Sangiuliano e i libri, i paraocchi dell’ideologia

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Un mio amatissimo vecchio professore usava dire che bisogna sempre diffidare di coloro che parlano dei libri che non hanno letto. Pensando al nostro ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e alla sua recente gaffe al premio Strega dove, grazie alla verità indomabile di un lapsus, ha candidamente dichiarato di non avere letto i libri che ha votato, mi sono tornate alla mente le sue sacrosante parole.

Purtroppo però il problema non è solo del nostro sciagurato ministro e del suo cattivo esempio, ma riguarda più in generale l’autorizzazione che moltissimi si concedono di giudicare libri che non hanno mai aperto.

La sua gaffe è stata commentata con sarcasmo da molti intellettuali, professori universitari, scrittori, giornalisti che, in realtà, almeno in un numero significativo, praticano d’abitudine quello che rimproverano stizziti al ministro.

Certo si tratta di un atteggiamento che si potrebbe estendere a qualunque campo: parlare di quello che non si conosce è un comportamento assai diffuso e paradossalmente valorizzato dai nostri media (vaccini, geopolitica, economia, decreti governativi, carte giudiziarie, ecc). Ma nel caso dei libri mi pare si imponga una riflessione aggiuntiva.

Per me, avendo avuto fortunatamente dei buoni maestri, è impossibile parlare di un libro o di un autore che non ho mai letto o studiato. Ed è così che dovrebbe essere per tutti. Ma l’autorizzazione a fare il contrario proviene spesso dall’ideologia che altro non è se non il consolidamento sistematico del pregiudizio.

Accade sempre più frequentemente, non solo con i libri ma anche con gli articoli di giornale. Basta leggere il titolo per credere di avere compreso l’argomentazione o, addirittura, basta il nome del suo autore per presupporre già la conoscenza del suo contenuto.

Il giudizio che precede e condiziona irrimediabilmente la valutazione si chiama, appunto, pre-giudizio. È un sintomo grave di ogni appartenenza ideologica: di destra, di sinistra e di centro. Si tratta dell’esatto rovescio del funzionamento di una mente democratica.

Mentre quest’ultima lavora innanzitutto per smantellare i propri pregiudizi provando a rendere ogni volta possibile una valutazione autocritica e critica, il pregiudizio ideologico è legittimato ad emettere la sua sentenza prima di ogni verifica.

Anzi, la lettura stessa di un libro (come di un articolo di giornale) effettuata col paraocchi dell’ideologia è finalizzata inconsciamente più che ad apprendere dei contenuti nuovi a confortare il proprio pregiudizio. Come dire che si legge il libro dell’altro — quando lo si legge e non ci si limita a guardarne la copertina — per trovare confermate le proprie idee.

Ho ascoltato con le mie orecchie denigrare da parte di diversi stimatissimi intellettuali opere che dichiaratamente non avevano mai letto. Tempo fa il direttore di un quotidiano mi rimproverava di non avere compreso bene Lacan. Lo possiamo immaginare chino sugli Scritti e sui Seminari, dedito con rigore al loro studio prima di emettere la sua spietata sentenza? Molto improbabile. Più probabile che la sua mano si sia armata usando il pregiudizio come via breve per affermare la propria verità incontrovertibile e colpire quello che riteneva essere un avversario politico.

Ma la funzione di un intellettuale non dovrebbe essere innanzitutto impedire che i pregiudizi ottundano la nostra lettura, non solo del libro ma anche della realtà? Quando il pre-giudizio prevale sul giudizio abbiamo l’innocenza ideologica del ministro Sangiuliano che invita a leggere i libri senza leggerli, che giudica senza conoscere i contenuti di ciò che giudica.

Lo sviluppo dei social ha enfatizzato drammaticamente questa forma radicale di ignoranza. I riferimenti ai contenuti complessi o sfumati di una presa di posizione vengono sempre tendenzialmente semplificati, ridotti a caricatura, a banali stereotipi. Non si giudica l’originale ma solo la sua copia. Gli esempi sarebbero infiniti.

Permettetemi di farne ancora uno personale. Su un altro quotidiano apparve tempo fa una recensione ad un mio libro dedicato a Sartre a firma di qualcuno che, nella migliore delle ipotesi, aveva solo sfogliato il libro perché mi attribuiva pensieri esattamente contrari a quelli che vi erano esposti.

Era stato sufficiente, anche in questo caso, guardare la copertina? O forse il pregiudizio che il suo autore — cioè il sottoscritto — fosse un “leopoldino” (mai partecipato per scelta alla Leopolda, nonostante sia stato quasi sempre gentilmente invitato, salvo in occasione del referendum costituzionale) era sufficiente per autorizzare l’acuto recensore a tralasciare i contenuti del libro colpendo, sebbene con critiche infondate, un suo supposto avversario politico?

Nulla più dell’appartenenza ideologica convalida l’analfabetismo intellettuale di chi impugna il giudizio sull’opera (non letta) come una clava per colpire il suo antagonista. Ma quanto è difficile provare a essere davvero democratici…?

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