranne Gianni Alemanno ovviamente.

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